«Vedi di non abituarti al lusso, tesoro. Abbiamo un buco dove dormire, ma le mie scorte di carne sono finite. Domani mi tocca uscire a cercare qualcosa che striscia o che corre per metterci qualcosa nello stomaco.»
Meave chiude gli occhi e appoggia la nuca al legno scheggiato.
«Trevis...» mormora. La voce è un sospiro tremante, carico di febbre.
Mi blocco, la borraccia a mezz'aria.
«Cosa c'è?»
Non apre gli occhi. Una lacrima solitaria, calda e lucida, le sfugge dalle ciglia, tracciando una linea pulita sul viso incrostato di fango e stanchezza.
«Mi fa male»
Lascio la borraccia a terra, a metà tra me e lei. Il fienile è immerso in una penombra densa e polverosa, rotta solo da lame di luce grigia che scivolano tra le fessure delle assi di legno, disegnando strisce pallide sul pavimento ricoperto di paglia marcia e guano indurito. L'aria è gelida, ma almeno qui dentro il vento non ci spacca la faccia.
Fisso Meave. È rannicchiata contro la parete, il viso madido di un sudore che non c'entra nulla con la temperatura dell'aria.
Mi inginocchio davanti a lei, lo spazio tra noi annullato. Sfilo lo zaino tattico da una spalla, lo apro e tiro fuori il mio kit medico di emergenza: una scatola stagna verde oliva, graffiata sui bordi. Prendo una piccola torcia tattica, la accendo al minimo della potenza e la incastro tra i denti, per avere entrambe le mani libere.
«Tieni ferma la gamba,» le ordino, la voce un sussurro raschiato.
Meave non ribatte. Afferra un pugno di paglia sporca con entrambe le mani e stringe i denti, preparandosi.
Afferro il lembo della benda che le ho messo ieri. Il tessuto, originariamente bianco, è diventato una crosta rigida, un impasto scuro di sangue, fango e siero. Inizio a srotolarla lentamente. Quando arrivo all'ultimo strato, quello appiccicato direttamente alla carne viva, sento la resistenza del coagulo.
Faccio un respiro profondo e do uno strappo secco.
Meave caccia un gemito di dolore, inarcando il collo all'indietro, e sbatte la nuca contro il legno della parete.
L'odore mi colpisce le narici un secondo dopo. È un odore inconfondibile, dolciastro e marcio, che ti si attacca in fondo alla gola. Avvicino il viso, illuminando il polpaccio con la torcia che ho in bocca.
I bordi dei due fori lasciati dalle schegge di cemento sono gonfi, tesi fino allo spasimo. La pelle circostante è di un viola lucido, innaturale, solcata da striature rossastre che puntano verso il ginocchio. Il muscolo è duro come la pietra e sta spurgando un liquido giallastro. L'infezione sta correndo, veloce.
Tolgo la torcia dalla bocca e la appoggio a terra, puntandola sulla ferita. Prendo un flacone di betadine e un paio di garze pulite.
«Mi dispiace dirtelo... ma è messa abbastanza male,» mormoro, mantenendo il tono clinico, piatto, mentre verso il disinfettante marrone direttamente sulla carne spaccata.
Meave sibila, il corpo attraversato da uno spasmo incontrollabile per il bruciore chimico. Mi fulmina con gli occhi, lucidi di febbre e carichi di un sarcasmo disperato.
«Ma davvero? Vuoi anche dei complimenti? Ti ricordo che sei stato tu.»
Non distolgo lo sguardo dal suo polpaccio. Uso la garza per tamponare i bordi, premendo per far uscire il pus. Lei sussulta di nuovo, piantandomi le unghie nella manica del giubbotto, ma io non alleggerisco la pressione.
«Hai cercato di fottermi, hai corso, io ti ho fermata. Causa ed effetto, Meave. Non faccio sconti a nessuno,» ribatto freddo, senza traccia di pentimento. «Ora però smettila di muoverti, o dovrò tagliarti la gamba.»
Rimaniamo in silenzio per qualche minuto. L'unico suono è lo sfregamento ruvido della garza, il suo respiro corto e il fischio del vento fuori dalle lamiere di Balsam. C'è un'intimità strana in questo momento. Non siamo un predatore e una preda, né due estranei ostili. Siamo solo due relitti che cercano di tenere attaccato un arto.
«Perché sei qui fuori?»
La sua voce rompe la quiete. È bassa, indebolita dal dolore, ma priva di aggressività.
Mi fermo un istante. Tampono l'ultimo rivolo di siero e inizio a srotolare una benda nuova, pulita.
«Sono qui fuori perché dovevo andare ad Asheville,» rispondo, passando la garza dietro il suo polpaccio, sfiorandole la pelle rovente.
«No. Non intendo questo.» Meave sposta la testa, appoggiando la guancia contro il legno, per guardarmi dritto negli occhi. «Nel tuo diario... si capiva che eravate in un posto sicuro. Una scuola. Fortificata. C'era un gruppo numeroso, c'erano recinzioni, turni di guardia. Una comunità. Dopo... dopo quello che è successo a Tessa, avevi ancora un posto protetto. Eppure te ne sei andato. Perché un uomo che sa come funziona questo schifo di mondo sceglie di viaggiare da solo?»
Lego la benda, stringendo il nodo con attenzione per non fermarle la circolazione, ma abbastanza da tenerla ferma. Ripongo il flacone vuoto e le pinze nel kit medico.
Chiudo la scatola con uno scatto metallico che rimbomba nel silenzio del fienile.
Mi siedo a terra, incrociando le gambe di fronte a lei, e mi appoggio con la schiena a un palo di sostegno centrale. La guardo. I suoi occhi verdi, nonostante la febbre, mi stanno scavando dentro, cercando un pezzo di verità in mezzo a tutta la merda che le ho propinato finora.
«Una comunità...» inizio, abbassando lo sguardo verso le mie mani guantate, ancora sporche del suo sangue. Lascio uscire un sospiro lungo, amaro, un rumore che sa di cenere e stanchezza. «La gente pensa che costruire dei muri e coltivare due pomodori sia la salvezza. Ma i muri non tengono fuori l'inferno. Lo chiudono dentro con te.»
Alzo gli occhi su di lei.
«Eravamo in una scuola superiore, sì. Muri alti tre metri, recinzioni rinforzate con il filo spinato. Le aule trasformate in camerate, la palestra usata come magazzino. Sembrava il giardino dell'Eden. Ma quando metti cento persone in una scatola, le risorse finiscono in fretta. E quando le risorse finiscono, inizi a guardare oltre i tuoi muri. Inizi a prendere ciò che serve agli altri.»
Mi passo una mano sulla faccia ruvida, sentendo la barba ispida sotto i guanti.
«Vivere in una comunità significa fare la guerra ogni tre per due. Difendere il perimetro dai predoni, organizzare spedizioni per razziare supermercati che sono già stati razziati da altri, ammazzare disperati per un barile di gasolio o per una scatola di antibiotici. Ero il capo della sicurezza. Ogni volta che aprivo quei cancelli, sapevo che qualcuno dei miei non sarebbe tornato. Ero stanco, Meave. Stanco del sangue, stanco delle decisioni logiche, stanco di giustificare omicidi a sangue freddo dicendo che lo facevamo per la nostra gente.»
Faccio una pausa. Il vento fa scricchiolare la struttura del tetto sopra di noi, come un enorme scheletro di legno che respira.
Mi sporgo leggermente in avanti, appoggiando gli avambracci sulle ginocchia. La mia voce perde il suo proverbiale cinismo, abbassandosi a un tono che non usavo da tempo immemore.
«Ma se devo dirti la verità... se devo essere onesto con te e con me stesso... era per lei. Era per Tessa.»
Pronunciare il suo nome ad alta voce, davanti a un'altra persona, mi provoca una fitta fisica alla bocca dello stomaco. È come ingoiare vetro.
«Dopo che se n'è andata... io non potevo più restare in quel posto. Quella scuola era diventata un cimitero enorme. La vedevo ovunque. Vedevo il modo in cui camminava lungo i corridoi del secondo piano con quel suo maglione troppo grande. Sentivo la sua risata riecheggiare nella mensa quando l'aria era silenziosa. Entravo nella nostra stanza e c'era il suo odore impresso nelle coperte. Ogni singolo muro, ogni mattone, ogni angolo di quel buco di culo mi ricordava che lei era sotto un metro di terra e io ero ancora lì a respirare.»
Fisso il pavimento, stringendo i denti.
«La gente mi guardava con compassione. I sussurri alle mie spalle. Povero Trevis. Hai visto com'è ridotto Trevis? Mi facevano schifo. Facevo schifo a me stesso. Una mattina, mentre il sole sorgeva, ho preso il mio zaino, ho caricato il fucile, ho aperto il cancello principale e me lo sono chiuso alle spalle senza salutare nessuno. Preferisco rischiare di farmi sbranare dai morti là fuori, piuttosto che vivere circondato dai fantasmi là dentro.»
Il silenzio piomba di nuovo tra noi, spesso, pesante, impossibile da ignorare.
Meave mi fissa. La sua espressione è cambiata. Il disprezzo, l'arroganza, perfino la paura... è sparito tutto. C'è solo una silenziosa, profonda comprensione. Sa cosa significa perdere tutto. Lo sa perfettamente.
Si muove impercettibilmente, sistemandosi meglio contro la parete, stringendosi il giubbotto al petto per combattere i brividi della febbre.
«I fantasmi non restano chiusi nei palazzi, Trevis,» sussurra debolmente, chiudendo gli occhi. «Viaggiano con te. Te ne accorgerai.»
Non le rispondo. Mi appoggio di nuovo al palo di sostegno, spengo la torcia e lascio che il buio del fienile ci inghiotta entrambi.
Il mattino seguente il rumore del blocco di legno che viene sollevato dall'esterno mi sveglia molto prima dell'alba.
Ho il fucile imbracciato e puntato verso lo spiraglio del portone prima ancora di aprire gli occhi del tutto. È un riflesso muscolare. Il cervello dorme, ma le mani no. Non dormono più da anni.
