Il pesante portone scorrevole si apre di una trentina di centimetri, con i binari arrugginiti che stridono nel silenzio del mattino. La lama di luce grigia che entra nel fienile è sottile, debole, e in quella luce si profila una sagoma bassa, infagottata in un cappotto di lana scuro, logoro e rattoppato malamente sui gomiti. specifica e rassegnata di chi ha smesso da tempo di avere paura delle cose che terrorizzano gli altri, semplicemente perché le ha già viste tutte.
Abbasso la canna del calibro 5.56 di tre centimetri. Non di più.
La donna entra, spingendo il legno quel tanto che basta per passarci. Ha forse settant'anni, i capelli completamente bianchi raccolti sotto un foulard sbiadito, il viso scavato come la corteccia dei pini qui fuori. Porta un vassoio improvvisato — niente di più che un'asse di legno scheggiato — su cui sono poggiati una singola tazza di metallo smaltato e un piattino con sopra tre biscotti dalla forma irregolare. Dietro di lei, rimasto sull'uscio, c'è suo marito. Il vecchio col fucile da caccia. Tiene le mani ben in vista, lontane dall'arma. Un gesto di resa preventiva.
La donna si avvicina e posa il vassoio sul pavimento sporco di paglia senza troppe cerimonie.
«Ecco qui, latte di capra,» mormora, indicando l'unica tazza. «Non è caldo. Il fuoco non lo accendiamo prima di mezzogiorno, per non far vedere il fumo.» Si raddrizza lentamente, mettendosi le mani sui fianchi ossuti.
«È il latte dell'unica capra che ci è rimasta. È vecchia, mezza cieca e mangia solo sterpaglie. Ne fa a malapena un bicchiere al giorno. A Balsam siamo in dieci. Ogni mattina tocca a una persona diversa bagnarsi le labbra.»
Fisso la tazza. Il liquido all'interno è denso, color avorio. Poi guardo la vecchia.
«E oggi a chi toccava?» le chiedo, con la voce raschiata dal sonno.
«Toccava a me,» risponde lei, sostenendo il mio sguardo senza un'ombra di esitazione.
«I biscotti, invece, li ha impastati la piccola Lily, la nipote del fabbro. Ha usato farina di ghiande e acqua. Sono duri come pietre, ma riempiono lo stomaco.»
Rimaniamo in silenzio. So esattamente cosa sto guardando. Non è un gesto di cortesia. È l'estremo sacrificio in un mondo che ha dimenticato la pietà. Sta dando via le uniche calorie che l'avrebbero tenuta in piedi oggi, per regalarle a due estranei che domani mattina se ne andranno. È folle. È il tipo di generosità che, di questi tempi, ti fa ammazzare in fretta.
Meave è sveglia. È rimasta rannicchiata contro la parete portante, il viso pallido e lucido di sudore per la febbre che le brucia dentro. Quando i suoi occhi mettono a fuoco il vassoio, vedo la sua gola contrarsi. La fame, in questa epoca, è un mostro che ti divora dall'interno, e lei è vuota da giorni.
La donna le si avvicina, accovacciandosi sui talloni con una disinvoltura che smentisce la sua età. Le posa una mano nuda sulla fronte, senza chiedere il permesso.
«Hai la febbre alta,» constata, ritirando la mano.
«Vi porto qualche panno inumidito e un po' di zenzero. Non abbiamo medicine, ma di solito bastano per abbassare la febbre» poi, infila una mano nella tasca.
«Siete giovani. Voi giovani non credete più a niente. Pensate che siccome il mondo è marcito, Dio ci abbia abbandonato.»
Estrae un piccolo oggetto e lo posa sul vassoio, accanto alla tazza. È un santino plastificato, piegato e consumato sui bordi. San Cristoforo.
«Mia nipote dice che Dio è morto insieme alla civiltà,» continua la vecchia, la voce venata di una malinconia pesantissima. «Ma io penso che sia ancora qui. Forse questa è la nostra punizione. Abbiamo fatto troppo rumore, abbiamo preteso troppo, e Lui ci ha tolto la voce per farci ascoltare il silenzio. Ma non ci ha abbandonati.»
Mi scappa un mezzo sorriso amaro, un soffio d'aria dal naso. Abbasso definitivamente il fucile e lo appoggio alla cassa di legno.
«Crede ancora a Dio, signora? La stimo, sul serio. Insomma, guardi dove ci troviamo...» pausa.
«Se esiste, ha senso dell'umorismo piuttosto macabro, il suo Dio,» dico, freddo.
«Ha lasciato che i morti si mangiassero i bambini, pur di darci una lezione?»
La donna si rialza. Mi fissa con i suoi occhi chiari, annacquati dagli anni ma incredibilmente lucidi.
«Il male lo facciamo noi, figlio mio. Non Lui. Questo è per voi. Per la strada che vi aspetta.» Indica il santino.
Il vecchio sull'uscio si schiarisce la gola, rompendo quell'atmosfera surreale.
«Domani mattina. All'alba,» dice, ruvido. «Vi vogliamo fuori dai confini. E non ci saranno altri pasti.»
«Lo so,» rispondo.
I due vecchi si voltano e spariscono oltre il portone, che scorre richiudendosi con un tonfo pesante, lasciandoci di nuovo nella penombra umida. Il rumore del blocco di legno che torna in posizione è la fine della nostra interazione col mondo esterno.
Resto seduto per qualche secondo a fissare il vassoio. Poi guardo Meave.
Cerca di mettersi a sedere dritta, spingendo le mani contro il legno della parete, ma un tremito violento le attraversa le spalle. Cede, scivolando di nuovo giù con un respiro spezzato. È allo stremo.
Mi alzo, sfilandomi i guanti tattici e infilandoli nelle tasche del giubbotto. Mi avvicino a lei.
«Non sforzarti,» mormoro, il tono della mia voce stranamente basso, privo del solito sarcasmo.
Mi inginocchio al suo fianco. Lo spazio tra noi si annulla. Faccio scivolare il mio braccio sinistro dietro la sua schiena, il palmo largo contro la sua scapola, e con un movimento fermo ma cauto la sollevo per farla staccare dalla parete. Meave sussulta. Il contatto è improvviso. In questo mondo non ci si tocca se non per ferire o per rubare. Il calore che sprigiona il suo corpo febbricitante attraversa i miei vestiti, un contrasto netto col gelo del fienile.
Pesa pochissimo. Sotto la giacca infangata, sento la fragilità delle sue costole.
La faccio appoggiare contro il mio petto e la mia spalla. Sento il suo respiro affannato sul mio collo, debole e caldo. Sento l'odore della pioggia, del sudore, ma sotto la sporcizia e l'infezione, percepisco il profumo naturale della sua pelle, qualcosa che sa di giovane e di vivo. È una sensazione prepotente, disarmante. Mi rendo conto, per una frazione di secondo, da quanto tempo non tengo una donna tra le braccia senza l'intento di spezzarle l'osso del collo.
Allungo la mano destra e prendo la tazza di metallo smaltato.
«Bevi,» le ordino dolcemente, avvicinandole l'orlo freddo alle labbra screpolate.
Meave apre gli occhi. Mi guarda dal basso verso l'alto, il viso a pochi centimetri dal mio. C'è un'esitazione nel suo sguardo. Non è abituata a farsi aiutare, e di certo non è abituata a vedermi così... preoccupato.
Apre le labbra e prende un piccolo sorso. Il latte è aspro, forte, ma lei lo manda giù come se fosse il nettare degli dei. Beve di nuovo, questa volta con più foga, le mani tremanti che si alzano istintivamente per stringere le mie dita intorno alla tazza. La sua pelle sfiora la mia. Le sue mani sono ghiacciate.
Quando abbasso la tazza, una goccia bianca di latte le sfugge dall'angolo della bocca, scivolando verso il mento.
Senza pensarci, senza il filtro del cinismo che mi porto addosso come un'armatura, sollevo il pollice nudo e le asciugo la goccia. Il polpastrello ruvido e calloso scorre sulla sua pelle morbida, fermandosi per un battito di ciglia proprio sulla linea del suo labbro inferiore.
Il tempo, dentro quel fienile, si ferma.
Meave trattiene il respiro. Il suo petto è immobile contro il mio braccio. I suoi occhi verdi, resi vitrei dalla febbre, si incatenano ai miei.
Sento il mio battito cardiaco rallentare. Sento il bisogno viscerale, animale, di quel calore. Potrei chinare la testa. Basterebbero due centimetri.
Ma il mondo fuori è morto, e i fantasmi non perdonano.
Ritraggo la mano, spezzando quella bolla di tensione statica che si era creata tra noi. Lentamente, la rimetto a sedere contro il legno della parete, ritirando il braccio da dietro la sua schiena.
Mi volto verso il vassoio, prendo uno dei biscotti impastati dalla bambina e glielo porgo.
«Mangia. Masticalo piano o ti spacchi i denti,» le dico, tornando a fissare il pavimento, chiudendomi di nuovo a riccio.
Meave prende il biscotto. Lo stringe per qualche secondo, tenendo lo sguardo incollato al mio profilo. So che sta cercando di decifrarmi. So che ha sentito esattamente quello che ho sentito io.
«Mangia anche tu, Trevis» sussurra, la voce un filo d'aria.
«Perché ora mi tratti così, dopo avermi quasi uccisa giorni fa?»
«Ne hai più bisogno tu, devi bere e mangiare se vuoi guarire in fretta. Domani non possiamo ripartire, devo inventarmi qualcosa.»
Prendo un altro biscotto, lo spezzo a metà con uno schiocco e lo appoggio sul vassoio.
«E poi se muori di fame, sei pesante da trascinare,» mento, «E io sono troppo stanco per scavare un'altra buca.»
Lei non ribatte. Abbassa lo sguardo sul suo pezzi del biscotto e le sfugge un sospiro debolissimo, un suono malinconico che si perde nel freddo. Morde il biscotto, in silenzio, mentre io mi appoggio al palo centrale, ascoltando il vento che sbatte contro le lamiere di Balsam e il battito del mio cuore, improvvisamente troppo rumoroso.
