«Oddio... aaah ... siii» geme, la voce distorta dal piacere. «Dai, tesoro, sfogati.»
La sua parola "tesoro" mi pugnala, ma non mi fermo. Aumento la velocità, i miei coglioni sbattono contro di lei ad ogni spinta, producendo un suono umido e schioccante che riempie il magazzino.
Inizia a gridare, un suono acuto di puro piacere che risuona contro le pareti di cemento. Istintivamente, le copro la bocca con la mano destra.
«Piano, mà, per favore» sibilo contro il suo orecchio, anche se so perfettamente che non c'è nessuno che possa sentirci. È un gesto meccanico, quasi un controllo che non serve a nulla ma che sento di dover esercitare.
Mi morde il palmo della mano per sopprimere i suoi gemiti soffocati e più disperati.
Continuo a spingere, a usarla come uno sfogo. Poi mi ritiro lentamente.
Ho bisogno di una pausa, di un attimo per riprendere fiato. Vedo una sedia pieghevole nell'angolo del magazzino, probabilmente dimenticata da qualche dipendente. Mi ci siedo sopra, il cazzo ancora duro e pulsante, coperto dei suoi succhi.
Manuela si volta, i suoi occhi nocciola sono lucidi di piacere misto alla vergogna. Capisce immediatamente cosa voglio. Si avvicina, si toglie le scarpe con un gesto rapido, poi si posiziona sopra di me, dandomi sempre le spalle. Afferra il mio cazzo e lo guida verso la sua figa ancora bagnata, scendendo lentamente finché non mi sono completamente dentro di lei.
Le controllo il ritmo, afferrandola per i fianchi, facendola salire e scendere su di me, ma quando scende provo una sensazione di puro piacere. Ogni movimento è lento, deliberato, ma senza passione. È puro sfogo fisico, un bisogno primordiale di svuotarmi. Le sue mani si appoggiano alle mie cosce, la sua testa è reclinata all'indietro, i capelli castani mi sfiorano il viso.
«Tesoro... quando stai per venire avverti... chiaro?» chiede. Continuo con il mio ritmo, lento ma costante, godendo della sensazione di calore e umidità che mi avvolge. Le sue natiche si contraggono intorno a me ad ogni spinta, un massaggio involontario che mi avvicina sempre di più all'orgasmo.
Dopo alcuni minuti, sento il limite avvicinarsi. Un calore intenso mi sale dai coglioni, le mie gambe si irrigidiscono. È il momento.
Spingo via mia madre con un gesto brusco. Lei balza in avanti e si appoggia di nuovo alle casse. Il suo respiro è affannoso, il suo corpo ancora tremante.
Mi alzo dalla sedia, il cazzo pulsante tra le mie mani. Inizio a segarmi rapidamente, gli occhi chiusi, concentrato solo sulla sensazione.
L'orgasmo mi travolge come un'onda. Un gemito profondo mi esce dalla gola mentre schizzi caldi colpiscono le sue natiche, la sua schiena, la gonna che le copre la metà inferiore del corpo. Continuo a venire, più di quanto pensassi, finché le mie gambe non cedono e sono costretto a appoggiarmi alla sedia per non cadere.
Per un attimo, c'è solo il suono dei nostri respiri affannosi che riempiono il silenzio del magazzino. Poi si volta.
Il contrasto con la donna che mi aveva trascinato qui dentro, padrona della situazione, è brutale. L'adrenalina sta scendendo a picco, lasciando il posto a una lucidità agghiacciante. La fiamma scura che le bruciava negli occhi si è spenta, sostituita da un'ombra pesante, carica di consapevolezza e di vergogna.
Si abbottona la camicia stropicciata con un gesto nervoso, quasi difensivo. Sulla sua pelle sudata e sulla stoffa della gonna a tubino, il mio sperma brilla sotto la luce spettrale del neon d'emergenza. Vederlo lì, addosso a lei, mia madre, è l'immagine più oscena e al tempo stesso più colpevole che il mio cervello abbia mai registrato.
«Ok, è finita... ci siamo sfogati» mormora lei, chiudendo gli occhi e appoggiando la fronte contro un ripiano freddo di metallo. La voce le trema, svuotata di tutta la fermezza di prima.
«Dimentichiamo e andiamo avanti come prima...»
Sento lo stomaco stringersi. Il mio "sfogo" è svanito, lasciandomi addosso solo un freddo improvviso e le gambe che ancora formicolano per lo sforzo.
«Non dovevi se...» provo a dire, allungando una mano verso di lei.
«No.» Si scosta di un millimetro, sufficiente per evitare il mio tocco. Non è rabbia, è senso di colpa puro, acido, che le sta corrodendo lo stomaco. Riapre gli occhi e si guarda intorno, frenetica. Afferra uno dei pacchi di tovaglioli di carta industriali impilati sullo scaffale accanto a lei.
Il rumore della plastica strappata rimbomba nel silenzio del magazzino. È un suono così banale, così quotidiano, che stona ferocemente con la gravità di quello che è appena successo.
Tira fuori una manciata di tovaglioli ruvidi. Me ne spinge un paio contro il petto senza guardarmi in faccia.
«Tieni. Pulisciti.»
Prendo la carta in silenzio, sentendomi improvvisamente minuscolo. Un ragazzino che ha appena combinato un disastro irrimediabile.
Manuela si gira di tre quarti, cercando di raggiungere il culo e la gonna con le mani tremanti. Pulisce la pelle, strofinando con forza, forse con troppa forza, quasi volesse cancellare non solo le mie tracce, ma l'intera ultima mezz'ora. Fa una smorfia quando si rende conto che il tessuto è irrimediabilmente macchiato, un danno collaterale che sarà difficile nascondere. Accartoccia i tovaglioli sporchi in una palla serrata nel pugno.
«Faccio io», le sussurro, vedendola in difficoltà nel pulirsi dietro, e faccio un passo avanti per aiutarla.
«Ho detto di no, Lorenzo. Ci penso io.» Il suo tono è perentorio, tagliente. Ha rialzato il muro. La complice passionale è sparita, inghiottita dall'odore di polvere e cartone del magazzino. Si volta verso di me, gli occhi lucidi nella penombra. Il senso di colpa le ha irrigidito i lineamenti, facendola sembrare improvvisamente più grande, più adulta. Distante.
«Il patto era chiaro», scandisce, la voce ridotta a un sibilo duro per non farsi sentire oltre quella porta blindata.
«Questa è stata la prima e l'ultima volta. Abbiamo perso la testa tutti e due. La stanchezza, lo stress... tutto...» Si ferma. Chiude gli occhi per un secondo, come se avesse appena preso uno schiaffo.
«È stato un errore. Che non ripeteremo.»
Guardo la sua camicetta stropicciata, il respiro ancora irregolare, le guance arrossate. Annuisco lentamente, la bocca secca, schiacciato dal peso di quel ritorno alla realtà.
«Lo abbiamo chiarito. Una sola volta.»
«Bene.» Mia madre si passa le mani tra i capelli, cercando di ridarsi un contegno, di ricomporre la maschera della madre seria e decisa. Si liscia la gonna umida, sistemandola alla meno peggio per farla sembrare solo una macchia d'acqua presa al lavandino
Posa la mano sulla maniglia della porta. Prima di spingerla, mi lancia un ultimo sguardo da sopra la spalla.
«Adesso esci, prendi la tua roba e vai a casa. Domani io e te ci comporteremo come abbiamo sempre fatto. Niente di tutto questo è mai successo. Intesi?»
«Intesi», rispondo a mezza voce, passandomi la mano tra i capelli ancora sudati.
Mia madre scivola fuori senza voltarsi indietro, tornando nel suo mondo, e lasciandomi lì, al buio, a fare i conti con un nodo allo stomaco che nessuno sfogo fisico avrebbe mai potuto sciogliere.
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Scrivo erotica da poco. Le mie storie partono sempre da una scintilla reale — qualcosa che è successo a me, a chi mi sta intorno o che potrebbe capitare a chiunque nella vita di tutti i giorni. Prendo quella dinamica quotidiana e ci costruisco attorno una trama romantica e intensa, sviluppandola in più parti. Da me non troverete racconti singoli e veloci, ma vere e proprie raccolte e libri da esplorare. Mi piace scavare nella psicologia e nei sentimenti dei personaggi, per poi farli esplodere in una passione erotica travolgente.
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Molto bello, complimenti
Grazie, mi fa piacere che to sia piaciuto.