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Erotika
Il patto proibito
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Racconto21 min di lettura

Il patto proibito

Una madre e un figlio si ritrovano a condividere un momento di intimità proibita nel retro del loro ristorante di proprietà. Il tutto nasce da un momento di profondo stress per entrambi, che si promettono di cedere solamente una volta alla tentazione.

Michael035
2 mesi fa · 3.8k letture · 0

«Sei attraente, ti vesti così... scusami ancora, non doveva accadere», continuai, il respiro corto, le parole che mi uscivano dalla bocca senza che il cervello potesse fermarle.

«Sei sempre perfetta, mi stai vicino, e io passo le mie giornate a cercare di non guardarti, a fare il cretino con le battutine a doppio senso per nascondere il fatto che... che mi fai impazzire. Non ho una valvola di sfogo. E averti così addosso... io non sono di pietra. Scusa.»

Mi aspettavo uno schiaffo. Mi aspettavo che mi urlasse addosso che ero un ragazzino malato, che lo avrebbe detto a mio padre, che ero un irresponsabile.

Invece, chiuse gli occhi per un secondo lunghissimo. Si portò la mano destra davanti alla bocca e si girò per qualche secondo. Quando si rigirò, riaprì gli occhi, la severità aveva lasciato il posto a qualcosa di diverso, compassione? Vergogna? Non lo so. Sapevo che era tutto sbagliato, che stavo per calpestare una linea che non avrei mai più potuto ridisegnare.

«Ok.... adesso calmati però... è successo, è imbarazzante, ma è successo. Respira e calmati, ok?»

«Sei stressato, tesoro... non devi vergognarti. Però potevi dirmelo prima che stavi cosi sotto pressione»

«Capisco tutto, hai avuto una reazione involontaria, ma è colpa del momento che stai attraversando. Anche io sono stressata, non sei l'unico.»

Stava cercando di costruire un discorso logico, ma il suo sguardo era cambiato. La frustrazione per le assenze di papà, la solitudine che lei stessa provava e la cruda attrazione animale che si era innescata in quella stanza stavano avendo la meglio.

Si portò di nuovo la mano alla bocca, forse per coprire qualcosa, si guardò intorno nel locale in penombra, come per assicurarsi che fossimo davvero soli. Poi, tornò a fissarmi, con un'espressione che non le avevo mai visto in volto: decisa, autoritaria, ma carica di lussuria.

«È uno sbaglio, Lorenzo», sussurrò, la voce incredibilmente bassa e tremante. «È una follia e me ne pentirò amaramente.»

«Che vuoi dire ?..» domandai con voce tremante.

«Ascoltami», mi interruppe, facendo un passo verso di me. Piantò gli occhi nei miei, ferocemente seria.

«Facciamo un patto. Tu hai bisogno di sfogarti. E forse... forse ne ho bisogno anche io. Ma deve capitare una sola volta. Stasera. Qui. E poi non ne parleremo mai più. Torneremo a essere madre e figlio. Se non sei in grado di garantirmelo, allora è fuori discussione e ce ne andiamo a casa subito.»

Il cuore mi martellava nel petto così forte che temevo potesse esplodere. Annuì lentamente, senza riuscire a staccare gli occhi dalla scollatura della sua camicia.

«Stai dicendo sul serio? Sei.. sei mia madre.»

Manuela prese un respiro profondo, assecondando la sua stessa decisione. Non ci furono sorrisi, solo una tensione erotica così densa che si poteva tagliare con un coltello.

Allungò una mano e mi afferrò per il polso, stringendolo con forza.

«Forza, prima che ci ripensi. Andiamo», ordinò, con quel tono da sergente che usava durante i servizi più duri, ma che ora mi faceva ribollire il sangue.

Mi alzai. Ero più alto di lei, ma in quel momento era lei ad avere il controllo assoluto su ogni singola cosa. Mi tirò verso il corridoio che portava alle cucine, superandole senza fermarsi, dritta verso la pesante porta di metallo in fondo. Il magazzino.

Senza finestre, insonorizzato, pieno di scaffali di alluminio, scorte di vino, sacchi di farina e pacchi di tovaglioli di carta. L'odore di cartone e spezie ci avvolse non appena aprì la porta. La richiuse alle nostre spalle con un colpo sordo, facendo scattare la pesante serratura interna.

Eravamo chiusi dentro, c'era solo una lieve luce calda a illuminare la stanza.

Le mie mani esplorano, scendono lungo la sua schiena, fino a posarsi sul suo sedere formoso, lo stringo, tirandola ancora più addosso. Lei emette un piccolo gemito vicino alla mia bocca, un suono che mi scuote fino alle fondamenta. La sua mano scende dal mio petto, lungo l'addome, fino a posarsi sul mio cazzo duro, che palpa decisa attraverso i pantaloni.

«A qualcuno non interessa niente dei gradi di parentela» sussurra, strofinandolo lentamente.

Il senso di colpa mi assale come un'ondata. Mio padre. L'immagine del suo viso mi passa davanti agli occhi. Ma il desiderio è una fiamma che divora tutto, anche il buon senso di una madre. Si inginocchia davanti a me, con un movimento agile e sensuale. Le sue dita abili sbottonano i miei pantaloni, li fanno scendere insieme alle mutande. Il mio cazzo salta fuori, duro e pulsante al contatto con l'aria fredda del magazzino.

Mi guarda dall'alto in basso, un'espressione di pura bramosia sul suo viso. Poi, senza esitazione, afferra la mia asta e lecca la punta. Un brivido mi percorre tutta la schiena. La sua bocca si chiude attorno alla mia cappella, calda e umida. Inizia a muovere la testa, succhiando con un ritmo lento e profondo, la sua lingua danza intorno alla mia asta. È un'esperienza travolgente. Ma quando abbasso lo sguardo e la vedo lì, in ginocchio, con il suo viso sollevato verso di me mentre il suo rossetto rosso si macchia sulla mia pelle, qualcosa si spezza dentro di me. È troppo. È il viso di mia madre.

Il mio stomaco si stringe in un nodo doloroso. Non posso guardarla. Non riesco a sopportare l'immagine.

«Fermati,» dico, la voce è roca, tesa. Lei si ferma, confusa, e mi guarda con gli occhi pieni di domande.

«Girati,» le chiedo, quasi la supplico. «Girati e appoggiati alle casse. Non ce la faccio a guardarti in faccia»

Lei capisce. Senza dire una parola, obbedisce. Si alza, si gira e si sporge in avanti, appoggiando i gomiti su una pila di scatole di cartone. Solleva la sua gonna. Io sposto le sue mutande. Adesso la sua figa è lì, esposta, umida, pronta per me, nella luce dorata del magazzino. Il senso di colpa è ancora lì, un sapore amaro in bocca, ma ora è sopito, nascosto da un bisogno più forte, più primordiale. Mi libero completamente dei pantaloni, mi posiziono dietro di lei, e la mia mano afferra il mio cazzo, guidandolo verso la sua entrata. La punta si pressa contro le sue labbra bagnate e calde.

La punta del mio pene preme contro la sua entrata bagnata, e per un attimo esito. L'immagine di mio padre mi attraversa la mente, ma il bisogno fisico è più forte. Spingo lentamente, sentendo la sua figa aprirsi per accogliermi. È calda, stretta, incredibilmente bagnata. Emette un gemito soffocato quando la riempio completamente, le sue dita si aggrappano al cartone delle casse.

«Uh!...» sussurra, la voce roca. «Dio... che stiamo–»

Inizio a muovermi, prima lentamente, poi con più forza. La sua voce si ferma all'improvviso, sostituita da un altro gemito.

«Ahh!.. si!» Ogni colpo è uno sfogo, una scarica di tutta la tensione accumulata: le dodici ore al ristorante, l'esame che mi aspetta, la solitudine che mi divora dall'interno. Le mie mani afferrano i suoi fianchi, le mie dita si conficcano nella sua carne morbida mentre la spingo contro di me con violenza. Il ritmo accelera, diventando quasi frenetico. Le casse di cartone sotto di noi oscillano minacciosamente, alcune bottiglie di vino tintinnano pericolosamente. Le mie mani salgono più su fino a trovare i bottoni della sua camicia. Sbottono quattro bottoni, poi prendo le coppe del suo reggiseno e le tiro giù. Stringo quelle tette giganti che riempiono completamente le mie mani. Sono calde, pesanti e leggermente sudate.

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