Mi fermo a due passi da lei, con la borraccia in mano. Sento lo stomaco stringersi in un nodo, ma il mio istinto di sopravvivenza emotiva, quello che mi ha tenuto in vita per anni, alza subito i muri.
«Porca puttana...» mormoro, lasciando cadere lo zaino a terra con un tonfo.
«Se la merda potesse cagare, non avrebbe un aspetto di merda come il tuo, Meave.»
Meave socchiude gli occhi. Le ci vuole un secondo per mettere a fuoco la mia sagoma contro la luce debole che filtra dalle assi. Le sue labbra si muovono, aride.
«Vaffanculo» sussurra, la voce un raschio di carta vetrata, sottile e spezzata dall'affanno. Chiude di nuovo gli occhi, voltando la faccia verso il legno della parete, infastidita.
«Risparmia il fiato, Trevis. Non ho l'energia per ascoltare le tue stronzate oggi.»
Non ribatto. Ha ragione, e le mie parole servivano solo a mascherare il fatto che, vedendola così, ho provato una fitta di puro terrore.
Mi inginocchio accanto a lei. La guardo, analizzando clinicamente i fatti. Non riuscirebbe ad alzarsi in piedi nemmeno se le puntassi una pistola alla tempia. Figuriamoci camminare. Domani mattina non andremo da nessuna parte. È fisicamente impossibile.
«Vieni su,» le ordino, il tono improvvisamente basso, privo di sarcasmo.
Sfilo il guanto destro e le faccio scivolare la mano dietro la nuca. La sua pelle brucia. È un calore innaturale, febbricitante, che contrasta con il freddo ghiacciato delle mie dita appena tornate dal fiume. Meave emette un lamento sommesso quando la sollevo, il collo che le ciondola prima di trovare appoggio contro il mio avambraccio.
Avvicino l'orlo della borraccia metallica alle sue labbra.
«Bevi. È bollita, ma ora è tiepida. Buttala giù piano, a sorsetti.»
Apre la bocca e l'acqua le scivola sulla lingua. Al primo sorso tossisce, uno spasmo che le scuote il petto contro il mio braccio, ma poi si aggrappa alla mia mano che tiene la borraccia e inizia a bere con una disperazione muta. L'acqua le scorre ai lati della bocca, bagnandole il mento e il collo della giacca, ma non la fermo finché non ha bevuto abbastanza da idratarsi.
Quando allontano la borraccia, ansima debolmente, gli occhi lucidi che cercano i miei.
«Non ce ne andremo, vero?» sussurra. È una constatazione, non una domanda. L'ha capito anche lei.
«No. Non faresti dieci metri prima di svenire nel fango,» le rispondo con spietata onestà, riavvitando il tappo e posando l'alluminio a terra.
La rimetto giù con cautela. Mentre la sua schiena tocca di nuovo la paglia, i brividi la assalgono con più violenza di prima. Il contrasto tra la febbre alta e l'aria del fienile la sta distruggendo. I suoi vestiti sono fradici di sudore.
Faccio un respiro profondo e prendo la vecchia coperta militare di lana infeltrita che tengo nello zaino. La srotolo e gliela stendo addosso, rimboccandole i bordi intorno alle spalle e sui fianchi per isolarla dal freddo del pavimento.
«Quei due vecchi ci hanno dato l'ultimatum per domani all'alba,» le spiego, mantenendo la voce ferma, pragmatica.
«Ma hanno fame, e la fame è brutta. Quindi l'unica lingua che capiscono è quella dello stomaco.»
Meave mi guarda, stringendo il bordo ruvido della coperta sotto il mento.
«Tra poco prendo il fucile ed esco a fare un giro nei boschi qui intorno. Caccio per qualche ora,» continuo, sistemando l'equipaggiamento sul mio gilet tattico.
«Se ho culo e riesco a tirare giù un cervo, o anche solo un paio di conigli grassi o un cinghiale selvatico, porto la carne al vecchio. Una decina di chili di carne fresca comprano un bel po' di tempo in un posto del genere. Basterà a farci tenere il fienile chiuso e al sicuro per un altro paio di giorni, finché non ti scende la febbre.»
Lei annuisce in modo impercettibile, troppo stanca per formulare un ringraziamento, ma nei suoi occhi verdi colgo un'ombra di gratitudine disperata.
Si muove per cercare una posizione meno dolorosa per la gamba infetta. Nel farlo, una ciocca di capelli scuri, le cade sugli occhi, appiccicandosi alla pelle umida della guancia.
Resto in ginocchio, sospeso in una quiete che non mi appartiene.
Allungo la mano. Lentamente. Le mie nocche sfiorano la linea del suo zigomo rovente. Con due dita prendo la ciocca bagnata e gliela sposto con delicatezza dietro l'orecchio, liberandole il viso. La mia pelle indugia per un secondo di troppo sulla sua tempia, catturandone il battito accelerato.
Meave chiude gli occhi al tocco, abbandonandosi a quel minuscolo, irrazionale gesto di cura.
«Cerca di non morire mentre sono via,» mormoro.
«Cerca di non farti ammazzare da un coniglio, Trevis,» risponde lei a occhi chiusi, un debole eco di sfida nella voce spezzata.
Mi alzo in piedi. Afferro il fucile, controllo la sicura e mi dirigo verso il portone.
Il bosco mi sputa fuori dopo quasi quattro ore di marcia nel fango. Non è stata una caccia pulita, ma in questo mondo di merda non c'è più spazio per l'eleganza. Ho tre lepri selvatiche appese per le zampe posteriori alla cintura. Il sangue, ormai denso e scuro, mi ha macchiato i pantaloni scendendo a gocce lente fino agli scarponi. Pesano, ma è un peso che significa vita. A Balsam, dove la gente si riempie lo stomaco con farina di ghiande e acqua sporca, quindici chili di carne fresca sono valuta potente.
Supero la linea del perimetro di lamiere e tronchi arrugginiti. Mi fermo a una decina di metri dalla baracca principale, quella da cui esce un filo di fumo grigio, e mi sgancio le lepri dalla cintura.
«Ehi!» un urlo che taglia il silenzio del primo pomeriggio.
«Uscite fuori. Ho qualcosa per voi.»
Non devo aspettare molto. Esce il vecchio di ieri, il fucile a pompa appoggiato sull'avambraccio con finta noncuranza. Dietro di lui, mezza nascosta nell'ombra del portico, sua moglie con lo scialle sbiadito.
Lascio cadere le tre lepri ai piedi dei gradini. Il tonfo delle carcasse contro il terreno è l'unico suono per cinque secondi buoni.
Vedo gli occhi dell'uomo sgranarsi per una frazione di secondo. La fame è un mostro che divora da dentro, e lui sta guardando quelle carcasse come fossero oro massiccio.
«Bisogna aiutarsi a vicenda per sopravvivere» dico, piantando gli occhi nei suoi. «Voi avete fame, Meave ha bisogno di più tempo. Voglio altri due giorni interi nel fienile. Quarantott'ore in cui nessuno si avvicina a quella porta se non è invitato.»
Pesa la situazione. Sa che se si impunta, io mi riprendo la carne e me ne vado, o peggio. Abbassa la canna.
«Due giorni,» grugnisce, con una durezza che nasconde male il sollievo. «Non un minuto di più. E se la ragazza muore lì dentro, la testa gliela spappoli tu prima che si rialzi.»
«Non morirà se ci date una mano.» Sposto lo sguardo sulla vecchia. «Ha la febbre alta, i vestiti fradici. Se glieli lascio addosso, i polmoni le cedono prima ancora che l'infezione le arrivi al cuore. Mi servono panni asciutti. Qualsiasi cosa abbiate.»
L'uomo apre bocca per obiettare, ma la vecchia gli posa una mano sul braccio, zittendolo. Mi guarda con quegli occhi annacquati, poi sparisce nel buio della baracca.
Un minuto dopo torna con un fagotto di stoffa. Scende i gradini con attenzione e me lo porge.
«Tieni. Li userai per abbassarle la temperatura.»
Sotto le mani sento una camicia di flanella pesante, logora ma asciutta, e un paio di pantaloni di tela grezza tagliati male alle caviglie. Insieme, due ritagli di lenzuolo bianco, ingialliti ma puliti.
Poi, con un movimento esitante, la vecchia infila due dita nella tasca del grembiule e mi mette qualcosa nel palmo, sopra i vestiti.
Un frammento nodoso, grigiastro, rinsecchito.
«Zenzero,» mormora, abbassando la voce come si confessa un peccato.
«L'ultimo pezzo che mi è rimasto. L'ho tenuto per le emergenze, ma a noi vecchi non serve più a molto guarire, se non c'è niente da vivere.» Mi punta un dito ossuto contro il petto.
«Schiaccialo. Fallo bollire in un dito d'acqua o faglielo tenere sotto la lingua. Brucia, ma le fa scendere la febbre.»
In quest'epoca, un pezzo di zenzero secco è un miracolo. Non la ringrazio a parole. Faccio un cenno lento con la testa, stringo la radice nel pugno, e mi volto verso il fienile.
Richiudo il portone scorrevole alle mie spalle, spingendo il blocco di legno in posizione. Il buio parziale ci avvolge di nuovo.
Lascio cadere il fucile sulla paglia. Mi sfilo i guanti e verso un po' d'acqua tiepida dalla borraccia in un vecchio secchio di metallo.
Meave non si è mossa. Rannicchiata su un fianco, le braccia strette al petto, il tremito che le scuote le spalle più fitto di stamattina. Ha le palpebre socchiuse, i muscoli del viso contratti dal dolore che le sale dalla gamba.
Mi siedo accanto a lei.
«Meave. Devo toglierti quella roba bagnata.»
Apre gli occhi a fatica. Le pupille sono lucide di febbre, dilatate, ma per un istante mettono a fuoco i vestiti asciutti sulla paglia, e in quell'istante leggo qualcosa che assomiglia a lucidità. Annuisce appena. Non ha la forza per discutere, e forse, in un angolo della testa che la febbre non ha ancora raggiunto, sa che non c'è alternativa.
