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Erotika
CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 9
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Capitolo 9 di 11 29 min di lettura

Non fidarti di nessuno

La presenza di Clementine non convince Meave, che teme possa rappresentare un pericolo per il gruppo. Mentre la tensione cresce, Trevis si trova costretto a scegliere quanto è disposto a rischiare per proteggere una ragazza che conosce appena.

Michael035
2 mesi fa · 368 letture · 1

La poca luce rimasta sta scomparendo dietro la cresta dei monti quando la nostra auto imbocca l'ultima curva della strada sterrata. Prima di lasciare Sylva sono tornato al retrobottega a recuperare il resto della scatola di lattine, ignorando ancora una volta il fetore dei frigoriferi. Ogni caloria disponibile vale il prezzo di qualche minuto di nausea.

Spengo il motore a pochi metri dal cancello di lamiere di Balsam. Il freddo entra nell'abitacolo nel giro di pochi secondi, mordendo le dita che fino a un istante fa stringevano il volante.

Scendo con la scatola di cartone incastrata sotto il braccio sinistro. Clementine mi segue a un paio di passi, rannicchiata nel suo piumino celeste, il cappellino calato sugli occhi. Ma anche così, anche stremata com'è, i suoi occhi non si fermano un secondo. Scansionano il perimetro di lamiere e tronchi appuntiti, si spostano sul cancello, contano le uscite, si posano sui due uomini che sorvegliano dal portico più vicino con i fucili in braccio. Lo fa senza rendersene conto, immagino. È diventato un riflesso, come respirare.

Earl ci viene incontro lungo il sentiero fangoso, il fiato che gli condensa davanti alla bocca. Quando i suoi occhi cadono sulla scatola, le sopracciglia gli si alzano di qualche millimetro — un lampo di sollievo che gli attraversa il viso scavato, la prova concreta che qualche giorno in più di cibo è appena arrivato a Balsam. Ma lo sguardo scivola quasi subito su Clementine, ferma dietro di me, e si indurisce in una frazione di secondo.

«Quante lattine,» dice, più per calcolare che per chiedere, gli occhi che tornano sulla scatola.

«Abbastanza per un po'.» Gliela porgo. La prende con entrambe le mani, il peso che lo fa piegare leggermente all'indietro, come se non si aspettasse che fosse così piena.

«Il cibo ci dà qualche giorno di respiro,» dice, senza guardarmi, gli occhi ancora fissi sulla ragazzina alle mie spalle. «E te ne sono grato, per quanto possa valere la gratitudine di un vecchio stanco come me.» Solleva finalmente lo sguardo, ma non su di me. Su di lei. «Quella però è un'altra bocca da sfamare. E un bersaglio in più, se qualcuno la sta ancora cercando. Non gestiamo un orfanotrofio, qui, Trevis. Può restare stanotte, per le provviste che hai portato. Poi ognuno per la sua strada.»

Non c'è cattiveria nella sua voce. È la stessa che ho visto fare a chiunque abbia dovuto badare a una comunità affamata: quante calorie entrano, quante bocche le consumano, quanto tempo restano prima che il conto non torni più.

«Non ho bisogno di elemosina da nessuno dei due,» sbotta Clementine prima che io riesca a rispondere. La voce le esce dura, quasi offesa, gli occhi che passano da Earl a me con la stessa diffidenza. «Ho la mia roba. Mi basta un angolo asciutto per stanotte, non le vostre lattine.»

Earl la fissa un istante, sorpreso dal tono. Poi torna su di me, come se lei non avesse parlato affatto — l'abitudine di chi ha imparato a trattare le voci più giovani come rumore di fondo.

«Non toccherà niente delle vostre riserve,» dico, prendendo il controllo della conversazione prima che degeneri. «Mangia la sua roba, dorme nel mio angolo di fienile. Non gira per il campo, non parla con nessuno se non deve, non attira attenzione. Se hai un problema con questo, dimmelo adesso, così so se devo rimettermi in macchina stanotte stessa.»

Earl soppesa la scatola tra le mani, poi soppesa me con lo stesso sguardo calcolatore. Vince la pancia, come sempre in questo mondo. «Non cambio idea,» dice infine... la voce che si arrende senza cedere del tutto. «Il patto resta quello che abbiamo fatto.»

«Non ti sto chiedendo niente.»

Si volta e si allontana con la scatola, trascinando gli stivali nel fango, senza aggiungere altro. Clementine lo guarda andare, la mascella contratta, poi si stringe di più nel piumino.

«Non gli devi niente per me,» dice piano, quasi controvoglia.

«Lo so.» Le faccio cenno verso il fienile.

«Vieni. C'è un tetto, almeno.»

Il portone scorrevole si chiude dietro di noi con lo stesso cigolio di sempre, e il buio del fienile ci inghiotte insieme all'odore familiare di paglia marcia e polvere.

Meave è dall'altra parte, appoggiata alla trave centrale, la gamba fasciata distesa davanti a lei sopra un cuscino di sacchi vuoti. Alza la testa al rumore del portone, e i suoi occhi verdi si fermano subito su Clementine, restando lì più a lungo di quanto farebbero per un semplice sguardo di cortesia.

«Chi è lei?» domanda Meave.

«Si chiama Clementine. L'ho trovata nel minimarket dove sono andato a cercare provviste. Le serviva aiuto, non potevo lasciarla lì ferita.» rispondo.

«Mh... ok. Sono Meave,» dice, rivolgendosi a lei.

«Clementine, piacere» risponde.

Clem si dirige verso la parete opposta, lontana da Meave quanto la stanza lo permette, e si lascia scivolare a terra con la schiena contro il legno, il braccio ferito tenuto stretto al petto in un gesto protettivo che non è più consapevole, ormai. Tira fuori dalla tasca del piumino una delle lattine che le ho dato a Sylva e comincia ad aprirla con il coltellino, senza guardare nessuno.

Meave, invece, non stacca gli occhi da lei.

Non c'è odio in quello sguardo. È lo stesso tipo di calcolo che ho visto fare a lei stessa, la prima notte alla segheria. Un inventario silenzioso di tutto quello che potrebbe rivelarsi una minaccia. Nota la schiena dritta come un'asse mentre Clem si siede, la cicatrice bianca sullo zigomo che il buio non riesce a nascondere del tutto, e soprattutto la pistola che tiene al suo fianco.

Clementine se ne accorge. Non serve che io le dica niente — lo sento dal modo in cui il suo corpo si irrigidisce di un grado, dal modo in cui alza gli occhi dalla lattina e li pianta dritti in quelli di Meave, senza timidezza, senza il minimo cedimento.

Restano così, per un tempo che si allunga più del necessario. Nessuna delle due distoglie lo sguardo. È una specie di braccio di ferro silenzioso, il tipo di sfida che due animali si scambiano prima di decidere se vale la pena azzannarsi o se è meglio ignorarsi e basta.

Io resto zitto. Qualunque cosa dica adesso rischia di sembrare una scusa, e sia Meave che questa ragazzina di quattordici anni sembrano il tipo di persona che le scuse le fanno solo incazzare di più.

È Clementine a rompere il silenzio, alla fine. Non abbassando gli occhi. Aumentando la posta.

«Hai finito di studiarmi?» dice, la voce piatta, quasi annoiata,

«O ti serve anche il numero di scarpe?»

Per un secondo, nel fienile, non si muove niente. Poi un angolo della bocca di Meave si piega — non un sorriso vero, più una smorfia di riconoscimento, come chi vede improvvisamente la propria stessa faccia riflessa in uno specchio sporco.

Meave la osserva ancora un istante, poi lascia andare un respiro breve, quasi un soffio di risata senza allegria, e volta la testa verso di me.

Clementine torna alla sua lattina, il coltellino che raschia il metallo con piccoli colpi secchi, e il silenzio che torna a calare nel fienile è diverso da quello di un minuto fa.

Mi lascio scivolare a terra vicino al portone, il fucile appoggiato contro la parete, e osservo le due, una di fronte all'altra nella penombra del fienile. Meave che studia ancora Clementine con la coda dell'occhio, valutando quanto peso e quanta minaccia rappresenti davvero questa nuova arrivata. Clementine che finisce di mangiare senza più guardare nessuno, ma con la schiena che resta dritta, pronta, anche mentre l'ultimo fagiolo scompare dalla scatoletta.

Non so ancora se ho fatto la cosa giusta, portando qui questa ragazzina. Ma guardandole adesso, sedute agli angoli opposti dello stesso fienile freddo, capisco che qualunque equilibrio fragile avessi costruito con Meave nelle ultime settimane ha appena guadagnato una terza variabile. E le variabili, in questo mondo, hanno la brutta abitudine di esplodere proprio quando meno te lo aspetti.

Non riesco a dormire.

Lascio Clementine nel suo angolo, il respiro che si è fatto lento e regolare nella penombra, e mi tiro in piedi senza far scricchiolare la paglia più del necessario. Esco senza fucile. Non c'è ragione stanotte, solo il bisogno di respirare qualcosa che non sappia di paglia marcia e di tensione accumulata.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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