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Erotika
CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 8
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Capitolo 8 di 11 34 min di lettura

Figli dell'apocalisse

Un sogno riapre ferite che Trevis credeva di aver imparato a tenere chiuse. Lontano da Balsam, tra boschi, rovine e vecchi fantasmi, una giornata apparentemente normale prende una direzione che potrebbe cambiare il suo modo di guardare al mondo.

Michael035
2 mesi fa · 307 letture · 1

«Non urlo,» dice, la voce che si indurisce di nuovo, come se si accorgesse di essersi scoperta troppo.

«Fai quello che devi fare e basta.»

«Lo so che non urli.» Prendo la pinzetta, la passo velocemente sull'ultimo goccio di alcol rimasto nella fiala. «Ma se ti scappa, Clem, non è un problema. Nessuno qui dentro ti giudica per questo. Nemmeno io.»

Mi guarda un istante di troppo, come se non si aspettasse quella frase da un uomo a cui ha appena puntato un'arma contro il petto.

Poi distoglie lo sguardo, di nuovo verso il soffitto, e stringe i denti.

«Fallo e basta,» dice.

Affondo la pinzetta nella ferita rimuovendo le ultime schegge di vetro.

Poso la pinzetta e prendo ago e filo. L'ago ricurvo entra nella carne. Tiro il filo di nylon, chiudendo i lembi del muscolo spaccato, e per ogni punto che do, Clementine smette di respirare per un secondo, le labbra serrate fino a sbiancare. Non emette un gemito. Stringe gli occhi, il pugno sinistro. Guarda il muro sbrecciato di fronte a lei come se fosse l'unica cosa reale al mondo in questo momento. Dei piccoli irli di dolore le muoiono in gola e poi, come se non riuscisse più a trattenersi, una lacrima le riga il viso.

Quando stringo l'ultimo nodo e taglio il filo con il coltello, la sua pelle è coperta da un velo di sudore freddo. Prendo la garza sterile, la imbevo con l'ultimo fondo di disinfettante e le fascio l'avambraccio con movimenti stretti e precisi.

«Finito,» mormoro, fissando il nastro telato.

«Tra qualche giorno tirerà da matti, ma se lo tieni pulito non fa infezione.»

Clementine abbassa lo sguardo sul braccio. Muove le dita della mano destra, una per una. Fanno male — lo vedo da come le tremano i tendini del polso — ma funzionano.

«Grazie,» dice. È una parola rigida, sputata fuori quasi a malincuore, come se non fosse abituata a usarla.

«Resta seduta qui,» le ordino, raccogliendo il kit e ributtandolo nello zaino.

«Vado a vedere se c'è rimasto qualcosa in questo buco. Non ti frego. Tu promettimi solo di non spararmi quando torno dalla corsia.»

Non risponde, ma non alza l'arma. Per ora, è il massimo di fiducia che posso ottenere.

Mi allontano, addentrandomi nel ventre scuro del minimarket. Gli scaffali dell'area clienti sono stati ripuliti metodicamente anni fa — solo espositori rovesciati e confezioni vuote mangiate dai topi. Mi dirigo verso le doppie porte a spinta sul retro, quelle che portavano al magazzino.

Appena ne varco la soglia, un muro invisibile mi colpisce in pieno viso. L'odore è così denso e acido che mi blocca il respiro in gola. Mi porto istintivamente l'avambraccio sul naso, gli occhi che iniziano a lacrimare. Puzza di morte stagnante, proveniente da una fila di frigoriferi industriali spenti — roba che un tempo conteneva carne e latticini. Senza corrente, sigillati, sono diventati bare di putrefazione liquefatta. L'odore si è infiltrato nell'intonaco, impregnando ogni centimetro d'aria di questa stanza maledetta, facendomi salire la bile in gola.

Respiro a fatica con la bocca mezza chiusa e mi muovo veloce. Oltre i frigoriferi, in un angolo ingombro di scatoloni sfondati, noto qualcosa. Una cassa di legno, mezza coperta da un telone di plastica opaca.

Con un calcio sposto il telone. Sotto, impolverata ma intatta, c'è una scatola di cartone con il logo di una marca di zuppe e fagioli. La apro. Sono lattine impilate, sporche di terra. Scadute. Ma in questo mondo i numeri su un'etichetta non significano un cazzo. Finché la lattina non è gonfia e il contenuto non sa di muffa o di gas, è commestibile.

Prendo l'intera scatola e la porto fuori trattenendo il respiro.

Quando riemergo nella corsia, Clementine è esattamente dove l'ho lasciata. Ha ripreso colore in faccia. Le lancio una delle scatolette. Lei la prende al volo con la sinistra, la studia un secondo, poi mi guarda mentre apro la mia con il coltellino.

Ci sediamo a un paio di metri di distanza, sul pavimento impolverato, e mangiamo in silenzio. O meglio, io mangio. Lei divora. Ingoia i fagioli freddi con una foga quasi animale, raschiando il fondo della latta con le dita pur di non sprecare una goccia del sugo. Ha una fame che scava da dentro, il tipo di fame che ti fa dimenticare chi sei.

«Non hai nessuno a guardarti le spalle, vero?» le chiedo all'improvviso, posando la latta vuota.

Clementine si blocca. Lecca via una macchia di salsa dal pollice, lo sguardo che torna quello duro di prima. «Sono sola.»

«Da dove vieni?»

«Savannah.»

Aggrotto la fronte. Savannah, Georgia. Centinaia di miglia a sud. Un viaggio del genere, per una ragazzina, attraversando interstatali bloccate e boschi pieni di razziatori, è roba da far tremare chiunque.

«Non sei arrivata fin qui da sola,» constato, abbassando la voce. «Chi c'era con te?»

Clem fissa il metallo vuoto della scatoletta per un lungo momento. La maschera dura si incrina, ma solo per un decimo di secondo, prima di rinsaldarsi.

«Kate e James,» dice. Il tono è piatto, come se stesse leggendo un rapporto.

«Eravamo insieme da un po'. Poi, tre settimane fa, sono andati a cercare del cibo e un percorso alternativo perchè il pomte che dovevamo attraversare è crollato. Mi hanno detto di aspettarli, nascosta in una vecchia casa.» Alza gli occhi su di me.

«Ho aspettato quattro giorni. Non sono mai tornati.»

Nessuna lacrima. Nessun tremore nella voce. Sa come funziona questo mondo: se non torni prima entro un paio di giorni, sei morto.

«E dove stavate andando?» chiedo.

«Perché spingersi fin quassù tra le montagne? Partendo dalla Georgia, la costa sarebbe stata la strada più diretta.»

«Non l'abbiamo scelta noi, la strada.» Una vecchia rabbia le indurisce la voce.

«La costa era un macello. Posti di blocco militari abbandonati, gente che sparava a chiunque si avvicinasse senza nemmeno fermarsi a guardare chi fossi. James diceva che tagliare per l'interno, anche se voleva dire allungare il viaggio di molto, ci avrebbe tenuti vivi più a lungo.» Fa una pausa.

«Stavamo andando a New Bern.»

«New Bern?»

«Una comunità, grande,» continua lei, tagliente.

«Dicevano. Vicino alla costa, dove si incontrano due fiumi. James l'aveva sentito su una radio presa da un posto di blocco, mesi fa. Diceva che prendevano chiunque fosse utile.» Stringe le labbra.

«Mi sarei fermata ovunque, prima di arrivare fin qui. Ma non è rimasto niente lungo la strada. Solo disperati che vagano senza meta, o gente che cerca di derubarti, spararti, o peggio. New Bern è la mia speranza.»

New Bern. Il nome mi risuona vagamente familiare — una cittadina sulla costa, alla confluenza di due fiumi, che ho sentito nominare anche come una delle prime sedi del governo della Carolina. Se qualcuno è riuscito a barricarsi in un posto con l'acqua a fare da barriera naturale su più lati, potrebbe davvero aver costruito qualcosa di solido. Di certo è una prospettiva migliore del cratere biologico che probabilmente è diventata Asheville.

Faccio due conti nella testa. Da Savannah a New Bern, seguendo la costa, non sarebbe dovuto essere un viaggio così lungo. Ma niente, in questo mondo, niente va mai come dovrebbe andare. Le hanno sbarrato la strada lungo il mare, deviazione dopo deviazione, finché non si è ritrovata qui, a centinaia di miglia nella direzione sbagliata, incastrata tra le montagne invece che sulla costa che cercava.

Guardo Clementine. I vestiti lerci, la ferita cucita da cinque minuti, gli occhi da veterana in un corpo da ragazzina. Non posso lasciarla in questo posto. Non so nemmeno perché mi importi — non sono un buon samaritano — ma l'idea di vederla uscire da quella porta di vetro sfondata per farsi ammazzare nel bosco mi fa prudere le mani.

«Senti,» dico, appoggiando gli avambracci sulle ginocchia. «Vieni con me.»

Clementine non risponde subito. Resta immobile un momento troppo lungo, gli occhi fissi sulla scatoletta vuota che tiene in grembo, come se la proposta le fosse arrivata in una lingua che deve prima tradurre.

La mano sinistra scivola, lenta, verso l'impugnatura della Beretta. Non la solleva. La sfiora soltanto, un gesto quasi automatico, il modo in cui qualcun altro cercherebbe un amuleto in tasca.

«E dove?» dmanda. La voce è meno ferma di quanto vorrebbe farla suonare.

«Hai un'idea migliore?»

«So che quello che sto per dirti non ti farà cambiare idea di colpo,» continuo, più piano.

«Ma c'è un accampamento a qualche miglio da qui. Si chiama Balsam. Non è granché — gente affamata e spaventata che ci sopporta a malapena. Ma ha delle mura, un tetto, e per ora nessuno mi ha ancora sparato nel sonno. C'è anche un'altra persona con me. Una donna.»

Clementine alza gli occhi su di me, sospettosa. «Che tipo di donna?»

È la prima domanda vera che mi fa. Non una difesa. Un piccolo spiraglio.

«Si chiama Meave. Ha la tua stessa faccia, quando la guardi bene — quella di chi ha smesso di fidarsi molto prima di incontrarmi.» Faccio una pausa. «Non ti farà niente. Ha una gamba che fa più pena del tuo braccio, in questo momento.»

Distoglie lo sguardo, verso il buio in fondo alla corsia. La vedo lottare con qualcosa che non è più tattica. È stanchezza vera, quella che si accumula per mesi e che alla fine chiede solo di potersi fidare di qualcuno, anche solo per una notte.

«I gruppi grandi si ammazzano sempre tra loro,» dice, ma la voce ha perso il filo tagliente di prima. Suona quasi come una domanda, come se sperasse che io la smentissi.

«Non è un gruppo grande. E non ti sto offrendo una famiglia, Clem. Non sono bravo in quello.» Mi sporgo un poco di più.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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