Sento il petto stringersi in una morsa di piombo. Non oso dire una parola.
«Mia madre si è girata verso di me,» sussurra Clem. Lo sguardo le si svuota del tutto, proiettando quell'orrore sul fango davanti ai nostri stivali. «L'ho guardata negli occhi. Io... speravo in qualcosa. Che si fermasse. Che mi vedesse e capisse che ero io. Che la sua bambina era lì.»
Fa una pausa. La gola le si contrae in un piccolo spasmo involontario.
«Ma non c'era niente. I suoi occhi erano grigi. Opachi. Mi ha guardata con quello sguardo completamente perso nel vuoto. Marcus mi ha fatto scudo con il corpo e siamo andati via.» Tira su col naso, un suono brusco, umido. «E lì ho capito che non li avrei più rivisti. Che era finita. Avevo nove anni. Ho passato tre anni con Marcus.»
La guardo e il peso di quello che ha detto minaccia di schiacciarmi.
Immagino me stesso da bambino. Immagino di stare in mezzo all'inferno di una città divorata, costretto a fissare negli occhi il cadavere di mia madre sperando di trovarci ancora un briciolo d'amore, e trovando in cambio solo la fame cieca e assoluta di un mostro. Sopravvivere a un'immagine del genere ti spezza in due. Quello che non ti uccide non ti rende più forte; ti scava dentro e lascia un cratere.
Non le dico "mi dispiace". In questo mondo, in questo momento, "mi dispiace" è una frase inutile. È quasi un insulto al dolore che si porta addosso.
Clem non si volta. Il suo sguardo resta incollato alla corrente scura del fiume, come se sperasse di vederci affogare i propri ricordi.
«Quel giorno è stato terribile, il peggiore della mia vita.»
Lo dice con un filo di voce, un sussurro che il vento freddo minaccia di spazzare via. La vedo stringere le braccia al petto, affondando le dita nel tessuto logoro del piumino fino a far sbiancare le nocche. Le spalle le tremano, un movimento quasi impercettibile, ma che non ha nulla a che fare con la temperatura.
Faccio un passo verso di lei, l'istinto che per un attimo scavalca la razionalità tattica.
«Hey, Clem...» Mi fermo, il tono basso, ruvido ma cauto. «Non devi, se non ce la fai. Ho già ca—»
«No, no...» mi interrompe. Scuote la testa freneticamente. Si volta verso di me di scatto, e per un istante, sotto la sporcizia e l'espressione indurita dalla strada, rivedo la bambina che deve essere stata. I suoi occhi neri sono spalancati, carichi di un peso innaturale, disperato.
«Non ne parlo mai,» continua, la voce che le vibra nel petto prima di indurirsi di nuovo. «E mi sento sempre uguale. È come qualcosa di pesante che mi porto qui dentro. Parlarne magari servirà a qualcosa... e se non servirà, almeno ci avrò provato.»
Resto in silenzio. Fermo, a un metro da lei. So come funziona. Quando la diga cede, cercare di bloccare l'acqua fa solo più danni. Mi limito ad annuire lentamente, per farle capire che non me ne vado. Che l'ascolto.
Clem riprende fiato. Il vapore le esce dalle labbra in piccole nuvole bianche che si dissolvono subito nell'aria grigia.
«Io... io mi sentivo in colpa, perché credevo fosse tutta colpa mia se ci trovavamo in quella situazione. Prima che ritrovassi i miei genitori. Avevo un walkie-talkie. Lo tenevo sempre acceso, nascosto nel mio zainetto. Ci sentivo solo fruscii... ma poi, per qualche giorno, ho iniziato a sentire una voce.»
Una radio. Per lei era un segno, una speranza di trovare qualcuno dall'altra parte.
«Era quasi sempre un uomo,» riprende Clem, le parole che adesso escono più veloci, come se volesse sputarle fuori prima di pentirsene.
«Parlava con me. Diceva che aveva visto i miei genitori. Che sapeva dove si trovavano e che poteva aiutarmi a riabbracciarli. Io... io gli ho creduto. Ero così stupida. Mi ha detto che mi avrebbe aspettata al porto di Savannah, che loro erano lì.»
Sento la mascella contrarsi, i denti che sfregano l'uno contro l'altro. L'idea di un uomo che usa i genitori per manipolare e attirare una ragazzina allo scoperto mi fa salire su per la nuca una vampata di rabbia.
«Così mi sono allontanata. Da sola, di nascosto,» mormora lei, la voce raschiata dal senso di colpa.
«Ma quando sono arrivata al porto... non c'erano i miei genitori. Era una trappola. Quell'uomo mi ha presa e mi ha rinchiusa in una stanza d'albergo.»
Alza gli occhi su di me. C'è un dolore così crudo in quelle pupille scure che devo fare uno sforzo fisico per sostenere lo sguardo.
«Non voleva me. Voleva Marcus. Ci stava seguendo da un sacco di tempo, voleva vendetta.»
Aggrotto la fronte, il suono del fiume che sembra farsi improvvisamente ovattato. «Vendetta per cosa?»
«Per una macchina,» risponde lei con una risata amara, vuota, che si spezza in gola.
«Molto tempo prima, il nostro gruppo aveva trovato una macchina abbandonata nel bosco, così credevamo. Era piena di scorte. Cibo, medicine, vestiti. Pensavamo fosse di chiunque, o di qualcuno che era già morto. Ce le siamo prese. Senza quelle scorte non saremmo sopravvissuti all'inverno.»
Deglutisce a fatica. Vedo la sua gola contrarsi.
«Ma quella roba non era abbandonata. Era sua. Di quell'uomo. L'aveva messa lì per la sua famiglia. Quando è tornato con loro era pronto a partire. Ha trovato la macchina vuota... non avevano più niente. Sua moglie e suo figlio sono dovuti uscire a cercare altro, e... e sono morti.» Fa una pausa breve, il respiro che le trema. «Ha seguito le tracce che avevamo lasciato indietro, per settimane, forse mesi. E quando ci ha trovati, ci ha spiati finché non è riuscito a mettersi in contatto con me.»
Sento un gelo scivolarmi lungo la colonna vertebrale. La matematica spietata dell'apocalisse. La vita di uno pagata con il sangue di un altro. L'effetto farfalla dell'inferno: rubi una scatoletta di fagioli per non morire di fame, e condanni a morte altre persone.
«Lui sapeva che Marcus sarebbe venuto a cercarmi. Sapeva che non mi avrebbe mai lasciata indietro,» sussurra Clem, stringendosi ancora di più nel piumino, cercando di tenersi insieme i pezzi. «E Marcus lo ha fatto. È uscito, ha attraversato la città piena di quegli stronzi morti solo per trovarmi e riportarmi indietro. E lo hanno morso al braccio.»
Sento la rabbia salire dentro di me. L'idea di un uomo che usa la voce dei genitori per manipolare e attirare una ragazzina allo scoperto mi fa salire su per la nuca una vampata di rabbia acida.
Clem si porta la mano sinistra sul proprio braccio destro, stringendo la benda appena sotto il giubbotto — un gesto del tutto riflesso, l'eco fantasma di un dolore che non è il suo.
«Quando mi ha trovata, in quell'hotel... ha ucciso quell'uomo. Quando l'ho visto, non aveva più il braccio,» sussurra. «Era fasciato. C'era sangue ovunque, sulla fasciatura.»
Ascolto le sue parole e l'orrore di quella storia mi si pianta nel petto come una scheggia d'acciaio. Marcus era già condannato prima ancora di varcare la porta di quell'albergo. Il suo braccio sinistro era già stato amputato chissà in che modo, una ferita mutilata che gli stava divorando le forze con la febbre e l'infezione. E con un braccio solo, un moncone fasciato di stracci e il corpo che cedeva minuto dopo minuto, quell'uomo ha attraversato l'inferno di una città infestata solo per andarla a riprendere. Ha ucciso il sequestratore, ha spezzato l'ultima catena e l'ha portata via, consapevole che ogni suo passo era un passo verso la propria tomba.
***
Arrivarono fino alla stazione di polizia di Savannah.
Marcus entrò barcollando, il respiro diventò rauco e pesante. Il suo colorito non era più umano: la pelle era diventata del colore della cenere, lucida di un sudore freddo e tossico. Si appoggiò con la schiena al muro del corridoio, le gambe che cedettero d'improvviso. Scivolò verso il basso, lasciando una striscia scura sulla pittura scrostata, finché non si ritrovò seduto sul pavimento di linoleum.
Clementine era piccola. Troppo piccola per quello che la aspettava. Il terrore le bloccava i movimenti, facendole tremare le mani.
«Marcus, alzati Marcus... la porta è lì,» disse lei, la voce che saliva di tono, incrinata dal panico.
