Meave mi guarda a lungo, il bastone che le trema piano sotto il peso scaricato male.
«Non ti sto chiedendo di rimandarla nei boschi,» dice infine, la voce che si è ammorbidita di qualche grado. «Sto chiedendo di tenerla d'occhio. Insieme. E che se un giorno dovrò scegliere tra la sua vita e la tua...» Si ferma un istante. «Voglio che tu sappia già da adesso cosa scelgo.»
Non rispondo subito. Il peso di quella frase si deposita tra noi, più pesante di qualsiasi accusa di stasera.
«C'è dell'altro,» dico, decidendo di spostare il terreno prima che affondiamo entrambi più a fondo.
«Clem mi ha detto dove stava andando, prima di finire a Sylva.»
Meave inclina la testa, la diffidenza che torna, ma stavolta pratica, non emotiva. «Dove?»
«New Bern. Una città sulla costa, dove si incontrano due fiumi. Lei, Kate e James avevano sentito, mesi fa, di una comunità fortificata laggiù. Grande, organizzata. Che accoglie chi arriva, se può rendersi utile.»
«Una diceria captata alla radio non è un piano.»
«No,» concordo. «Ma è più di quello che abbiamo adesso. Earl ce l'ha detto chiaro dal primo giorno: Balsam è temporaneo. Quando scadrà il tempo non saremo più i benvenuti nemmeno per una notte.» Faccio una pausa, lasciando che il peso della cosa si sedimenti.
«New Bern è lontana. Ma è una direzione. E in questo mondo, avere una direzione vale più di tante altre cose.»
Meave resta in silenzio, lo sguardo che si perde nel buio oltre la cortina di pioggia, come se stesse già calcolando le miglia, i giorni, il cibo necessario.
«Quanto lontano?» chiede infine, la voce tornata pratica, quasi sollevata di avere qualcosa di concreto da masticare invece del resto.
«Più di quanto vorrei. Ma se troviamo un po' di benzina e strade non troppo bloccate ce la possiamo fare.»
Annuisce piano. Non è un accordo pieno. Ma è più solido del silenzio ostile di un'ora fa.
«Ne parliamo domani,» dice, tirandosi più stretta la coperta sulle spalle. «Con la testa lucida, non sotto un temporale.»
«D'accordo.»
Si volta verso il fienile, il bastone che sprofonda nel fango a ogni passo. La seguo, lasciando che la pioggia mi bagni le spalle per gli ultimi metri prima del portone.
Dentro, Clementine non si è mossa dal suo angolo. Il piumino è ancora tirato fino al mento, la mano sinistra ancora posata sopra la fondina.
Ma il suo respiro non è più quello lento e irregolare di prima. È troppo controllato. Troppo uniforme — il tipo di respiro che si costruisce apposta, un secondo alla volta, quando si vuole convincere chi guarda che si sta dormendo davvero.
Non dico niente. Mi lascio scivolare a terra nel mio angolo, la schiena contro il legno freddo, gli occhi fissi sulla sua sagoma immobile dall'altra parte del fienile.
Se ha sentito tutto — e qualcosa nello stomaco mi dice che l'ha fatto — allora adesso sa esattamente cosa pensa di lei la donna che dorme a pochi metri. E sa anche esattamente quanto io sia disposto a rischiare per tenerla al sicuro.
Non so quale delle due cose le farà più paura.
Il mattino seguente mi sveglio con l'aria gelida che si infiltra piano nel fienile.
Quando mi metto a sedere, il respiro si condensa nell'aria del fienile. Guardo istintivamente verso l'angolo opposto. Il sacco a pelo di Clementine è srotolato, vuoto, ma lei non c'è. Lo stomaco mi si contrae per una frazione di secondo, prima di notare lo zaino ancora appoggiato contro il legno marcito. La pistola non c'è, ovvio. Quella non l'avrebbe mai lasciata indietro. Ma se ha lasciato il resto della sua roba, vuol dire che non è scappata. Aveva solo bisogno di stare da qualche parte che non fosse qui dentro.
Meave dorme ancora, il respiro pesante di chi ha preso troppi antidolorifici per farsi bastare la notte. Esco senza fare rumore.
Il fango del perimetro è gelato, una crosta grigia e croccante sotto gli stivali. L'inverno quest'anno si prospetta più difficile rispetto agli altri anni. Una delle sentinelle di Earl è ferma sul portico, le mani infilate sotto le ascelle per scaldarsi. Le faccio un cenno interrogativo. Risponde indicando con il mento oltre il cancello di lamiera, verso la linea di alberi che costeggia il fiume.
L'acqua scorre scura, gonfia per il temporale di questa notte, e una nebbia bassa sale dalla superficie a incontrare il freddo dell'aria. La trovo lì.
Clem è seduta su un enorme sasso sulla riva fangosa, la figura magra inghiottita nel piumino celeste. Si china, raccoglie un sasso piatto, ruota il polso con un movimento fluido e lo scaglia. La pietra rimbalza sulla superficie. Uno, due, tre, quattro salti netti prima di affondare. È un gesto così dannatamente normale — un gioco da cortile, d'infanzia — che in questo mondo sembra quasi un'allucinazione fuori posto.
Mi avvicino senza nascondere i passi. L'erba gelata scricchiola sotto gli stivali, ma lei non si gira. Si piega solo a cercare un'altra pietra.
«Ho sentito cosa ha detto ieri notte,» esordisce. La voce è limpida, taglia il rumore dell'acqua fredda senza un tremore. Nessun preambolo. Nessuna scusa.
Mi fermo a un paio di metri da lei, le mani infilate nelle tasche del giaccone. «Tutto?»
«Abbastanza.» Prende un sasso nel palmo, passandoci sopra il pollice.
«Se sono un problema per quella donna, o per te, prendo le mie cose e me ne vado. Non vi ho chiesto io aiuto. Posso cavarmela da sola.»
«Sei qui perché l'ho deciso io, Clem,» rispondo, il tono duro ma pacato.
«Meave ha i suoi fantasmi, e vede minacce ovunque perché è così che è rimasta viva finora. Ma non decide lei chi resta e chi va. Finché sei con me, sei con me.»
Lei stringe le labbra e scaglia la pietra. Stavolta non rimbalza. Affonda quasi subito con uno schiocco liquido, inghiottita dalla corrente scura.
Cerco un varco nel muro che si è tirata su addosso. Non lo trovo subito. Guardo l'acqua scorrere, aspettando.
«Ascolta...» mormoro, abbassando la voce, sapendo già che sto per mettere il piede su un terreno minato. «Quando mi hai parlato dei tuoi genitori ieri in macchina... sei sicura? Sicura che siano morti?»
Clem si blocca. La mano destra, che stava per abbassarsi di nuovo verso il fango in cerca di un altro sasso, resta sospesa a mezz'aria.
«In questo caos,» continuo, pesando ogni parola come se camminassi su un ghiaccio sottile, «molte famiglie si sono perse nella fuga. Magari sono sfollati da qualche parte. Magari ti stanno ancora cercando e non—»
«Sono morti, Trevis.»
La frase esce come una rasoiata. Si gira verso di me, l'intero corpo rigido sotto il piumino. Capisco all'istante di aver sbagliato a chiederlo, ma è troppo tardi per rimangiarmi la domanda.
I suoi occhi neri sono lucidi, due pozze scure in cui si riflette la luce grigia e malata del mattino. La fisso mentre sbatte le palpebre. Una, due, tre volte, in rapida successione. Un movimento meccanico, quasi violento — il trucco disperato di chi si rifiuta categoricamente di cedere, ritirando le lacrime con pura forza di volontà.
«Non me l'ha raccontato nessuno,» riprende. La voce le si abbassa di un'ottava, raschiandole la gola come carta vetrata. «Li ho visti io.»
Il silenzio cade tra noi, più pesante dello scroscio del fiume. Sento il freddo entrarmi nei polmoni, ma resto immobile, incatenato a quello sguardo da adulta intrappolato in un viso da bambina.
«Eravamo a Savannah. Io e Marcus,» inizia a raccontare, fissando un punto vuoto in mezzo al petto. «Stavamo cercando una barca per allontanarci dalla città. Le strade erano bloccate... un mare intero di quegli stronzi morti. E in mezzo a loro... c'erano.»
Deglutisce a fatica, un rumore secco nella gola. La mano sinistra si aggrappa al bordo della giacca con una forza disperata.
«Mia madre e mio padre. Camminavano vicini. Quasi come... quasi come se si ricordassero di stare insieme. Come se un pezzo di loro fosse rimasto incastrato lì dentro.» Il respiro le trema, ma serra la mascella per fermarlo. «Ma non si riconoscevano. Non riconoscevano niente. Erano solo due cadaveri che si trascinavano sull'asfalto, sbattendo contro le macchine e contro ogni cosa che trovavano davanti a loro.»
