Rimasti in cinque, il ritmo delle pulizie rallentò. Io avevo in mano uno spruzzino di detergente all'ammoniaca e uno straccio, e stavo passando i tavoli della veranda con movimenti meccanici. Il braccio destro mi pulsava leggermente dove mi ero bruciato, ma il dolore era sovrastato da una stanchezza ossea, quel tipo di stanchezza che ti fa tremare le ginocchia.
Manuela mi affiancò, iniziando a sistemare i tavoli per il giorno dopo. Il rumore delle sedie spostate riempiva il silenzio.
«Due comande sbagliate al tavolo sette, e il filetto del quattro rimandato indietro perché era troppo cotto», sbottai all'improvviso, fermandomi a fissare la superficie del tavolo.
«Un disastro. È stata una serata di merda.»
Lei sospirò, posando un calice.
«Lo so, Lory. C'era troppa gente e in cucina eravate sotto organico.»
«Siamo sempre sotto organico quando c'è di mezzo un catering grosso», ribattei, alzando la voce più del necessario.
«Non è gestibile questa cosa. O assumiamo altre due persone fisse, o diamo disponibilità solo per eventi più piccoli. Non possiamo svuotare il ristorante per fare i matrimoni e i congressi, e lasciare qui chi resta a farsi massacrare. La gente se ne accorge. La qualità va a farsi fottere.»
Mi fermai, aspettandomi che prendesse le difese di mio padre, che mi ricordasse che il catering portava soldi veri. Invece, Manuela si appoggiò allo stipite della porta a vetri, incrociando le braccia sotto il seno. L'ombra della stanchezza le scavava i lineamenti, rendendola più vulnerabile, più vera.
«Hai ragione», ammise a bassa voce.
Alzai lo sguardo, sorpreso.
«Gliel'ho detto anche io, Lorenzo. Più di una volta», continuò lei, massaggiandosi la base del collo con una smorfia.
«Ma lo sai com'è fatto tuo padre. Quando vede un evento importante, non capisce più niente. E il risultato è che lui è fuori per tre giorni di fila e noi siamo qui a impazzire, a prendere gli insulti dei clienti e a coprire i buchi.»
C'era una nota amara nella sua voce. Una frustrazione vera, non solo professionale, ma personale. In quel momento non era la madre che cercava di rimproverare il proprio figlio, era una donna esausta per il suo uomo quasi sempre assente, che si stava sfogando con l'unica persona in grado di capirla. Quel confine invisibile che ci separava si era appena fatto ancora più sfocato.
Mezz'ora dopo, l'ultimo lavapiatti salutò, chiudendosi la porta di servizio alle spalle.
Il rumore della serratura metallica riecheggiò nel locale vuoto. Un clack pesante, definitivo. Eravamo completamente soli.
Il ronzio dei frigoriferi in cucina divenne l'unico rumore di fondo. L'aria odorava di candeggina, limone e caffè stantio.
Io mi lasciai cadere su una delle sedie che avevo appena tirato giù da un tavolo, le gambe divaricate, i gomiti appoggiati alle ginocchia. L'adrenalina del servizio stava calando a picco, lasciando il posto al panico. Mercoledì. Mancavano tre giorni all'esame di macroeconomia. Il libro gigante mi aspettava sulla scrivania, fermo allo stesso capitolo da una settimana.
Mi coprii il viso con le mani, strofinandomi gli occhi brucianti, lasciandomi sfuggire un respiro tremante. Non ce l'avrei mai fatta. Sarei rimasto incastrato in quella sala per sempre, tra l'odore di fritto e i turni doppi.
Sentii il rumore dei tacchi di mia madre avvicinarsi sul pavimento appena lavato. Non alzai la testa finché non si fermò esattamente davanti a me. La punta delle sue scarpe nere sfiorava le mie da ginnastica usurate.
«Ehi...» mormorò. Il suo tono era cambiato. Via l'amarezza per mio padre, via la voce da capo-sala. Era tornata morbida. Calda.
Scossi la testa, tenendo gli occhi bassi.
«Sono fuso, mà. Fisicamente e mentalmente fuso.»
Sentii il fruscio della seta della sua camicetta quando si chinò leggermente verso di me.
«È per l'esame, vero?» chiese.
Lentamente, sollevai il viso. Era a meno di mezzo metro da me. L'illuminazione bassa del locale proiettava ombre dolci sul suo viso. Si era tolta il grembiule nero, e senza quella barriera di stoffa rigida, la sua presenza fisica era quasi opprimente.
«Non ho aperto il libro», confessai, la gola secca. Era la prima volta che lo ammettevo ad alta voce, disarmato, senza nascondermi dietro una battuta sarcastica.
«Non so un cazzo. Niente. Quando torno a casa stasera mi metto a leggere, ma so già che mi addormenterò sulla tastiera. È inutile. Questa cazzo di vita mi sta inghiottendo.» Sbottai, alzandomi in piedi
Lei mi guardò in silenzio per un lunghissimo momento. Nei suoi occhi scuri c'era una compassione immensa, ma anche qualcosa di più denso, un'attenzione totale, assoluta, che mi fece accelerare il battito cardiaco.
Senza dire una parola, fece un piccolo passo in avanti, annullando la distanza tra noi. Alzò una mano e, con una lentezza disarmante, mi scostò una ciocca di capelli sudati dalla fronte. Il tocco dei suoi polpastrelli sulla mia pelle era caldo, elettrico.
La sua mano scivolò lentamente dalla mia fronte fino alla nuca. Le sue dita si intrecciarono tra i miei capelli umidi di sudore, con una dolcezza che mi disarmò completamente. Poi, senza dire una parola, mi avvolse le braccia attorno al collo.
Mi strinse a sé. La morbidezza esagerata dei suoi seni premuti contro il mio petto, fu il colpo di grazia. Chiusi gli occhi, inalando a pieni polmoni il suo profumo di vaniglia che ormai si era mischiato all'odore della cucina. Mi lasciò un bacio leggero, materno, sulla tempia.
Ma il mio corpo non aveva più nessuna linea di controllo in quel momento.
Fino a quella sera ero sempre riuscito a controllarmi, a seppellire l'istinto sotto strati di battute ironiche e finta indifferenza. Ma la stanchezza mi aveva azzerato i filtri, distruggendo ogni diga. La vicinanza, il calore del suo corpo, la vulnerabilità di quel momento mi travolsero. Il mio cazzo divenne duro come il marmo in una frazione di secondo, pulsando con una violenza che mi fece quasi male. Essendo in piedi, con lei premuta addosso a me, l'attrito fu inevitabile e spietato.
Nel momento esatto in cui il suo bacino sfiorò il rigonfiamento teso e inequivocabile contro la stoffa dei miei pantaloni da lavoro, la sentii sussultare.
L'abbraccio si spezzò. Manuela si irrigidì all'istante e fece un passo indietro, come se si fosse appena scottata.
Il silenzio che calò nel ristorante vuoto fu assordante, rotto solo dal ronzio dei frigoriferi e dai nostri respiri che, improvvisamente, viaggiavano alla stessa folle velocità.
Rimase senza parole. I suoi occhi scuri erano sgranati, fissi nei miei, le labbra socchiuse in un'espressione indecifrabile a metà tra lo shock e qualcosa che somigliava terribilmente all'eccitazione. Il suo petto si alzava e si abbassava rapidamente sotto la camicetta.
«Cazzo... mà, scusa», balbettai, passandomi le mani sul viso, sentendo il sangue pulsarmi nelle orecchie. L'istinto era quello di scappare via, ma le mie gambe si rifiutavano di muoversi.
«Scusa, io... non volevo. Cioè...»
Lei non disse nulla. Continuava a guardarmi, le braccia lungo i fianchi, le dita che stringevano nervosamente la gonna.
«Non ce la faccio più», sbottai, la voce roca, gettando via ogni maschera.
«Da quando è finita con Martina sto impazzendo. Ho ventidue anni, sono sotto stress per l'università, mio padre non c'è mai, mi ammazzo di lavoro qui dentro... e l'unica cosa che vedo tutto il giorno sei tu.»
Mia madre deglutì. La vidi vacillare per un istante, ma non distolse lo sguardo.
