Cammino a passo svelto lungo il sentiero che costeggia il perimetro nord di Balsam, i polmoni che bruciano per il freddo e per una rabbia che non trovo il modo di lasciare andare. Le parole di Meave mi girano ancora in testa, non tanto per quello che ha detto, ma per come l'ha detto — quella voce dolce e sicura di chi pensa di avere il diritto di infilare le dita in una ferita che non le appartiene.
Il rumore dell'acqua mi arriva prima ancora di vedere il fiume. Scendo il pendio, gli stivali che affondano nella terra umida, finché la gola rocciosa non si apre davanti a me, avvolta in un velo di nebbia bassa.
Jessica è già lì, accovacciata sulle pietre lisce a bordo fiume, le maniche della camicia arrotolate sopra i gomiti nonostante il freddo. Ha già alcuni indumenti strizzati posati su un telo steso sull'erba brinata.
Alza lo sguardo al rumore dei miei passi. Stavolta non torna subito al bucato. Mi osserva un secondo di troppo, il tipo di sguardo che passa in rassegna tutto quello che non dico ad alta voce.
«Sei mattiniero,» dice.
Mi fermo a un paio di passi da lei.
«Non sono l'unico, a quanto pare.»
Jessica sorride dolcemente, senza insistere. Torna a strizzare il capo che ha in mano, i movimenti calmi, metodici.
«Mi aiuteresti, per favore? Prendi un lenzuolo e datti da fare, ti passerà il nervoso più in fretta che a fissare il fiume.»
«È così evidente?» dico.
«Giusto un po',» risponde.
Non so cosa mi sorprenda di più: che non abbia insistito su cosa mi prende, o che quella mancanza di insistenza sia esattamente la cosa che mi fa venire voglia di parlare.
Mi accovaccio di fronte a lei, afferro un lembo del lenzuolo fradicio che ci resta da strizzare. Torciamo insieme, in direzioni opposte, l'acqua che cola tra le pietre.
«Ho fatto un sogno,» dico, la voce che esce più bassa di quanto vorrei.
«Non è la prima volta. Ma stamattina è stato... più vivido. Peggio del solito.»
Jessica non alza gli occhi dal tessuto che sta strizzando. Non vuole che io senta il suo sguardo addosso mentre parlo, immagino. Mi lascia lo spazio per continuare o per fermarmi.
«C'era Tessa... era la mia ragazza, prima che...» continuo. Il nome mi esce più leggero del previsto, forse perché lei non l'ha mai sentito pronunciare da me prima di stamattina, forse perché con Jessica sembra pesare meno.
«Eravamo ancora nel vecchio mondo. Prima che tutto crollasse. E c'era una radio, alla fine del sogno. Trasmetteva l'annuncio dell'operazione che ha scatenato il virus. L'ho rivissuto come se fosse la prima volta.»
«Ti sei svegliato urlando il suo nome.» Non è una domanda. Jessica lo dice piano, come si constata un fatto senza volerci girare intorno.
«Sì.»
«E Meave l'ha sentito.»
Stringo la presa sul lenzuolo.
«Meave lo conosceva già, e poi ha deciso di spiegarmi cosa significa. Ha letto il mio diario settimane fa. Sa cosa mi ha chiesto Tessa quella notte.» La rabbia mi torna a galla anche solo a ripeterlo.
«E stamattina ha pensato bene di usarlo per farmi una specie di diagnosi. Come se il mio lutto fosse un rompicapo da risolvere ad alta voce, e lei l'unica abbastanza intelligente da trovare la soluzione.»
Jessica stende il lenzuolo sul telo insieme agli altri panni. Solo allora si volta a guardarmi.
«Ti ha ferito.»
«Mi ha fatto incazzare.»
«Non è la stessa cosa, Trevis.» Il tono non è di rimprovero. È solo un'osservazione, fatta con la stessa calma clinica con cui valuta una ferita infetta.
«Chi si limita ad arrabbiarsi per qualcosa che non conta se ne dimentica nel giro d un'ora. Tu sei ancora furioso dopo un miglio di gelo. Quello non è fastidio. È una ferita che qualcuno ha toccato senza permesso.»
Non rispondo. Ha ragione, e non ho nessuna voglia di ammetterlo ad alta voce.
«Meave non è cattiva,» dico dopo un momento, quasi sulla difensiva, anche se non capisco bene di chi stia cercando di prendere le parti.
«È solo pesante, a volte. Vuole entrarti dentro la testa come se fosse un diritto che si è guadagnata solo perché ti ha visto sanguinare.»
«Forse pensa che sanguinare insieme a qualcuno sia l'unico modo che conosce per avvicinarsi.» Jessica si stringe nelle spalle, senza vera cattiveria nel tono.
«Non la sto giustificando. Dico solo che, in questo mondo, nessuno di noi ha più tempo per imparare le buone maniere prima di allungare le mani su quello che vuole.»
La frase resta a mezz'aria tra noi più a lungo di quanto forse Jessica intendesse.
Finiamo di raccogliere il bucato in silenzio. Lei piega gli ultimi capi con quella cura meticolosa che metterebbe in imbarazzo qualsiasi domestica del vecchio mondo e li dispone nel cesto di vimini scheggiato che ha portato con sé. Io resto accovacciato sul telo, a osservarla lavorare, la mente finalmente un po' più leggera di quando sono arrivato.
Quando l'ultimo indumento è nel cesto, Jessica non si alza subito. Resta sui talloni, le braccia posate sulle ginocchia, e mi guarda con un'attenzione diversa da quella di poco prima.
«Posso dirti una cosa,» chiede, «senza che tu la scambi per compassione?»
«Dipende dalla cosa.»
Un angolo della sua bocca si piega, quasi un sorriso. «Da quando è morto mio marito, ho imparato a distinguere due tipi di persone. Quelle che hanno bisogno di essere salvate, e quelle che hanno solo bisogno di sentirsi vive per cinque minuti prima di tornare a fare quello che devono fare.» Si sposta un poco più vicino, il ginocchio che sfiora il mio sul telo umido. «Tu sei la seconda categoria. E io, stamattina, sono esattamente nella stessa categoria.»
La sento cambiare registro prima ancora che cambi il tono della voce. C'è qualcosa nel modo in cui inclina la testa, negli occhi che non si staccano più dai miei con la stessa calma professionale di un minuto fa.
«Jessica—»
«Ho seppellito mio marito con le mie mani in un pezzo di terra dietro la baracca di mio padre,» dice, la voce che scende, si fa più piena, più lenta.
«Da allora ho passato ogni giorno a razionare tutto quello che ho. Il cibo, la legna, la pazienza con la gente di questo posto. Il resto, Trevis, non lo razioni più da tempo. E stamattina, dopo averti visto scendere quel pendio con la faccia di un uomo che sta per andare in pezzi, mi sono ricordata di quanto mi manchi qualcosa che non abbia niente a che fare con la sopravvivenza.»
Si avvicina ancora, il volto a pochi centimetri dal mio, il fiato caldo che si mescola al vapore che sale dall'acqua dietro di lei.
«Non ti sto chiedendo niente,» sussurra, la voce ridotta a qualcosa di roco, quasi più invito che parola.
«Non ti sto chiedendo niente che dovrai spiegare a qualcun altro dopo. Ti sto solo chiedendo cinque minuti in cui nessuna delle due cose che ci portiamo dietro conti più niente.»
Il mio corpo risponde prima che la testa trovi una sola buona ragione per fermarlo.
«Se questo—»
«Zitto.» Lo dice con un mezzo sorriso, il pollice che mi sfiora il labbro inferiore. «Parli troppo per essere un uomo che passa le giornate a spaccare crani senza dire una parola.»
Colma lei stessa l'ultimo centimetro.
Il bacio non ha niente della fragilità che ho imparato ad aspettarmi da certe notti nel fienile. È fermo, adulto, la bocca di una donna che sa esattamente cosa sta cercando e non ha intenzione di chiedere scusa per questo. Le sue labbra si schiudono contro le mie, calde nonostante il gelo del mattino, e quando la mano le scivola dietro la mia nuca per tirarmi più vicino, ogni residuo di esitazione si sfalda in un secondo.
La stendo piano sul telo, le pietre e l'erba brinata sotto di noi, il fiume che continua a scorrere indifferente a pochi passi di distanza. Jessica non ha fretta, ma nemmeno un briciolo di incertezza nei movimenti. Le sue dita trovano i bottoni della mia camicia e ne aprono solo quelli necessari, quanto basta per far scivolare i palmi sulla pelle nuda del mio petto. Non ci spogliamo — nella nebbia di novembre sarebbe una follia, e nessuno dei due ha intenzione di morire di freddo per un momento di orgoglio — ma quello che serve trova comunque la strada per liberarsi: un bottone, un laccio, un lembo di stoffa spostato quel poco che basta.
La mia mano sinistra si abbandona tra i suoi capelli. Le ciocche setose scivolano tra le mie dita, callose e screpolate dal manico del fucile. Le raccolgo, tirandole leggermente indietro, esponendo il suo collo. Lei emette un suono gutturale, un gemito strozzato che risuona nel silenzio ovattato del mattino. I suoi capelli le ricadono poi sul viso, incollandosi alle labbra bagnate e alla guancia arrossata. Ogni volta che cerco di baciarla, mi trovo le sue ciocche in bocca, il sapore dei suoi capelli mescolato al sapore della sua pelle.
Mi allineo con lei. Non c'è tempo per preliminari delicati, non qui. Il bisogno è una pressione fisica nel mio basso ventre, un dolore che richiede sollievo immediato. Spingo con i fianchi e entro in lei in un colpo solo, secco e profondo. Jessica si irrigidisce per una frazione di secondo, le unghie che mi affondano nelle spalle attraverso la giacca militare rattoppata, poi si rilassa, accogliendomi.
Il ritmo che impongo è brutale. Sono un pugile che colpisce un sacco, un soldato che carica una posizione nemica. Ogni spinta è profonda, cercando di raggiungere il centro di lei, di cancellare tutto il resto. Il suono della nostra pelle che si scontra, umido e rumoroso, sembra incredibilmente alto nel silenzio del lago. Temo che ogni colpo possa attirare gli erranti dalle foreste vicine, ma il pensiero svanisce appena Jessica rompe il bacio per respirare.
