Esco fuori dal fienile, richiudendo il portone alle mie spalle per non far gelare Meave. Seguo le indicazioni del vecchio e mi dirigo a nord, oltre il perimetro raffazzonato di lamiere e tronchi. Il rumore dell'acqua in scorrimento è l'unica cosa che rompe il silenzio di tomba di questi boschi.
Ho bisogno di lavarmi la faccia. Di togliermi di dosso la polvere, il sudore di ieri notte e, forse, la sensazione bruciante della pelle di Meave contro le mie dita. Devo resettare il cervello e tornare a essere la macchina di sopravvivenza che mi ha tenuto in vita fino a qui.
Il ruscello taglia una piccola gola tra le rocce. L'acqua è limacciosa, grigia sotto il cielo perennemente coperto.
Mi fermo sul ciglio del dirupo. A una ventina di metri a valle, ci sono due figure.
Una donna sulla quarantina è chinata sulla riva, intenta a riempire una vecchia tanica di plastica gialla, di quelle che si usavano per il liquido dei tergicristalli. I suoi vestiti sono un ammasso di strati infeltriti, troppo grandi per lei. Lo vedo da come la giacca le cade dalle spalle: è magra da fare schifo. Il viso è scavato, le guance rientrate in due ombre scure sotto gli zigomi.
Poco distante da lei, accovacciata nel fango umido, c'è una bambina. Avrà al massimo sei o sette anni... "quella bambina non ha mai visto il vecchio mondo" dico a me stesso, colpito da un forte senso di malinconia. Indossa un berretto di lana troppo largo che le cala sugli occhi, e con una lentezza metodica e silenziosa sta impilando dei sassi grigi e lisci del letto del fiume, creando una piccola torre in bilico.
Il mio petto si contrae, come se qualcuno mi avesse appena piantato un pugno nello sterno.
Resto immobile, nascosto dall'ombra dei pini, a fissare quelle piccole mani sporche di terra che cercano un equilibrio tra le pietre.
Tessa.
Il pensiero mi travolge senza preavviso. Io e lei ne avevamo parlato. Tante notti, chiusi nella nostra stanza dentro quella maledetta scuola, avvolti nelle coperte per combattere il freddo. Volevamo un figlio. Ne parlavamo sottovoce, come se fosse un segreto, ma ogni volta la discussione finiva nello stesso modo: avevamo troppa paura. Mettere al mondo una creatura in un posto dove i morti camminano e i vivi ti sgozzano per una scatola di fagioli ci sembrava un atto di puro egoismo. Pensavamo di avere ragione.
Ma ora, guardando quella bambina gracile che gioca con i sassi in questo inferno, un pensiero atroce mi devasta la mente. Se Tessa fosse rimasta incinta... le regole della comunità le avrebbero impedito di uscire. Le donne in attesa venivano esentate dalle spedizioni di recupero all'esterno. Sarebbe rimasta dentro le mura. Non sarebbe mai salita su quel furgone. Non sarebbe mai andata a cercare scorte in quel maledetto magazzino con me.
Non averle dato un figlio... l'ha condannata a morte.
Faccio un passo avanti, inciampando sui miei stessi pensieri. Il mio stivale schiaccia un ramo secco con uno schiocco che suona come uno sparo.
La donna si gela. Non si volta nemmeno: con uno scatto ferino, afferra la figlia per il braccio della giacca e se la tira contro il fianco, frapponendosi tra lei e il rumore. Solo allora alza la testa verso di me.
I suoi occhi si sgranano. Non c'è sorpresa nel suo sguardo, solo il panico puro, animale, della preda che si ritrova in gabbia col predatore. Si tira indietro, la mano che stringe la bambina trema visibilmente.
Faccio un respiro lento, tenendo le mani lontane dal fucile che ho a tracolla, i palmi aperti verso di lei.
«Ehi,» dico, cercando di ammorbidire il mio tono roco. «Tranquille. Non vi faccio niente. Sono sceso solo per lavarmi.»
La donna non si rilassa di un millimetro. Il suo sguardo scende e sale su di me, facendo un inventario rapido e spietato. Capisco in un istante cosa sta vedendo. A differenza degli uomini di Balsam — scheletrici, curvi, logorati dalla fame — io ho le spalle larghe. Indosso stivali tattici in Kevlar, pantaloni antistrappo multitasche e un giubbotto tattico leggero. E sulla mia faccia... sulla mia guancia sinistra c'è una macchia scura di sangue secco, mio e di chissà chi altro, mischiata al fango. Per lei, io sono l'incarnazione di tutto ciò che là fuori è sopravvissuto a spese degli altri. Sono il lupo.
«Non fare un altro passo,» sibila la donna. La voce le trema, ma è dura, affilata dalla disperazione.
Mi fermo, corrugando la fronte. Non capisco del tutto questa reazione esagerata. In fondo, non ho nemmeno sfiorato l'arma.
«Ti ho detto che non vi tocco,» ripeto, restando sul posto.
«Abbiamo passato la notte nel vostro fienile. Una signora anziana ci ha portato la colazione stamattina. Volevo solo sciacquarmi la faccia e riempire la borraccia.»
La donna stringe la figlia ancora più forte. La bambina mi guarda da sotto il berretto di lana. Non piange, non fa un fiato. Ha imparato presto la prima regola di questo mondo: i bambini rumorosi muoiono in fretta.
«Quelli come te dicono sempre che non faranno niente, prima di prendersi tutto,» risponde la madre, senza distogliere lo sguardo dai miei occhi.
«Siete tutti uguali. Siete forti. L'unico modo per essere forti come te, di questi tempi, è togliere il cibo dalla bocca degli altri. Quindi stattene lì. Fai il tuo comodo, ma non avvicinarti a noi.»
L'accusa è diretta e colpisce nel segno molto più a fondo di quanto vorrei ammettere. "Forte come me". Io sono affamato da giorni, ma rispetto a lei, rispetto a questa comunità di ombre, sono un fottuto privilegiato della catena alimentare.
Annuisco lentamente, accettando il verdetto. Non ho le energie per difendermi. Non da lei.
«Fai come vuoi,» dico, abbassando le mani. Avanzo di qualche metro ma mi tengo largo, scendendo verso l'acqua a una decina di passi di distanza da loro.
Mi inginocchio sulle pietre umide. La corrente è flebile. Mi sfilo il fucile dalla spalla, poggiandolo sulla riva, a portata di mano ma non in posizione minacciosa. Unisco le mani a coppa, rompo la superficie gelida e mi butto l'acqua in faccia. Il freddo è una lama che mi taglia il respiro, ma porta via il sangue secco e la sporcizia.
La donna mi fissa, senza muoversi, aspettando che io finisca per potersene andare in sicurezza. Afferro la mia borraccia di alluminio, svito il tappo e la immergo, guardando le bolle salire in superficie.
«Se la bevi così, ti ammazzerà,» dice all'improvviso la donna, la voce un po' meno tesa, ma ancora guardinga.
Mi volto a guardarla, con l'acqua gelata che mi gocciola dal mento sul giubbotto.
«L'acqua del ruscello? Sembra pulita,» commento, senza troppa convinzione.
«Non è come prima. L'acqua non è più pulita da nessuna parte,» ribatte lei, raccogliendo da terra la sua tanica gialla con l'altra mano.
«Devi filtrarla. Noi usiamo un panno spesso, o della sabbia vulcanica quando la troviamo, oppure la bolliamo. Se la butti giù così com'è, ti verranno i crampi allo stomaco prima di stasera, e la diarrea ti disidraterà.»
Guardo l'acqua dentro la mia borraccia. C'è un leggero deposito terroso sul fondo.
«La farò bollire sul fuoco,» le rispondo, avvitando il tappo e mettendola nello zaino.
«Ho bevuto da ruscelli peggiori di questo. L'acqua non è messa così male. Per farti davvero male, dovrebbero esserci dei cadaveri in putrefazione dentro.»
La donna fa un sorriso che è poco più di una smorfia stanca. Una piega amara agli angoli della bocca.
«C'è un mondo intero in putrefazione a monte, straniero,» dice.
Non aggiunge altro. Fa indietreggiare la bambina, tirandola per la mano. La piccola si gira un'ultima volta a guardare la sua torre di sassi, abbandonata e incompiuta sulla riva del fiume, poi segue la madre verso il pendio, sparendo tra i cespugli di sterpaglie e i pini neri.
Rimango solo, inginocchiato nel fango. Il rumore dei loro passi si allontana fino a spegnersi del tutto. Guardo la torre di pietre. Mi allungo, sollevo un sasso liscio dalla riva e, con un movimento calmo, lo posiziono in cima alla costruzione, completandola.
Poi mi alzo in piedi, mi carico il fucile in spalla e torno verso il fienile, sentendo il peso di questo mondo farsi ogni giorno un po' più insopportabile.
Tornato al fienile, spengo il piccolo fuoco che avevo acceso dietro la carcassa arrugginita di una mietitrebbia, appena fuori dal nostro rifugio. Ho fatto il minimo fumo possibile, giusto il necessario per portare l'acqua della borraccia in ebollizione e uccidere qualunque cosa ci nuotasse dentro. L'ho lasciata sfreddare per una decina di minuti al vento gelido, poi ho riavvitato il tappo e sono rientrato.
Appena richiudo il pesante portone di legno, l'odore dell'aria stagnante mi entra nelle narici. Puzza di paglia e polvere.
Cammino verso l'angolo dove ho lasciato Meave. I miei stivali scricchiolano piano sul pavimento sudicio. Mi basta un'occhiata, anche nella penombra grigiastra del fienile, per capire che la situazione è precipitata.
Meave è rannicchiata su se stessa, le ginocchia tirate al petto per quanto glielo permette la gamba infetta. Trema. Un brivido continuo, profondo, che le fa battere i denti con un ticchettio leggero ma costante. Il suo viso è di un pallore cereo, malaticcio, il sudore che le incolla i vestiti addosso. Ha le labbra spaccate e i contorni degli occhi cerchiati di un viola scuro, come se non dormisse da un mese.
