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CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 10
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Capitolo 10 di 11 33 min di lettura

Siamo noi i morti che camminano

Grazie a chi sostiene questa storia.

Michael035
1 mese fa · 220 letture · 1

INFECTED AREA – TURN BACK

Se qualcuno leggerà questo diario, datemi retta.

Non entrate ad Asheville.

Non c'è più nessuno da salvare.

Quella città appartiene ai morti.

*

«Sbrigati, Trevis!»

La voce di Meave, acida e impaziente, mi arriva alle spalle, rompendo il silenzio sacrale di quell'abitacolo. Stringo i denti. La ignoro e vado all'ultima pagina del diario, macchiata di sangue secco. Le parole sono scritte in modo disordinato, come se la mano che reggeva la penna tremasse violentemente.

*

21 SETTEMBRE 2091

Mi hanno morso mentre respingevo una piccola mandria di stronzi senza meta.

La febbre sale in fretta. Sento bruciarmi le vene. Le mani cominciano a tremare. So già che è finita, i medicinali non servono a un cazzo.

Non proverò a scappare.

Anche se non fossi stato morso, non saprei dove andare. Tornare a Portland non avrebbe senso.

Mia... Eliot... amori miei...

So che non siete più nella nostra bellissima casa a Portland ad aspettarmi, probabilmente siete scappati anche voi per sopravvivere. In questo mondo le persone non aspettano. Continuano a camminare, oppure muoiono.

Mi piace pensare che, anche in un mondo di merda come questo, voi siate al sicuro... felici da qualche parte anche senza di me. È un mondo troppo grande per sperare di ritrovarvi.

Spero soltanto che qualcuno si sia preso cura di voi quando io non ho potuto farlo.

Vi penserò fino all'ultimo respiro.

Vi amo.

*

Chiudo il libretto. Sento un nodo di piombo formarsi nella gola. Questo soldato non è morto scappando. Ha scelto di restare in questa trincea di cemento armato per mettere in guardia degli sconosciuti, mentre i suoi compagni se la davano a gambe. Ha fatto il suo dovere fino all'ultimo respiro, rinunciando persino al miraggio egoistico di attraversare il paese per cercare la sua famiglia che, quasi certamente, era già perduta.

«Oh, per l'amor del cielo!» sbotta Meave a voce più alta. Mi volto appena e la vedo appoggiata allo sportello del SUV, le braccia incrociate. «Hai trovato una bacchetta magica in quel rottame o stai solo giocando all'archeologo? Fa un freddo da cani e non abbiamo carburante. Muoviamoci!»

«Vuoi stare zitta per un minuto, cazzo? Dato che non fai un cazzo di niente, almeno abbi la decenza di tenere quella fogna chiusa per una volta,» sbotto, voltandomi verso di lei.

La rabbia mi accende un fuoco freddo sotto la pelle. Infilo il diario nella tasca interna del mio giaccone. Poi guardo il corpo spolpato del soldato. Non lo lascerò così, come un pezzo di carne inutile razziato dagli avvoltoi. Non se lo merita.

Afferro il cadavere per le ascelle. Pesa pochissimo ormai. Lo tiro fuori dall'abitacolo con delicatezza, apro lo sportello posteriore e lo distendo sui sedili. Gli incrocio le mani sul petto. Al collo porta ancora la sua dog tag. La prendo tra le dita e leggo il suo nome: Michael Carter. Per un istante non vedo un cadavere. Vedo un uomo che è rimasto al suo posto quando tutti gli altri se ne sono andati.

Lascio cadere la piastrina contro il petto e mi tiro indietro.

Sul retro dell'Humvee recupero un telo cerato verde militare. Lo srotolo e lo stendo sopra di lui, coprendo quel viso scarnificato, la divisa strappata, la dignità violata da chi gli ha rubato persino le scarpe.

Faccio un passo indietro. Mi metto sull'attenti, i tacchi che battono insieme in un ticchettio sordo. Sollevo la mano destra alla fronte in un lento e rigido saluto militare. Un gesto silenzioso, ma per quanto inutile, è l'unica cosa che posso fare per onorare la sua vita.

«Che tu possa finalmente trovare pace.» dico sottovoce.

Abbasso la mano. Chiudo la portiera e mi incammino a grandi passi verso il SUV.

Quando arrivo, Meave ha un'espressione che è un misto tra lo sdegno e la provocazione. Mi squadra dall'alto in basso, un angolo della bocca piegato in un sorriso amaro e sottile.

«Che scena commovente,» dice, la voce intrisa di un sarcasmo calcolato per fare male. «Gli hai lasciato anche dei fiori o hai solo pregato per la sua anima? Perché mentre tu perdi tempo a seppellire eroi morti che non te l'hanno chiesto, noi siamo qui vivi, a secco di benzina e bloccati in mezzo al nulla. Sei davvero un bravo soldatino. Vuoi costruire un santuario per ogni cadavere che incontriamo, o possiamo andare avanti?»

I muscoli della mia mascella scattano, duri come la pietra. I pugni mi si stringono lungo i fianchi, le nocche bianche. Respiro a fondo, trattenendo l'impulso di sbatterla contro la fiancata della macchina per zittirla.

«Sali in macchina, Meave, e non dire un'altra parola,» ringhio, passandole accanto.

Non rispondo alle sue provocazioni, ma qualcosa si incrina irrimediabilmente. Apro la portiera e mi metto al volante, ingranando la marcia prima ancora che lei abbia chiuso lo sportello, con la mente ormai fissata su come aggirare Asheville e con un carico di rabbia repressa che aspetta solo una scintilla per esplodere. Faccio inversione e prendo la prima uscita disponibile. Guardo lo specchietto retrovisore: Clementine dorme e si tiene il braccio. Guidiamo per un'altra decina di miglia su strade provinciali contornate da boschi fitti, finché non incrociamo i confini del piccolo comune di Clyde. Poco più di una striscia di case di legno, qualche capannone, e all'incrocio principale un vecchio minimarket con tre pompe di benzina arrugginite nel piazzale.

Accosto vicino a tre auto abbandonate, lasciando il motore acceso ancora qualche istante mentre scrutiamo i dintorni. Le vetrine del negozio sono polverose, in parte incrinate, ma la porta sembra intatta. Nessun movimento. Nessun rumore.

«Ci fermiamo qui,» annuncio, spegnendo l'auto. «Ci serve una mappa cartacea per aggirare Asheville dalle colline, e ci serve benzina. Le pompe sotterranee saranno morte senza elettricità, ma quelle tre auto potrebbero avere ancora qualcosa nei serbatoi.»

Scendiamo. L'aria morde subito il viso. Mentre estraggo dal bagagliaio un tubo di gomma e una tanica vuota, noto una bottiglia di soda schiacciata contro il marciapiede accanto alla pompa più vicina, l'etichetta scolorita da anni di sole. La raccolgo e la scuoto per liberarla dalla terra secca.

Sfilo il coltello dalla fondina sulla coscia. La lama, affilata ogni settimana con la stessa pietra da anni, taglia la plastica con un unico gesto netto, poco sopra l'etichetta, separando il fondo trasparente dal collo della bottiglia. Mi resta in mano una specie di piccola coppa, abbastanza profonda da contenere un campione di liquido.

Rinfodero il coltello. Clementine si è avvicinata nel frattempo, la giacca abbottonata fino al mento, la fondina della pistola ben in vista sul fianco.

«Posso occuparmene io,» dice, indicando i serbatoi delle tre auto. «James mi ha insegnato a infilare il tubo e aspirare senza ingoiare niente. Ma la parte su come capire se la benzina è ancora buona non l'ho mai fatta da sola. Mi diceva solo che a volte invecchia e ti rovina il motore.»

Mi fermo, sorpreso in positivo. È la prima volta che si offre di gestire qualcosa di pratico per il gruppo senza che nessuno glielo chieda.

«Ha ragione,» le dico, porgendole il tubo e la mezza bottiglia tagliata. «La benzina senza additivi si degrada nel tempo. I componenti più leggeri evaporano per primi, e quello che resta si addensa, diventa gommoso.» Indico la coppa improvvisata. «Aspiri un po' di liquido dal serbatoio, ne versi un dito qui dentro, e la guardi controluce. Se è chiara, dorata, quasi come miele diluito, va bene. Se invece è scura, ambrata fino al marrone, o se vedi qualcosa che galleggia sul fondo, quella lasciala perdere.»

Clementine annuisce, gli occhi che seguono ogni mio gesto con la stessa concentrazione che ha usato per farsi ricucire il braccio.

«E l'odore?» chiede. «Mi diceva sempre di annusare tutto.»

«Aveva ragione anche su quello. La benzina buona ha un odore secco, pungente, quello classico. Lo avrai sentito sicuramente. Se invece senti qualcosa di dolciastro, o che assomiglia alla vernice, quella è andata a male — ti rovina gli iniettori nel giro di poche miglia.» Faccio una pausa. «E se noti due strati distinti nella coppa, uno sopra l'altro che non si mischiano, vuol dire che c'è dell'acqua condensata nel serbatoio. Si deposita sotto la benzina. Anche in quel caso, lascia perdere.»

«Ok, ok. Capito!» risponde lei, come se stesse fissando le parole in un elenco mentale.

Faccio un passo indietro, indicandole lo spazio aperto del piazzale. «Resta qui fuori. Controlla i serbatoi, ma tieni sempre un occhio sulla strada. Fai da vedetta. Se vedi o senti qualcosa che non ti convince, fischia. Se è grave, spara in aria. Noi siamo dentro.»

Clem annuisce di nuovo e si dirige verso la prima auto, muovendosi con un'efficienza silenziosa che ha qualcosa di stranamente rassicurante, per la sua età.

Meave è già vicino all'ingresso del negozio. Ha osservato tutta la scena, lo scambio tra me e Clementine, in silenzio. Quando la raggiungo, i suoi occhi verdi sono difficili da leggere, ma la mano che stringe i suoi vestiti è troppo tesa per essere solo stanchezza.

Spingo la porta a vetri. La campanella sopra lo stipite è stata strappata via tempo fa. L'odore di aria viziata, polvere e carta ammuffita ci investe subito. L'interno è in penombra, gli scaffali metallici per lo più svuotati, rovesciati a terra come costole di qualche grosso animale spolpato. Dietro il bancone sfondato si intravede una porta semiaperta verso l'ufficio del gestore. Il posto giusto per cercare una mappa autostradale o vecchi inventari.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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