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CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 8
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Capitolo 8 di 11 34 min di lettura

Figli dell'apocalisse

Un sogno riapre ferite che Trevis credeva di aver imparato a tenere chiuse. Lontano da Balsam, tra boschi, rovine e vecchi fantasmi, una giornata apparentemente normale prende una direzione che potrebbe cambiare il suo modo di guardare al mondo.

Michael035
2 mesi fa · 307 letture · 1

«Tu ne avevi più bisogno di me» sibila lei, la voce roca, il respiro corto. I suoi capelli le coprono metà viso, ma vedo la bocca aperta, ansimante.

«Può darsi» rispondo io, la voce incrinata, quasi non riconoscibile. È una verità spogliata di ogni orgoglio.

«Ah! Sì, Trevis... scopami più forte» ordina lei, ansimando e arcuando la schiena per incontrare i miei colpi.

Aumento l'intensità. Il mio corpo si muove su un binario unico, inesorabile. Sento i muscoli delle cosce bruciare, lo sforzo fisico che si mescola al piacere. È un sesso di liberazione, uno sfogo violento di repressione, di paura. Siamo solo due corpi che cercano conforto in un altro corpo.

Lei continua a baciarmi, piccoli baci disordinati sul mio mento, sulle mie labbra, sul mio collo. Le sue labbra si posano sulla mia mascella, sentendo la barba ruvida che ho cercato di mantenere curata.

«Dio, Trevis... Ah! Ah!» mormora contro la mia pelle. «Sono fradicia, sìì!»

La mia mano le afferra i fianchi. La controllo, la uso per spingerla contro di me con ogni colpo. Il suo respiro è un sibilo continuo ora, una serie di "Ah! Ah! Ah!" che si sincronizzano con le mie spinte. I suoi capelli sono un caos di onde sul lenzuolo, alcuni attaccati alla fronte sudata, altri sparsi come ali spezzate.

Sento il culmine avvicinarsi come un treno merci. È una pressione alla base della colonna vertebrale, un calore che si espande dal basso ventre. Il mio respiro si fa affannoso, irregolare.

«Sto per venire,» borboto, incapace di formare frasi complete.

Lei mi stringe più forte, se possibile, i suoi occhi che mi fissano intensamente.

«Esci! Esci!» dice lei, spingendomi con le mani.

All'ultimo istante, quando il piacere sta per esplodere, mi tiro fuori. La mia mano afferra il mio cazzo duro e pulsante, e con un gemito profondo che sembra strapparmi l'anima, eiaculo. Il getto è caldo e potente, si riversa contro la sua vagina, coprendo le sue labbra gonfie e il monte di Venere. Lo sperma schizza contro la pelle calda di Jessica.

Crollo su di lei, sostenendomi sugli avambracci. Il mio cuore batte furiosamente contro le costole, un tamburo di guerra in ritirata. Respiro pesantemente, l'aria fredda che mi brucia i polmoni mentre cerco di recuperare. Jessica mi accarezza i capelli, le dita che mi passano tra le ciocche nere ribelli alla nuca. Il suo respiro si calma lentamente, il petto che si muove nervosamente a ogni respiro.

«Guardami,» mormora, quando sono ancora sopra di lei, il peso del mio corpo che preme contro il suo sul telo umido.

«Questo non significa niente, è stato solo un momento di svago che serviva a entrambi. Non devi spiegare niente a nessuno...»

Le obbedisco. E per la durata di quei minuti, con il fiato di Jessica caldo contro il mio collo e il fiume che scorre accanto a noi senza fermarsi per nessuno, il resto del mondo — Meave, il diario, la radio del sogno, Balsam e tutti i suoi morti che camminano — smette semplicemente di esistere.

Quando, molto più tardi, mi tiro su per riallacciarmi la camicia e i pantaloni, il cielo sopra Balsam si è schiarito di qualche tonalità di grigio. Jessica resta seduta sul telo, le ginocchia strette al petto, un'espressione soddisfatta e insieme stranamente malinconica, come chi ha appena preso in prestito qualcosa che sapeva già di dover restituire prima di sera.

«Non aspettarti che questo cambi qualcosa tra noi,» dice, ma senza freddezza, quasi con sollievo.

«Non sto cercando un uomo che resti, Trevis. Volevo solo ricordarmi come ci si sente a scegliere qualcosa per me, per una volta.»

«Lo capisco... è difficile legarsi a qualcuno dopo una perdita importante.»

Jessica mi guarda con un'ombra di ironia stanca, raccogliendo il cesto di vimini.

«Forse per te... » dice, con il tono che si fa quasi gentile.

Non rispondo. Raccogliamo insieme quello che resta sul telo, in silenzio, e quando risalgo il pendio verso il fienile con la tanica d'acqua in una mano, l'unico pensiero che riesco a tenere a bada con fatica è che tra poche decine di metri, dietro un portone di legno, ci sono due occhi verdi che meritano di sapere esattamente cosa ho appena fatto — e che io, quasi certamente, non troverò mai il coraggio di dirglielo.

◇

​Quattro giorni dopo, il silenzio nel fienile è ancora abbastanza denso da poterlo tagliare con un coltello.

​Le cose a Balsam, però, si sono mosse. La febbre di Meave è svanita del tutto, lasciandole solo una leggera zoppia che lei si ostina a ignorare, camminando a testa alta tra le baracche. Il gruppo di Earl ha iniziato a fidarsi di noi — o forse ha solo capito che due fucili in più fanno comodo quando l'inverno bussa alle porte. Ci lasciano mangiare con loro nella cucina comune. Meave siede da un lato del tavolo, io dall'altro. Non ci parliamo. I nostri sguardi si incrociano solo per frazioni di secondo, carichi di tutto quello che non ci siamo detti dopo quella mattina: le mie urla per Tessa, il suo passo di troppo nella mia testa, e quel momento sul telo umido con Jessica di cui lei, ne sono certo, sente l'odore addosso a me ogni volta che le passo vicino.

​Ma il cibo non basta mai. Con l'arrivo del primo vero gelo, le trappole intorno al campo sono rimaste vuote per tre giorni di fila.

​Oggi è il mio turno di caccia. Ed esattamente come prima di tutto questo casino, preferisco andare da solo. Un compagno nel bosco è solo rumore in più, un bersaglio più grande, un rallentamento. Soprattutto dopo Tessa, non ho mai permesso a nessuno di camminare dietro di me per andare in esplorazione e caccia.

​Prendo il SUV che ho rubato agli sciacalli della clinica farmaceutica, mi spingo oltre il solito perimetro. Supero i crinali familiari e mi addentro verso le propaggini di Sylva. La vegetazione qui è fitta, soffocata da rampicanti neri e pini selvatici che nascondono la vecchia strada statale.

Con me c'è solo il rumore degli pneumatici sull'asfalto rovinato, una vibrazione sorda che mi risale lungo le gambe e si perde nel freddo dell'abitacolo. Il riscaldamento è rotto, o forse ha solo esaurito il liquido chissà da quanto, ma non m'importa. Avevo bisogno di allontanarmi da Balsam, dal fienile, da Meave e da quell'aria stagnante di tensione che ci respiriamo addosso da giorni.

Sylva non è un posto che raggiungi a piedi per sgranchirti le gambe. Ho guidato quasi un'ora schivando carcasse di auto arrugginite e tronchi caduti, le mani strette sul volante incrostato di sporco, godendomi il rumore meccanico del motore che copriva finalmente i miei pensieri.

Parcheggio dietro una stazione di servizio bruciata, ben nascosto dalla strada principale. Spengo il motore e il silenzio cala di colpo, pesante come una lastra di piombo.

L'aria fuori è tagliente, grigia e più gelida del solito... tra un po' inizierà anche a nevicare. Il cielo sembra un livido infetto, carico di una pioggia ghiacciata pronta a cadere da un momento all'altro. Imbraccio il fucile d'assalto, controllo la sicura e mi incammino. Non sono qui per i cervi, trovarne uno con questo clima significa passare ore all'interno di foreste inesplorate. Sono qui per scroccare alla morte quello che si è dimenticata di portarsi via.

Mezzo miglio più a nord, seminascosto dalla vegetazione che ha sfondato l'asfalto, un cartello inclinato su un palo arrugginito: Sylva Quick-Mart. Il genere di posto dove la gente si fermava a comprare birra scadente e gratta-e-vinci prima che il mondo andasse a puttane.

Mi avvicino tenendomi basso. La facciata è un disastro di vetri esplosi e infissi divelti. I rampicanti secchi pendono dall'ingresso come vene morte. L'interno è un pozzo d'ombra, un odore acido di carta marcita, umidità stagnante e di cibo andato a male.

Scavalco lo stipite sfondato. Gli stivali scricchiolano contro frammenti di vetro e intonaco sbriciolato. Ogni passo è calcolato, millimetrico. La canna del fucile segue lo sguardo, scansionando gli angoli ciechi tra le corsie di metallo arrugginito. Scaffali vuoti, scatole sfondate, frigoriferi con le porte spalancate come bocche senza denti.

L'atmosfera è morta. Eppure l'istinto continua a pizzicarmi la base del collo.

Cric.

Un rumore infimo. Plastica calpestata, in fondo alla terza corsia.

Il corpo reagisce prima ancora che il cervello finisca di formulare il pensiero. Abbasso il baricentro, perno sul piede destro, e mi giro puntando l'arma dritta verso la fine dello scaffale. Trattengo il respiro. L'adrenalina mi inonda il sangue, fredda e lucida.

«Fermo.»

La voce che arriva dall'ombra non è quella di un razziatore adulto, né il ringhio gorgogliante di un errante. È sottile. Acerba. Ma tagliente come il filo di un rasoio appena affilato.

Da dietro un espositore inclinato, emerge una figura.

Una ragazzina. Non avrà più di quattordici anni.

Il mio cervello da ex operatore registra e seziona ogni dettaglio in meno di un secondo. Un piumino celeste e bianco, due taglie troppo grande, la stoffa un tempo sgargiante ora macchiata di grasso nero, sangue secco e sporcizia stratificata. Sotto un cappellino con visiera logoro spuntano riccioli castani, incrostati di polvere. La faccia è magra, i lineamenti induriti da una fame cronica. Sullo zigomo destro, una cicatrice netta e bianca — il ricordo di una lama che l'ha mancata per un soffio.

Ma non è l'aspetto da sopravvissuta a raggelarmi. È l'arma che impugna.

Una Beretta 9 millimetri, un blocco di metallo pesante che contrasta con la fragilità apparente dei suoi polsi. La tiene puntata esattamente al centro del mio petto.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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