Sfilo la pistola dalla fondina, faccio cenno a Meave di restarmi dietro. Scivoliamo insieme nel buio del minimarket.
L'interno del retrobottega è un buco cieco che odora di topo e cartone marcio. La luce del giorno filtra a stento attraverso gli scaffali ribaltati. Avanzo con la pistola spianata, faccio scorrere lo sguardo su ogni ombra prima di abbassare l'arma. Non c'è nessuno.
Comincio a frugare dietro il bancone dell'ufficio, spostando scartoffie ingiallite e un registratore di cassa sventrato, in cerca di un espositore di mappe locali. Meave si appoggia allo stipite della porta, il respiro un po' corto per lo sforzo.
«Le hai dato in mano la nostra unica via di fuga,» dice, la voce bassa per non farsi sentire fuori. «Ti rendi conto? Se succede qualcosa là fuori, quella ragazzina ha praticamente le chiavi in tasca, e noi siamo chiusi qui dentro a rovistare tra le scartoffie. Potevi invertire i ruoli almeno.»
«Ha una pistola e sa usarla meglio di quanto sai usarla tu.» Forzo un cassetto incastrato con un colpo secco. «Le ho dato ordini precisi. Si sta rendendo utile, Meave. Lasciala fare.»
«Si sta rendendo indispensabile ai tuoi occhi. Che non è la stessa cosa.» Fa un passo verso di me, poi si ferma, come se dovesse decidere se dire il resto o no. «Cazzo, Trevis, non ti fidi di nessuno, ma con lei abbassi la guardia come un dilettante. Non è tua figlia. Se non apri gli occhi ci farà ammazzare entrambi.»
«Smettila, Meave, usa quel cazzo di cervello per una volta. Lei almeno si sta rendendo utile, tu non ti degni di cercare neanche una cazzo di mappa. Io non sono il tuo babysitter, quindi renditi utile oppure togliti dai coglioni.»
Il colpo la centra, lo vedo. Ma non demorde. Sa che ho ragione.
«Ma certo... il soldato dà ordini da eseguire, prende decisioni per tutti e tre senza chiedere, e poi ti aspetti che stiamo zitte e ti ringraziamo pure?»
«Non ti sto chiedendo di ringraziarmi.»
«No.» Fa un altro passo, più vicina adesso. «Mi stai chiedendo di fidarmi di una ragazzina di quattordici anni, solo perché ti fa sentire meglio guardarla mangiare.» Il fiato le si fa corto. Quando riprende, la voce è scesa, si è fatta più densa, più pericolosa. «Almeno sii onesto su quello che stai facendo con lei. Non è utilità. È che ogni volta che la guardi speri di riuscire, questa volta. Di non fallire di nuovo come hai fallito con Tessa.»
Il mondo si ferma. Sento di nuovo quel ronzio nelle orecchie che spazza via ogni altro rumore.
Faccio due falcate, la afferro per i baveri del giaccone con entrambe le mani e la sollevo di peso, scaraventandola contro lo scaffale metallico alle sue spalle. L'impatto è violento. Il metallo stride, vecchi barattoli e flaconi vuoti precipitano a terra con un frastuono secco.
Le blocco le spalle contro il ferro, il viso a due centimetri dal suo. Il respiro accelera, l'adrenalina che mi pompa nelle tempie.
«Dovevo lasciarti in quella segheria,» ringhio, la voce ridotta a un raschio velenoso. «Dovevo lasciarti crepare lì dentro.»
Meave non sbatte le palpebre. Non indietreggia. Il suo respiro si mischia al mio, affannoso e caldo.
«Hai avuto tante occasioni per lasciarmi sola,» dice, il fiato che le trema, il viso a un soffio dal mio. «Alla segheria. Nel fienile con la febbre. Stanotte, se avessi voluto farlo davvero. Ma non l'hai mai fatto, Trevis. Quindi non provare a fare il duro adesso!»
La tensione tra noi è densa. Guardo la sua bocca, e per un secondo, un solo maledetto secondo, la linea tra la rabbia cieca e il bisogno primordiale di spegnerla in un altro modo si assottiglia fino quasi a sparire.
Poi, dal piazzale, un fischio acuto lacera l'aria.
Fweeeet. Una pausa. Poi un secondo, più lungo, disperato.
Fweeeeeeeet.
La bolla scoppia. Lascio la presa sul giaccone di Meave con una spinta brusca, staccandomi da quel vortice. Mi volto, sfilando la pistola dalla fondina in un unico movimento.
«Fuori,» ordino, correndo verso l'ingresso.
Spalanco la porta a vetri. La luce grigia mi colpisce insieme al gemito gutturale e inconfondibile della morte che cammina. Il rumore del motore, unito al tonfo degli scaffali dentro il negozio, ha richiamato l'attenzione. Non è un'orda enorme, ma sono sette o otto, sbucati dai vicoli laterali e dal bosco dietro il distributore. Si stanno muovendo verso il piazzale.
Clementine è indietreggiata fino alla fiancata del SUV. Ha la pistola sollevata a due mani, gli occhi spalancati ma concentrati, il respiro corto. Sta valutando il più vicino, ma sa perfettamente che uno sparo adesso ne richiamerebbe una dozzina in più da tutta Clyde, e la benzina non è ancora nel nostro serbatoio.
«Clem, non sparare se non è necessario!» urlo, correndo verso il centro del piazzale.
Mi avvento sul primo errante, un uomo massiccio con la mascella mezza staccata che pende su un lembo di pelle grigia. Gli afferro la spalla e pianto la lama di Tessa dritta sotto il mento, spingendo verso l'alto finché non sento l'osso del palato cedere. Lo spingo via come un sacco vuoto. Il secondo mi arriva da sinistra. Mi abbasso sotto le sue braccia putrescenti, gli pianto un calcio nel ginocchio marcio per sbilanciarlo, e quando crolla in avanti gli affondo la lama nella tempia con un colpo secco, verticale.
Vicino al SUV, Clementine ne sta affrontando un altro che le taglia la strada troppo in fretta perché possa arretrare ancora senza restare intrappolata contro la fiancata del veicolo. È più alta di lei di una testa buona, le braccia già tese in avanti.
Clem non spara. Abbassa il baricentro con un movimento che ha ripetuto in testa chissà quante volte, e scaglia un calcio secco contro la caviglia dell'errante, esattamente dove l'articolazione è più debole. La donna cade non avendo più l'appoggio della gamba. Il corpo precipita a terra.
Non esita. Sfila dalla fondina il coltello che porta con sé e lo pianta dritto nel cranio con tutto il peso del braccio, prima che l'errante riesca a rialzarsi. Il corpo giace ai suoi piedi.
Sento Meave uscire dal negozio dietro di me. Zoppica, ma impugna un tubo di ferro. Si posiziona sul fianco destro e colpisce la testa di un errante, abbastanza forte da ucciderlo.
Ma il terreno del piazzale è pieno di crepe e dislivelli, e la sua gamba non è guarita del tutto. Mentre tenta di ritrarsi dall'affondo di una donna infetta che indossa ancora i brandelli di un camice, il piede di Meave scivola su una chiazza d'olio. Cerca di fare perno sulla gamba ferita, ma questa cede sotto il peso. Sbanda all'indietro. Lo stivale sbatte contro lo spigolo di cemento dell'isola della pompa di benzina.
Un grido di puro dolore le sfugge dalle labbra. Cade pesantemente sulla schiena, mentre il coltello le scivola dalle dita e rimbalza sull'asfalto. L'errante non perde un secondo: con un ringhio gorgogliante si lascia cadere con tutto il peso sulle ginocchia e prova ad afferrare Meave.
Mi giro di scatto. Vedo la scena con una lucidità agghiacciante: Meave a terra, le mani premute contro il petto e il collo del mostro, nel tentativo disperato di tenere quella mascella scattante lontana dal viso. Ha i muscoli del collo tesi allo spasimo e gli occhi sgranati nel terrore.
Sono a tre metri da lei. Ho il coltello in mano. Potrei raggiungerla in due passi.
Ma per un battito di ciglia non mi muovo. Gli anfibi restano incollati all'asfalto. Il trauma di Tessa mi torna in mente in quel peeciso istante. Il buio che ho dentro prende il sopravvento, paralizzandomi per una frazione di secondo che dura un'eternità.
È un millesimo di secondo di puro vuoto. Ma in questo mondo un millesimo di secondo basta per morire.
La faccia del mostro si avvicina a quella di Meave. Lei urla il mio nome, la voce rotta dalla fatica.
«TREVIS!!»
Il boato di un colpo d'arma da fuoco mi esplode nei timpani.
BANG.
Non sono stato io. L'errante sopra Meave viene sbalzato di lato, colpito in pieno alla spalla destra. Non un colpo alla testa, ma l'impatto del proiettile rompe l'equilibrio del mostro, strappandogli via un pezzo di clavicola in una nuvola di sangue.
Guardo oltre l'isola di cemento. Clementine ha le braccia ancora tese, la pistola che fuma nell'aria gelida. Ha sparato. Avendo capito che non avrei fatto in tempo, o che non mi stavo muovendo affatto, ha preso la decisione al posto mio.
Quello sparo mi risveglia improvvisamente. Lo shock toglie forza al mostro e Meave, con un ringhio disperato, lo scaraventa di lato. Si butta a carponi, gli afferra la testa e la sbatte ripetutamente contro l'asfalto fino a ucciderlo.
Il silenzio piomba sul piazzale, rotto solo dall'eco dello sparo che rimbalza sulle colline intorno a Clyde. Gli altri erranti sono tutti a terra.
Meave rimane in ginocchio per un momento, ansimando, il petto coperto di sudiciume e liquido nerastro. Poi alza la testa. I suoi occhi verdi si piantano nei miei, e dentro non c'è più niente della tensione elettrica del retrobottega. C'è solo qualcosa di freddo e assoluto, la certezza di chi ha appena visto l'abisso guardare dentro di sé.
Si alza in piedi, stringendo i denti per ignorare il dolore alla gamba. Zoppica pesantemente verso di me, superando Clementine che si avvicina a passi cauti dal SUV senza dire una parola. Quando mi è di fronte, mi colpisce il petto con entrambe le mani, una spinta che mi fa fare mezzo passo indietro.
