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CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 4
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Capitolo 4 di 11 40 min di lettura

Il fienile

L'arrivo a Balsam.

Michael035
3 mesi fa · 666 letture · 0

Sono passati tre giorni dalla mattina in cui ci siamo lasciati la segheria alle spalle. Tre giorni di marcia, di pioggia intermittente e di nebbia così densa da sembrare cotone sporco incastrato tra i pini neri dei monti Appalachi.

Meave non si è lamentata una sola volta, glielo devo riconoscere. Ha tenuto la bocca chiusa e ha continuato a trascinare la gamba, aggrappandosi agli alberi, ai guardrail arrugginiti, persino al mio zaino quando il fango era troppo scivoloso. Ma la forza di volontà non ferma la necrosi. Ieri sera, quando le ho cambiato la fasciatura usando le ultime garze pulite, la ferita puzzava. Non era ancora l'odore dolciastro e insopportabile della cancrena, ma era quel sentore acido di carne infiammata e sangue guasto. Il muscolo del polpaccio era gonfio, violaceo, caldo come una stufa.

Oggi, il suo "passo pieno, passo strascicato" è diventato uno strisciare pietoso. Andando avanti di questo passo, non facciamo più di due miglia al giorno.

Siamo sulla vecchia Route 74, diretti a sud-ovest verso un buco di culo chiamato Balsam. La strada serpeggia in salita, tagliando a metà una gola boscosa.

Sono dieci passi davanti a lei, lo sguardo fisso sulla linea degli alberi. Poi, il suono.

Un rumore innaturale. Non un ramo spezzato, non un errante. È lo schiocco secco e inconfondibile di un tacco di cuoio contro l'asfalto.

Alzo il pugno chiuso in aria, il segnale tattico per fermarsi. Meave si blocca all'istante, appoggiandosi pesantemente al tronco di un abete a bordo strada, ansimando.

Scivolo dietro la carcassa arrugginita di un vecchio fuoristrada ribaltato, abbassando il baricentro. Tolgo la sicura al fucile d'assalto. Il mondo è silenzioso, teso come una corda di violino.

«Getta l'arma e alzati in piedi, lentamente.»

La voce arriva da ore due. Sopra di noi, su una scarpata rocciosa che domina la curva della strada. Un secondo dopo, sento il clic-clack di un fucile a pompa caricato provenire da ore nove, alla mia sinistra, tra i cespugli.

Mi hanno chiuso a tenaglia. Un incrocio di fuoco perfetto. Cazzo.

«Ripeto. Molla il fucile e metti le mani bene in vista, o ti apriamo una finestra nel cranio,» ripete la voce dall'alto. È una voce ruvida, maschile, carica di quell'ansia pre-omicidio tipica di chi non è un sadico, ma spara per non farsi ammazzare.

In un mondo dove la pietà è un concetto estinto, la fiducia nel prossimo è la prima causa di mortalità. Se mollo l'arma, potrei morire. Se sparo, ne porto uno all'inferno con me, ma l'altro mi crivella.

«Ookay, va bene. Adesso calmiamoci, qui nessuno vuole far male a nessuno,» urlo di rimando, mantenendo la voce calma, quasi annoiata, restando rannicchiato dietro il blocco motore del fuoristrada. «Se mollo il fucile, chi mi garantisce che non decidiate di prendervi i miei stivali insieme alla mia vita?»

«Nessuno,» risponde il tizio da sinistra, sbucando parzialmente dai rovi. È un uomo sulla quarantina, barba sfatta, giubbotto da cacciatore lercio di grasso e fango. Ha un calibro 12 puntato dritto verso la mia posizione. «Ma se non lo molli, gli stivali te li sfiliamo dai piedi freddi. Scegli tu.»

Prendo un respiro lento.

«Siamo io e una ragazza ferita,» dichiaro, alzando il tono perché mi sentano bene. «Non siamo predoni. Se avessi voluto farvi la pelle, non mi sarei portato dietro un peso morto che puzza di infezione a un miglio di distanza. Siamo solo di passaggio»

Un lungo momento di silenzio. Dalla strada, Meave emette un colpo di tosse debole, rannicchiata contro l'albero, le mani in vista per mostrare che è disarmata.

L'uomo sulla scarpata scivola giù, i sassi che gli franano sotto gli scarponi. È più anziano, sui sessanta, capelli grigi lunghi e uno sguardo duro, scavato da anni di fame e paranoia. Impugna un fucile da caccia con ottica di precisione.

Si ferma a dieci metri dal fuoristrada, gli occhi fissi su Meave. Guarda la sua gamba, i pantaloni incrostati di sangue secco. Poi guarda verso la mia copertura.

«Alzati. Tenendo il fucile per la cinghia, canna verso il basso,» ordina il vecchio.

Eseguo. Mi alzo lentamente, l'arma a tracolla ma le mani vicine. Li squadro. Non hanno l'aria esaltata degli sciacalli solitari. I vestiti sono sporchi, ma rammendati. Hanno borraccie di metallo piene e radio agganciate alla cintura. Appartengono a un gruppo.

«Da dove venite?» chiede il quarantenne col fucile a pompa, accorciando le distanze di un paio di passi.

«Nord. Eravamo diretti ad Asheville,» mento a metà, mantenendo l'espressione di pietra. «Ma abbiamo scoperto che la festa è finita da un pezzo.»

Il vecchio fa una smorfia amara, abbassando la canna del suo fucile di un paio di gradi. La paranoia sta lasciando spazio a una calcolata tolleranza.

«Asheville è un cimitero a cielo aperto ormai. I militari se la sono data a gambe e gli erranti hanno invaso il perimetro. Non c'è un cazzo lì. Siete finiti nel posto sbagliato.»

«Lo abbiamo notato,» ribatto io. «Ora, se avete finito di giocare a chi ce l'ha più lungo, noi ce ne andiamo. La ragazza ha bisogno di riposo, e io ho perso la pazienza tre giorni fa.»

Il vecchio scambia un'occhiata con il compagno. La diffidenza in questo mondo è un'armatura spessa, ma sanno benissimo che uno scontro a fuoco qui, adesso, attirerebbe solo orde di vaganti dai boschi circostanti. E noi non valiamo il prezzo dei loro proiettili.

«La nostra comunità è a due miglia da qui. A Balsam,» dice il vecchio. «Una decina di persone in tutto. Ci difendiamo, cerchiamo di non morire di fame. La tua amica è messa male.»

«Non è una mia amica,» lo correggo gelido. «E se pensi che la lascerò entrare in casa vostra per farla curare mentre a me tagliate la gola, hai sbagliato persona.»

«Ascoltami bene, stronzo arrogante,» ringhia l'altro, facendo un passo avanti, il dito che torna sul grilletto. «Nessuno vi regala niente. Non c'è nessun medico a Balsam, e non abbiamo bende per voi. Noi a malapena riusciamo a sfamare i nostri figli con le trappole che piazziamo. Ma se la ragazza ha bisogno di sdraiarsi all'asciutto per non crepare di freddo prima di domani, abbiamo un vecchio fienile fuori dal nostro perimetro interno. Porte solide e non ci piove dentro.»

Stringo gli occhi. L'offerta puzza sempre di bruciato in questa maledetta epoca. Nessuno fa la carità.

«Dov'è la fregatura?» chiedo, senza mezza traccia di gratitudine.

«La fregatura,» risponde il vecchio, sputando un grumo di catarro sull'asfalto, «è che ci restate per un giorno, massimo due. Le regole sono semplici: state nel fienile, non vi avvicinate alle nostre case, non disturbate le nostre donne. E, cosa più importante, noi non abbiamo cibo per voi. Volete mangiare? Vi arrangiate da soli fuori dalla recinzione. Noi vi diamo solo quattro mura per non farvi mangiare dai morti nel sonno. Se vi sta bene, camminate davanti a noi e tenete le mani sulle cinghie degli zaini. Se non vi sta bene, giratevi e continuate verso l'inferno.»

Guardo Meave. È pallida, stanca, il respiro corto. Se passiamo un'altra notte nei boschi, domani mattina dovrò piantarle il mio coltello in testa per evitare che si risvegli.

E io ho bisogno di riorganizzarmi, di capire dove andare ora che Asheville è saltata.

«Un fienile. Niente cibo. Due giorni,» riepilogo a voce alta. Poi annuisco lentamente. «Andiamo a vedere questo fienile.»

Balsam non è nemmeno un paese. È un mucchio di sei o sette case di legno addossate l'una all'altra lungo il declivio di una montagna, circondate da un perimetro improvvisato di lamiere ondulate, vecchie auto cannibalizzate e tronchi d'albero appuntiti.

Mentre entriamo, accompagnati dai due guardiani, avverto gli sguardi. Visi scavati, sporchi e diffidenti ci scrutano dalle fessure delle finestre oscurate e dai portici. Una donna magrissima ritira dentro due bambini appena ci vede passare. L'atmosfera è densa di disperazione e miseria. Qui non stanno vivendo. Stanno solo morendo più lentamente di quelli fuori.

Il fienile si trova appena oltre la linea principale delle case, racchiuso dentro una seconda recinzione malmessa. È un edificio massiccio di legno rosso sbiadito, grande, con il tetto sfondato in un angolo ma complessivamente intatto.

Il vecchio apre il pesante portone scorrevole spingendolo sui binari arrugginiti. L'interno puzza di fieno, sterco di cavallo fossile, guano e polvere stantia. L'oscurità è totale, spezzata solo da lame di luce grigia che filtrano tra le assi del tetto.

«Starete qui,» dice il vecchio, appoggiandosi al fucile. «Fuori dal perimetro a nord c'è un ruscello per l'acqua. Non accendete fuochi grandi, non attirate l'attenzione. Tra 48 ore vi voglio fuori dai coglioni.»

Richiude il portone prima ancora che io possa rispondere. Sentiamo il rumore di un blocco di legno che viene calato dall'esterno. Ci hanno chiusi dentro, ma per lo meno siamo al sicuro dai vaganti.

Lascio cadere lo zaino a terra con un tonfo pesante. L'aria è gelida, ma è ferma. Non c'è il vento infame dei boschi.

Mi volto verso Meave. Sta già scivolando lungo una delle pareti portanti, fino a toccare il pavimento coperto di paglia, stringendosi la gamba. Il respiro le sibila tra i denti stretti.

«Siamo al Waldorf Astoria,» mormoro, con un cinismo stanco, passandomi le mani guantate sulla faccia. Inizio a sistemare il mio fucile contro la parete e a tirare fuori la mia borraccia.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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