Non mi muovo. Leggo la sua postura. Piedi ben distanziati per assorbire il rinculo, braccia tese ma non rigide. Il dito indice non è serrato sul grilletto in preda al panico. È disteso lungo il fusto della canna. Disciplina perfetta — ma non quella che ti insegna un istruttore in un poligono. Quella che ti scolpisce addosso la sopravvivenza stessa, ripetuta abbastanza volte da diventare riflesso puro.
E sono i suoi occhi a dirmi il resto.
Grandi, scuri, lucidi di paura. Qualsiasi ragazzina tremerebbe, piangerebbe, implorerebbe. Lei no. Sotto quella paura, radicata nel fondo delle pupille, c'è qualcosa di più antico. Non cattiveria — non ancora. È la freddezza di chi ha smesso da tempo di distinguere tra difendersi e colpire per primo.
La paragono a Meave, per un istante assurdo. Meave ha ventisette anni, l'orgoglio e la lingua tagliente di chi ha visto l'inferno da adulta, con la memoria intatta di cosa c'era prima. Questa ragazzina no. Lei l'inferno non ha mai dovuto imparare a riconoscerlo. Ci è nata dentro, o quasi. Non porta il peso di un mondo perduto, perché per lei quel mondo non è mai esistito abbastanza a lungo da lasciare un vuoto. C'è solo questo, ed è l'unica cosa che conosce — motivo per cui la maneggia con una naturalezza che a un adulto costerebbe anni di addestramento e altrettanti di incubi per arrivarci.
«Metti giù il fucile,» ordina. La voce trema appena, tradendo l'età, ma le braccia restano d'acciaio.
«O ti sparo. Giuro su Dio che lo faccio.»
«Ok. Calma.»
La voce mi esce bassa, monocorde. Nessuna minaccia, nessun movimento brusco. So riconoscere quando qualcuno è a un battito di ciglia dal premere il grilletto, e lei ci sta camminando sopra, su quel filo.
«Non voglio farti del male,» dico, mantenendo il contatto visivo.
«Sono entrato pe4 cercare cibo. Niente di più.»
Stringe le labbra, gli occhi ridotti a due fessure di sospetto.
«Come tutti. Non cambio idea... mettilo giù.»
Non sta bluffando. E il modo peggiore per morire, in questo mondo, è prendersi un proiettile da una ragazzina terrorizzata che ha semplicemente stimato male le distanze.
Faccio un respiro lento. Stacco la mano sinistra dall'astina del fucile, palmo aperto e visibile. Con la destra abbasso la canna verso il pavimento.
Piego le ginocchia, con lentezza calcolata, e appoggio il fucile a terra, a un metro da me. Mi rialzo, mani lontane dal corpo, all'altezza del petto.
«Fatto,» dico.
«Vedi? Nessuno spara a nessuno.»
Lancia un'occhiata rapida al fucile, poi torna a fissarmi. Non abbassa la pistola.
«Sei da solo?» Domanda.
«Mi chiamo Trevis. Sì, sono da solo» La guardo dritto negli occhi.
«Hai una buona postura, ragazzina. Ma se tieni le braccia così tese per altri tre minuti, i muscoli iniziano a tremare e sbagli il colpo. Rilassa le spalle.» faccio una breve pausa «Tu, come ti chiami?»
Sussulta, impercettibilmente. L'osservazione l'ha spiazzata più di qualsiasi minaccia.
«Io sono Clementine.» Il nome esce come una sfida. «E comunque è difficile sbagliare da questa distanza.»
La canna della Beretta resta immobile, un occhio nero che non sbatte mai le palpebre.
«Lo zaino,» ordina, la voce un po' più roca. «Toglilo. Piano. Spingilo verso di me.»
È uno zaino tattico da assalto, carico di munizioni, filtri per l'acqua, scatolame. Pesa quasi venti chili — troppo per le sue braccia sottili. Ma non sono nella posizione di discutere con una quattordicenne armata.
Sgancio la cinghia pettorale con un clic secco. Lascio cadere lo zaino, gli do un calcio leggero, lo faccio scivolare fino a un metro dai suoi piedi.
Clementine abbassa un ginocchio a terra, la destra sempre allineata al mio petto, la sinistra che tasta la cerniera. Sento il rumore metallico della lampo che si apre.
Non cerca cibo. La mano si tuffa dritta nella tasca laterale con la croce rossa sbiadita e tira fuori il kit medico: garza sterile, nastro telato, disinfettante.
Non è una razziatrice in cerca di bottino. È un animale ferito che cerca di rattopparsi da sola, nel buio, prima che qualcuno se ne accorga.
«Potevi chiedermele,» dico. «Te le avrei date senza dovermi puntare una pistola contro.»
Si tira in piedi, stringendo la garza al petto con la sinistra.
«E come faccio a saperlo? Magari qui dentro avevi anche un'altra arma nascosta. Non sono stupida.»
«Non ho detto che lo sei.» La tensione inizia a corrodermi i nervi, non per lei, ma per il tempo che perdiamo.
«Non farei mai del male a una bambina. Puoi calare quella pistola.»
Le si stringono le labbra. La parola "bambina" le dà fastidio quasi quanto l'idea di essere disarmata. Forse di più.
«Fai una cosa,» continuo, il tono più morbido ma fermo. «Ero un militare. So trattare una ferita sporca molto meglio di te con una mano sola. Fammi guardare.»
Fa un mezzo passo indietro, tirando con sé anche lo zaino, l'istinto di conservazione che lotta contro un dolore che sta chiaramente nascondendo dietro i denti stretti.
«Per dimostrarti che non sono quel tipo di persona,» aggiungo,
«ho un coltello alla cintura e uno nella cavigliera destra. Li tiro fuori, li appoggio a terra, li spingo via.»
Non aspetto il suo permesso. Sfilo la lama dalla cintura, l'appoggio a terra. Mi chino, faccio lo stesso col coltellino da stivale. Spingo tutto verso i frigoriferi rotti con un calcio.
«Adesso sono solo completamente disarmato. Contenta?»
Osserva i coltelli scivolare via. Poi guarda me. Vedo l'ingranaggio dietro i suoi occhi lavorare — calcola la distanza, il mio peso, le mie intenzioni, e le confronta col dolore che le sta divorando il braccio. Alla fine, la canna si abbassa di qualche grado. Non la rinfodera — non è così ingenua — ma la lascia riposare lungo il fianco, il dito fuori dalla guardia.
Si volta di lato e va a sedersi con le spalle contro la parete, nell'angolo più buio del negozio, dove nessuno può arrivarle alle spalle.
Anche questo è un dettaglio che non mi sfugge. Nessuno gliel'ha insegnato. L'ha imparato da sola.
Mi avvicino a passi lenti, raccolgo il kit medico da terra, mi accovaccio a un metro da lei.
Clem si sfila il piumino con movimenti rigidi, trattenendo il respiro. Quando lo lascia cadere, l'odore di polvere del negozio viene coperto da qualcosa di pungente. Sangue vecchio.
Sotto il giubbotto, una felpa grigia. L'intera metà esterna dell'avambraccio destro è intrisa di una macchia scura, umida ai bordi.
«Tira su la manica.»
Lo fa, mordendosi il labbro per non fare rumore. Il tessuto si stacca dalla pelle con uno strappo viscido. Sotto, una fasciatura di fortuna — brandelli di una vecchia maglietta stretti alla bell'e meglio, ormai un unico blocco rosso scuro e incrostato.
«Fa vedere.» Il tono è più delicato. La benda è incollata alla carne dal sangue coagulato. Se la strappo a secco, le porto via anche il primo strato di pelle.
Slaccio la borraccia dalla cintura. «Farà un po' male.»
Verso un filo d'acqua direttamente sul tessuto incrostato. Clementine sussulta, i muscoli del braccio si contraggono di colpo, ma non emette un suono. Gli occhi neri mi fissano, lucidi di dolore, il suo respiro aumenta di ritmo.
Con due dita sollevo i lembi della stoffa, srotolandola con cura millimetrica. Quando rimuovo l'ultimo strato, la ferita si rivela alla luce grigia del minimarket.
Un taglio profondo, asimmetrico. Un solco irregolare che ha squarciato il muscolo dell'avambraccio esterno. Mentre pulisco i bordi con la garza umida, sento qualcosa grattare contro il tessuto.
Avvicino il viso. Annidati nella carne viva, tra il tessuto arrossato e gonfio, due piccoli frammenti trasparenti.
Vetro. Schegge spesse, conficcate in profondità.
Mi blocco un secondo. La mente torna a tre minuti fa, quando questa ragazzina, con un muscolo lacerato e vetro incastrato nella carne a ogni movimento, ha sollevato una Beretta da quasi un chilo e l'ha tenuta perfettamente ferma, braccio teso, senza un tremore.
Alzo lo sguardo dalla ferita ai suoi occhi. La durezza di prima ha ceduto qualche centimetro, sostituita da una stanchezza sfiancante. Ma il mento resta alto.
Chi diavolo sei, penso, sentendo un rispetto gelido montarmi nello stomaco. Non ho visto questa resistenza al dolore nemmeno nel mio vecchio plotone.
«Hai del vetro nel braccio, Clem.» Uso il suo nome per la prima volta, cercando la pinzetta nel kit.
«Com'è successo?»
Tiene lo sguardo fisso sul soffitto sgretolato e pieno di muffa, la mascella serrata.
«Correvo. Un gruppo di quei mpstri mi ha sentita mentre entravo in un altro negozio due giorni fa. Erano in troppi per affrontarli e così sono scappata. C'erano due macchine scontrate, i vetri sparsi dappertutto sull'asfalto. Sono inciampata mentre scappavo e ci sono finita sopra con tutto il braccio.»
«Non contro una finestra, allora.»
«No.» La voce le trema appena. La prima crepa vera. «Pensavo di averle tolte tutte, le schegge. Ho provato a farlo da sola con la luce della torcia, la notte stessa.» Si interrompe. Deglutisce.
«Ma fa più male di quanto pensassi.»
«Almeno non è infetta... finisco io.»
Non risponde. Ma qualcosa nei suoi occhi cede per un istante — non del tutto, solo una fessura minuscola — e per la prima volta da quando è uscita da dietro quello scaffale, sembra esattamente quello che è. Non un soldato in miniatura. Non un animale bastonato. Una ragazzina di quattordici anni, sola in un minimarket abbandonato, che ha passato due notti a scavarsi il vetro dalla carne al buio perché non aveva nessun altro a cui chiedere aiuto.
Le nocche della mano sinistra, quella che stringe ancora la Beretta in grembo, sono bianche. Ma le dita tremano. Non solo per il dolore.
