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CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 4
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Capitolo 4 di 11 40 min di lettura

Il fienile

L'arrivo a Balsam.

Michael035
3 mesi fa · 666 letture · 0

«Faccio io. Stai ferma.»

Le sfilo la giacca, un braccio alla volta. Sotto, la maglietta e la canotta grigia sono incollate alla pelle, fradicie di sudore. Le passo le mani dietro la schiena per sollevarla quel tanto che basta, e il calore della sua pelle contro i palmi è uno shock che mi risale fino ai gomiti.

Le sfilo la canotta oltre la testa.

Il fienile si fa improvvisamente più silenzioso, come se anche il vento fuori avesse smesso per un momento di premere contro le assi. La luce grigia che filtra dalle fessure del tetto le accarezza la pelle nuda dalla vita in su — le costole appena accennate sotto la tensione della fame, i fianchi stretti, il suo seno sodo, che si muove a ogni respiro. La pelle d'oca le corre lungo le braccia non appena l'aria fredda la tocca. C'è qualcosa di crudo in quella fragilità esposta, qualcosa che non ha niente a che fare con la seduzione, e che per questo mi colpisce ancora più a fondo.

Resto fermo un secondo di troppo.

Non sono un santo. Non lo sono mai stato, nemmeno prima che il mondo finisse. E avere il corpo nudo di questa donna a un palmo dal viso fa scattare qualcosa di primitivo, un calore che si pianta in fondo allo stomaco e che non ha niente a che fare con la ragione.

Mi odio un po', in quel momento. Lei ha la febbre a quaranta forse, una gamba che rischia la cancrena, e io sto guardando la curva delle sue spalle come se fossimo in un'altra vita.

Prendo lo straccio, lo immergo nell'acqua tiepida, lo strizzo.

«Sarà freddo,» la avviso. La voce mi esce più bassa di quanto vorrei.

Appoggio il panno alla base del collo. Meave ha un sussulto, la schiena che si inarca, le dita che si piantano nel tessuto dei miei pantaloni in cerca di un appiglio. Muovo lo straccio lentamente, portando via il sudore acido dalla pelle. Scendo lungo le clavicole, poi nello spazio stretto tra i seni, seguendo la curva dello sterno.

Ogni volta che il panno si sposta, le mie dita nude sfiorano la sua pelle rovente. Il contrasto è quasi elettrico — la mia mano fredda, callosa, segnata dal grilletto e dalla roccia, contro la morbidezza febbricitante dei suoi fianchi.

Meave apre gli occhi.

Non è più confusa come prima. Per un istante, forse per l'acqua fredda sulla pelle, forse per lo sforzo di restare aggrappata a qualcosa di reale, gli occhi le si schiariscono. Mi guarda. Davvero, come se per un momento la febbre avesse allentato la presa quel tanto che basta per lasciarla riemergere.

Sento il suo sguardo sul mio profilo con un peso diverso da quello confuso di poco fa.

Il tempo tra noi si dilata.

Avrei tutto lo spazio del mondo per allontanarmi. Invece resto lì, il panno fermo a mezz'aria, il viso a una distanza che si sta assottigliando senza che io decida davvero di muovermi. Sento il suo fiato corto contro le labbra. Basterebbe piegare la testa di pochi centimetri.

Lo penso. Cristo, lo penso con una chiarezza che mi spaventa.

Voglio sapere che sapore ha la sua bocca. Voglio scoprire se sotto quella febbre che la sta consumando c'è ancora qualcosa che assomiglia al desiderio. Voglio, per una manciata di secondi, dimenticare che fuori da queste quattro assi di legno tarlato c'è un mondo che ci vuole morti entrambi.

Non lo faccio.

Stringo i denti e sposto lo sguardo dalle sue labbra alla ferita che devo ancora medicare. Prendo la camicia di flanella e gliela infilo sulle braccia, una manica alla volta. La sollevo di nuovo per farle scendere il tessuto sulla schiena, sentendo i suoi capelli umidi sfiorarmi il collo, e inizio ad allacciare i bottoni, dal basso verso l'alto. Le dita mi tremano impercettibilmente sopra il suo petto.

Non alzo più gli occhi verso i suoi. Non me lo posso permettere.

Finita la camicia, taglio via la stoffa bagnata intorno alla gamba ferita e le infilo i pantaloni di tela, muovendomi con una cura metodica che non credevo di possedere ancora.

Prendo il pezzo di zenzero. Lo schiaccio con il manico del coltello su una tavoletta di legno finché non si riduce a una pasta fibrosa. Ne prendo un pizzico e torno a sedermi di fronte a lei.

«Apri la bocca. Tienilo sotto la lingua, non masticarlo.»

Lei esegue, sollevando appena la testa. Quando le mie dita le sfiorano le labbra, la sua bocca è calda, morbida, e per un attimo — solo un attimo — le labbra si chiudono intorno alla punta delle mie dita un secondo più a lungo di quanto servirebbe per prendere la radice. Torno sui suoi occhi, ci fissiamo per qualche secondo.

Non so se sta meglio o peggio. Non glielo chiedo.

Lei si sdraia di nuovo. Ritiro la mano. Le tiro la coperta fin sopra le spalle, sistemo lo straccio bagnato sulla fronte. Faccio per alzarmi, per mettere tra noi una distanza di sicurezza che il mio corpo sta reclamando con un'urgenza fastidiosa.

Ma lei mi ferma.

«Aspetta.»

La voce è debole, ma non è più l'incoerenza di prima. C'è una lucidità nuova, faticosamente conquistata, come se avesse raccolto ogni briciola di forza rimasta per pronunciare quella parola con chiarezza.

Mi fermo, a metà tra l'inginocchiato e l'alzato.

Meave allunga una mano da sotto la coperta. Non mi afferra con la disperazione cieca di chi delira. Mi cerca con un movimento lento, quasi esitante, gli occhi aperti e fissi nei miei, come se volesse essere sicura che io capisca che questo — qualsiasi cosa sia questo — lo sta scegliendo lei, adesso, con la testa il più lucida possibile per una donna con quaranta di febbre.

«Resta qui accanto a me,» dice. «Solo un minuto. Non voglio niente. Solo non andartene ancora.»

Guardo la sua mano tesa verso di me.

Potrei dirle di no. Potrei alzarmi, sistemare lo zaino, rimettere tra noi la distanza fredda che ho tenuto per giorni. Sarebbe la cosa intelligente da fare. Sarebbe quello che avrei fatto un mese fa.

Non lo faccio.

Mi abbasso di nuovo, mi metto di fianco a lei. Si solleva con le poche forze rimaste e mi abbraccia. La sento respirare contro la mia pelle: un respiro che trema ma che non solo per la febbre o per la ferita.

Rimango immobile un secondo, i muscoli tesi come corde. Poi lascio cadere le difese.

Alzo le braccia, le avvolgo intorno alla sua schiena. Una mano trova la sua nuca, tra i capelli ancora umidi, e la tengo premuta contro il mio collo con una delicatezza che non sapevo di possedere ancora.

«Sono anni,» sussurra contro la mia pelle, la voce ridotta a un filo, «che nessuno mi tocca senza volermi fare del male. Che nessuno mi guarda come se fossi ancora una persona.»

Una sua lacrima, calda e pesante, mi scivola sul collo.

«Cinque minuti,» continua. «Fingiamo che il mondo fuori da questo fienile non esista, solo per cinque minuti. Poi puoi tornare a essere lo stronzo che sei sempre. Non te lo chiederò mai più.»

Sento qualcosa stringersi nel petto, un nodo che assomiglia pericolosamente a della tenerezza, una cosa che avevo seppellito insieme a Tessa in quel capanno di gennaio e che non pensavo sarebbe più tornata a galla.

Le mie labbra sono a un soffio dalla sua tempia. Sento il suo profumo di febbre, paglia e un sudore, e per un istante lunghissimo e fragile, il desiderio di scendere fino alla sua bocca è quasi più forte della mia volontà di restare fermo.

Ma non lo faccio.

Non perché non lo voglia. Cristo, lo voglio con una fame che non riconosco più. Ma perché lei ha detto cinque minuti, ha detto solo restare, e per la prima volta da quando questo mondo è finito, voglio dare a qualcuno esattamente quello che ha chiesto. Niente di più, niente di meno. Un po' anche per Tessa... Non so se riuscirò mai a superare quell'ostacolo che mi impedisce di affezionarmi a un'altra persona.

Appoggio la guancia contro la sua testa e chiudo gli occhi.

Fuori, il vento continua a spingere contro le assi del fienile, e da qualche parte oltre queste mura di legno marcio c'è ancora un mondo pieno di morti che camminano, di uomini con i fucili puntati. Ma qui dentro, per cinque minuti, esiste solo il calore di due corpi che hanno dimenticato com'è sentirsi vivi.

Restiamo così, incastrati l'uno nell'altra sulla paglia di quel fienile gelato, contando in silenzio i minuti che il mondo ci lascia rubare.

CONTINUA...

___________

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Michael035

Scrivo erotica da poco. Le mie storie partono sempre da una scintilla reale — qualcosa che è successo a me, a chi mi sta intorno o che potrebbe capitare a chiunque nella vita di tutti i giorni. Prendo quella dinamica quotidiana e ci costruisco attorno una trama romantica e intensa, sviluppandola in più parti. Da me non troverete racconti singoli e veloci, ma vere e proprie raccolte e libri da esplorare. Mi piace scavare nella psicologia e nei sentimenti dei personaggi, per poi farli esplodere in una passione erotica travolgente.

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