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CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 10
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Capitolo 10 di 11 33 min di lettura

Siamo noi i morti che camminano

Grazie a chi sostiene questa storia.

Michael035
1 mese fa · 220 letture · 1

Il nostro tempo a Balsam è giunto al termine. Meave ha recuperato abbastanza da poter affrontare un viaggio, la ferita al braccio di Clementine è sotto controllo. Non ci resta molto tempo, sono giorni che il cielo minaccia di nevicare.

Earl è fermo a un paio di metri di distanza, le mani sprofondate nelle tasche della giacca di fustagno. Accanto a lui, sua moglie stringe uno scialle sulle spalle, il volto scavato in un'espressione che oscilla tra il sollievo di vederci andare via e la stanchezza cronica di chi sa che domani dovrà rifare gli stessi calcoli di ieri per sopravvivere. Sul portico più vicino, l'altro uomo che ci ha fermati per strada giorni fa alza due dita dalla canna dell'arma in un cenno che assomiglia quasi a un saluto. È il massimo che si possa ottenere da queste parti per degli estranei in partenza.

Non ci sono grandi discorsi d'addio. Non esistono più, in questo mondo.

«Ecco, prendete. Per il viaggio,» dice Earl, la voce raschiata dal freddo. Ci ha offerto della carne essiccata da qualche giorno.

«Ci hai aiutato molto, Trevis, te ne siamo grati. Che Dio vi aiuti. Spero che riusciate a trovare quel posto, perché non è rimasto molto altro.»

«Stammi bene, Earl. Tieni al sicuro questo posto e la tua gente.» rispondo.

Sua moglie si fa avanti di un passo, qualcosa di stretto nel pugno. Prende la mano di Meave senza chiedere permesso e le lascia cadere nel palmo un sacchetto di stoffa leggero.

«È un po' di achillea essiccata,» dice. «Per quando la gamba ricomincia a farti male sulla strada. Togli la fasciatura vecchia e fai degli impacchi con questa. Ti darà un po' di sollievo.»

Meave la ringrazia con un cenno del capo, più sorpresa dal gesto che dal contenuto.

Da dietro la gonna di Jessica sbuca Lily, il berretto di lana calato quasi sugli occhi, e resta a fissare Clementine con la curiosità di chi non vede spesso qualcuno vicino alla propria età. Clem la guarda un istante, poi la saluta con una mano e un sorriso. Lily si ritira dietro la gonna della madre, ma continua a sbirciare finché non saliamo tutti in macchina.

Mentre mi giro verso la portiera del guidatore, Jessica lascia il portico e mi raggiunge a passo svelto, superando Earl e sua moglie. Si ferma a un palmo di distanza.

«Questi sono per Clem,» dice, porgendomi un piccolo flacone che tintinna di pastiglie. «Amoxicillina, quello che mi restava. Se dovesse peggiorare durante il viaggio, due al giorno finché non finiscono. D'altronde sei tu quello che ha rischiato per procurarle.» Solo dopo aver chiuso l'argomento pratico, la voce le si abbassa, si fa più privata.

Alza la mano e me la posa sull'avambraccio. Il contatto è breve, ma resta un secondo più del necessario.

«Se quel posto non esiste più, o è impossibile da raggiungere...» dice, piano, abbastanza sottovoce da non superare lo spazio tra noi due. «Potete sempre tornare qui, a mio padre ci penserò io.»

Silenzio.

«Sopravvivi, Jessica,» rispondo, ritraendo il braccio con gentilezza, senza lasciare spazio a fraintendimenti davanti a tutti. «E tieni al sicuro quella bambina.»

Annuisce, fa un passo indietro. Per un istante il suo sguardo scivola oltre di me, verso Meave, già seduta nell'abitacolo. Qualcosa nella sua espressione si fa più professionale.

Dall'altra parte del SUV sento lo scatto metallico della portiera del passeggero. Meave l'ha aperta e richiusa con una forza superiore al necessario. Faccio il giro e salgo al posto di guida.

Quando inserisco le chiavi nel quadro, Meave ha lo sguardo fisso sul parabrezza, la mascella contratta in una linea dura.

«Che gentiluomo che sei, Trevis,» dice, senza guardarmi, allacciandosi la cintura con un gesto brusco. «Puoi sempre chiederle di venire con noi se ti dispiace lasciarla qui.» Una pausa breve, il tono che scende di un grado, tagliente come una lama sottile. «Con me invece...» si ferma ancora. «Sei sempre nervoso, mi urli addosso e mi dai della viziata.»

Non rispondo subito. Ingrano la marcia. «Mi stava dando delle medicine per Clem e per te, Meave.»

«Certo.» Guarda fuori dal finestrino, il profilo teso. «Ma per prendere delle medicine non c'è bisogno di spogliare una persona con gli occhi..»

Non aggiungo altro. Meglio lasciare che l'argomento muoia nel rumore del motore piuttosto che dargli ossigeno.

Clementine, rannicchiata sul sedile posteriore, incontra il mio sguardo nello specchietto retrovisore per un secondo, poi decide saggiamente che il finestrino è un posto molto più sicuro dove guardare. Il SUV si muove pesantemente nel fango, lasciandosi il cancello di lamiera di Balsam alle spalle.

Il viaggio procede in silenzio, rotto solo dal rumore del motore e da quello degli pneumatici sull'asfalto. Meave tiene la gamba fasciata distesa il più possibile, ma il fatto che riesca a muoversi senza sembrare sull'orlo dello svenimento le ha restituito un po' di quel piglio di arroganza che sembrava essersi spento nei giorni di febbre.

La vera doccia fredda arriva un'ora e mezza dopo. Man mano che ci avviciniamo al raccordo per Asheville, l'Interstatale 40 si trasforma da strada deserta a cimitero. Comincio a rallentare a centinaia di metri di distanza, il piede sul freno che preme quasi da solo mentre il quadro davanti a noi prende forma.

La carreggiata è sbarrata da un muro invalicabile di blocchi di cemento armato messi di traverso. Dietro i blocchi, i resti anneriti di almeno tre Humvee militari e un paio di camion da trasporto truppe occupano letteralmente ogni corsia. Matasse di filo spinato arrugginito collegano i veicoli tra loro. Su un cartello verde sospeso sopra la strada, qualcuno ha spruzzato con una bomboletta rossa, a caratteri cubitali:

"INFECTED AREA — TURN BACK"

"AREA INFETTA — TORNATE INDIETRO"

Mi avvicino ancora un po' e spengo il motore. Il silenzio dell'Interstatale è spettrale.

«Hanno sigillato la città,» mormoro, valutando la situazione con l'occhio abituato ad analizzare i colli di bottiglia. «Quando hanno capito che non potevano più contenerli, l'esercito ha bloccato le arterie principali per evitare che l'infezione o l'esodo di massa si riversassero sulle statali.»

«Possiamo forzarlo?» chiede Meave, sporgendosi in avanti.

«No. Ci vorrebbe un carro armato per passare lì in mezzo. Restare incastrati qui significa fare da bersaglio per chiunque si nasconda nei boschi ai lati della strada.» Guardo l'indicatore della benzina sul cruscotto: la lancetta galleggia pericolosamente vicino alla riserva. «E non abbiamo carburante per tentativi a vuoto.»

Slaccio la cintura di sicurezza.

«Aspettate qui,» dico, aprendo la portiera. «Vado a vedere se c'è qualcosa da recuperare.»

«A fare cosa?» sbuffa Meave, la voce subito carica di quella nota graffiante che mi fa tendere i muscoli del collo. «Speri che l'esercito abbia lasciato un cesto di benvenuto? Guardati intorno, Trevis. Non c'è niente.»

Scendo senza guardarla.

«Se c'è anche solo una goccia di carburante in quei bestioni, ci serve. Per tua informazione, le pompe di benzina non funzionano più.»

Mi avvicino al muro di cemento, gli anfibi che scricchiolano sull'asfalto spaccato. L'odore dolciastro e metallico della morte aleggia ancora tra le carcasse dei veicoli e tra i corpi di centinaia di erranti a terra. Sbircio dietro i Jersey. Come immaginavo, i tappi dei serbatoi dei camion militari sono svitati, i bocchettoni spalancati. Chiunque sia passato di qui prima di noi ha prosciugato tutto fino all'ultima goccia.

Avanzo verso il primo Humvee blindato, incastrato di traverso contro il blocco di cemento. Lo sportello del guidatore è accostato. Lo apro con uno strattone, e l'odore stantio di polvere e sangue essiccato mi investe.

Al posto di guida c'è un cadavere in uniforme mimetica. È poco più di una mummia secca, la pelle tirata sulle ossa come pergamena scura. Il cranio è reclinato all'indietro contro il poggiatesta, il foro di uscita di un proiettile ha fatto saltare la parte posteriore dell'elmetto in kevlar. Sul collo e sulla spalla sinistra, la stoffa è strappata, rivelando il cratere frastagliato di un morso. Chi è passato prima di noi non si è fatto scrupoli: gli hanno portato via il gilet tattico, le munizioni, la pistola, persino gli scarponi. Lo hanno lasciato qui a marcire con i calzini logori.

Tuttavia, tra i sedili, coperto da un grande strato di polvere e cenere, noto un piccolo taccuino dalla copertina verde. Un diario militare. Lo raccolgo e lo apro. Le pagine sono rigide, alcune macchiate da impronte scure.

Sfogliando, trovo un lungo paragrafo scritto con una grafia nervosa e spigolosa:

*

14 APRILE 2090

Asheville è caduta da anni ormai.

L'hanno bombardata quartiere dopo quartiere, convinti che sarebbe bastato a rallentare l'avanzata. Non è servito a niente.

Di quella città non è rimasto altro che un cimitero a cielo aperto.

Il resto del mio plotone ha ceduto da anni ormai. Hanno preso due Humvee e sono partiti verso ovest. Io non li ho fermati.

Io sono rimasto. Non ho un posto dove andare e casa mia, a Portland, è troppo lontana.

Continuerò a presidiare questo accesso finché ne avrò la forza, cercando di impedire a chiunque di entrare.

Ci sono solo io e il mio diario. Mi aiuta a sentirmi meno solo.

Ho recuperato una bomboletta di vernice rossa e sulla strada ho scritto un avvertimento, così che, anche quando non ci sarò più, il mio gesto possa far tornare indietro chiunque arrivi fin qui.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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