Il temporale è arrivato un'ora fa, un rovescio pesante che ha trasformato il perimetro di Balsam in un pantano nero. Appena fuori dal fienile c'è una tettoia di lamiera arrugginita, inchiodata lì da qualcuno che anni fa la usava per riparare la legna da ardere, e mi fermo sotto quella, le braccia incrociate, a guardare la pioggia cadere dritta come aghi nel buio quasi totale.
Il portone scorrevole cigola dietro di me qualche minuto dopo. Il passo di Meave è inconfondibile — il colpo secco del bastone contro la terra battuta, poi il fruscio dello stivale buono che lo segue.
«Pensavo fossi a controllare il perimetro,» dice, fermandosi sotto la tettoia a un metro da me, la pioggia che scende dritta appena fuori dal riparo.
«Avevo solo bisogno di aria.»
Resta in silenzio un momento, lo sguardo fisso sulla cortina d'acqua davanti a noi. Il bastone le trema leggermente sotto il peso scaricato male sulla gamba buona.
«Volevo dirti una cosa,» dice infine, «prima che la notte se la porti via insieme al resto.»
Non rispondo. Aspetto.
«L'altra mattina ho sbagliato,» continua, la voce priva della durezza che mi aspettavo.
«Quello che ho detto su cosa ti ha chiesto lei, quella notte nel capanno. Non erano affari miei, e me lo avevi già detto una volta, alla segheria, che non dovevo entrarci. L'ho fatto lo stesso.» Una pausa breve, quasi impercettibile.
«Mi dispiace, Trevis. Sul serio.»
La pioggia batte sulla lamiera sopra di noi con un ritmo fitto, quasi ipnotico. Guardo Meave di profilo, il modo in cui tiene la mascella contratta, come se dirlo le costasse più di quanto voglia mostrare.
«Va bene,» dico, la voce piatta ma senza il gelo dell'ultima volta. Non è un'assoluzione piena. È solo quello che riesco a dire stanotte.
Meave annuisce piano, e per un momento penso che la conversazione finisca lì, che torniamo dentro e lasciamo che il sonno seppellisca anche questo. Ma la vedo irrigidirsi di nuovo, il peso che si sposta sul bastone, come se stesse per affrontare qualcosa che le costa ancora di più delle scuse.
«C'è un'altra cosa,» dice. «E non mi piace dirtela subito dopo essermi scusata, ma se non la dico adesso non la dirò più.»
«Clementine.»
Non è una domanda. Meave mi guarda, sorpresa che io sia già arrivato lì da solo.
«Sì.» Il tono le si indurisce, un grado alla volta.
«Sei diventato un santo tutto a un tratto, Trevis? Portiamo dietro una ragazzina che non conosciamo e che non sappiamo se qualcuno la stia ancora cercando? E se facesse parte di un gruppo pericoloso?»
«Tu non ti fidi di lei come lei non si fida di te, è normale, Meave, ma non ha nessuno. Aveva una ferita profonda al braccio che le ho ricucito io stesso. Inizialmente mi ha puntato una pistola, ma lo avrebbe fatto chiunque,» rispondo, la voce che si tende. «Sa badare a se stessa meglio di metà della gente di Balsam. E un gruppo non avrebbe mai lasciato uscire una ragazzina da sola.»
«E se quelli con cui è uscita fossero morti e lei stasse cercando di tornare dalla sua gente?» Meave fa un passo, il bastone che sprofonda nel fango appena oltre il riparo della tettoia. Fa una pausa. «Non mi fido di chi tiene sempre una mano sull'arma, Trevis. Io stessa l'ho fatto, la prima notte che ci siamo incontrati, e ricordi cos'ho provato a farti?»
«Sì, ricordo. Infatti non sono io quello zoppo,» rispondo.
«Quella notte tu avevi paura di me. Lei ha paura di tutti, sempre, perché è quello che questo mondo le ha insegnato a fare per restare viva.»
«Ed è esattamente per questo che mi preoccupa.» La voce di Meave si fa più bassa, più densa.
«Un animale che ha paura di tutti, sempre, prima o poi morde chi ha più vicino. Non perché è cattivo. Perché non sa più fare altro.»
«Non è un animale.»
«Non ho detto questo.» Meave si volta a guardarmi dritto, qualche goccia di pioggia che penetra dalla tettoia le scivola sui capelli.
«Ho detto che non possiamo fidarci ciecamente di qualcuno che non conosciamo, in un momento in cui l'unica cosa che ci tiene in vita è saperci fidare l'uno dell'altro con gli occhi chiusi, se serve. Se quella ragazzina si sente minacciata in un momento sbagliato, non si fermerà a chiedersi se siamo dalla sua parte.»
Sento la rabbia salire, la stessa vampata di stamattina, ma stavolta diretta da un'altra parte.
«È solo una ragazzina, Cristo, Meave.» La voce mi esce più alta di quanto vorrei, e mi fermo un istante, consapevole di Clementine addormentata — o quasi — a poche decine di metri dietro il portone. Riprendo, più basso ma non meno duro.
«Non ha nessuno. Puoi essere forte quanto vuoi, lì fuori, ma da soli non si sopravvive. Non per sempre. Prima o poi il mondo ti presenta il conto, e se non hai nessuno al tuo fianco quando arriva, lo paghi da sola.»
«E tu vuoi essere quel qualcuno.»
«Qualcuno deve pur esserlo.»
Meave scuote la testa, ma non con disprezzo. Con qualcosa che assomiglia più alla stanchezza.
«Lo sai che è sola solo da tre settimane? Non da sempre.» le dico. «Prima aveva Kate e James. Prima ancora un uomo, Marcus, quello che le ha insegnato a sparare. Le hanno strappato via tutto due volte, forse tre, o forse di più, e ogni volta ha dovuto ricominciare da capo per restare viva senza nessuno.» La voce mi si spezza per un secondo, poi torna ferma.
«Ma cosa vuoi saperne tu, Meave? Hai proprio l'aria da stronzetta che avevano le figlie di papà prima di tutto questo. Cosa vuoi che te ne importi di una ragazzina che non ha mai avuto niente di ciò che hai avuto tu? Non hai mai dovuto fare una scelta sgradevole in vita tua finché il mondo non è crollato. Non sai cosa significa avere il dovere di proteggere chi non può farcela da solo.»
Il silenzio che segue è letale. La pioggia batte sulla lamiera sopra le nostre teste con una violenza quasi sorda.
Meave non urla. Fa un passo lento verso di me, sbilanciandosi sul bastone fino a portarsi a un palmo dal mio viso. I suoi occhi verdi sono due fessure di vetro.
«Hai finito?» chiede. La voce è un sussurro gelato, senz'aria.
Non rispondo. Sento la mascella contrarsi, ma il sapore amaro dell'errore comincia già a strisciare sotto la lingua.
«Pensi che la mia vita fosse una passeggiata, Trevis?» fa un altro piccolo passo, la punta del bastone che sprofonda nel fango.
«Pensi che il mio sangue sia meno rosso del tuo solo perché non ho portato una mimetica? O che non sappia cosa significa perdere le persone che amavo?»
Si sporge ancora di più, la rabbia che le fa tremare le dita sulla stampella.
«Ti nascondi dietro il tuo orgoglio da soldato perché ti fa comodo. Ti fa comodo pensare che io sia una cinica insensibile e tu il grande eroe con l'addestramento che salva i deboli. Ma non sei in missione per lo Stato, Trevis. Sei qui nella merda come tutti noi.»
La sua voce è diversa. Non è rabbia. È qualcosa di più stanco, più vecchio.
«Tessa non tornerà in vita salvando ogni randagio che trovi per strada, Trevis.»
Le parole mi colpiscono, ma non con la stessa violenza di quella mattina. Forse perché una parte di me, quella che ho sempre cercato di ignorare, sa che non ha tutti i torti.
Resto zitto un momento lungo, la pioggia che continua a scendere oltre il bordo della tettoia, un muro grigio e costante che ci separa dal resto di Balsam.
«Forse hai ragione,» dico infine, la voce bassa, priva della furia che pensavo sarebbe arrivata.
«Forse ho bisogno di salvare qualcuno, per una volta. Ma non lascio una ragazzina ferita senza un tetto e una pistola come unica compagnia. Se questo mi rende un uomo che si illude di aggiustare qualcosa che non si può aggiustare, allora sono un uomo che si illude. Ma non cambio idea su questo, Meave. Fattene una ragione. Tu non mi conosci, non sai cosa ho passato prima e dopo che il mondo finisse. Non sono un santo, te l'ho già detto, ma neanche uno stronzo senza pietà.»
