«Ti sto offrendo qualche notte senza dover dormire con un occhio aperto. Il tempo che ti serve per far chiudere quel braccio e rimetterti in forze. Poi te ne vai, se è quello che vuoi.»
Fa una pausa più lunga delle altre. Quando parla di nuovo, la voce le si è ristretta, quasi infantile.
«E se poi non voglio più andarmene?»
La domanda mi coglie alla sprovvista. Non è la Clementine che mi ha puntato una pistola contro un'ora fa. È solo una ragazzina di quattordici anni a cui, forse per la prima volta dopo mesi, qualcuno ha chiesto se le andrebbe di restare da qualche parte, invece di continuare a scappare e basta.
«Allora resti,» dico semplicemente. «Finché vuoi tu.»
«Non hai una meta, tu?»
«Il mio piano originale era Asheville, ma sappiamo entrambi che le grandi città sono fosse comuni. New Bern...» Mastico il nome, valutandolo nella mente.
«Bern è una incognita. Ma è l'unico obbiettivo che ha senso puntare adesso. Se vieni a Balsam e ti rimetti in sesto, quando sarà il momento di partire, potremo viaggiare insieme. Due fucili sono meglio di uno. Se non ti fiderai di me, potrai andartene per la tua strada. Nessuno ti tratterrà.»
La guardo soppesare l'offerta. La stanchezza combatte contro la diffidenza. Guarda la sua benda nuova, poi guarda me. Annuisce appena, un movimento minimo, come se anche solo quel gesto le costasse uno sforzo enorme. Poi, quasi a compensare, la voce le torna dura di scatto.
«Andiamo, Clem.» Le dico. Lei si tira in piedi appoggiandosi al muro, barcollando solo per una frazione di secondo prima di raddrizzare la schiena con un orgoglio feroce che sembra tenerla su più delle sue stesse gambe. Fa scivolare la pistola nei pantaloni, senza fretta, ma senza più quella rigidità di prima.
Recupero il mio zaino e i miei coltelli da terra.
Il viaggio di ritorno verso Balsam è scandito dal rumore sordo degli pneumatici che macinano asfalto crepato e rami secchi. L'abitacolo è gelido, l'aria sa di polvere vecchia e di pino marcio che entra dalle guarnizioni consumate dei finestrini.
Ci rimettiamo in marcia, lancio un'occhiata verso il sedile del passeggero. Clementine è rannicchiata contro la portiera, affondata nel piumino celeste. Tiene la mano sinistra appoggiata sopra la fasciatura fresca, un gesto di protezione quasi inconscio. I suoi occhi scansionano la linea degli alberi fuori dal finestrino con la metodicità di una sentinella. Non si rilassa un istante.
Il silenzio tra noi è pesante, carico della diffidenza tipica di due estranei che potrebbero ancora uccidersi a vicenda al primo movimento sbagliato.
«Non tieni la pistola come una che l'ha trovata per strada ieri,» dico, rompendo il silenzio senza alzare la voce, lo sguardo fisso sulla strada.
«Sai quel che fai con un arma in mano. E non hai la faccia di chi ha imparato a sparare al poligono con il padre la domenica mattina.»
Clementine non gira la testa. Continua a guardare fuori, ma vedo il suo riflesso nel vetro sporco. Si irrigidisce appena.
«Non l'ho imparato al poligono,» risponde, la voce piatta.
«Lo immaginavo.» Faccio girare il volante per schivare la carcassa putrefatta di un errante mutilato.
«Tuo padre era un militare? Un poliziotto?»
La butto lì in modo casuale, lasciandole tutto lo spazio per ignorarmi o mandarmi al diavolo se ho appena toccato un nervo scoperto.
Clem abbassa lo sguardo sulle ginocchia. Per un attimo penso che non risponderà. Poi, con una voce che sembra sforzarsi di restare piatta più di quanto non lo sia davvero, parla.
«Non ho un padre. Non più. E nemmeno una madre. Sono morti dopo poco che questo è iniziato. Avevo sei anni.»
Le parole mi colpiscono con la freddezza di una secchiata d'acqua ghiacciata. Sei anni. A quell'età i bambini dovrebbero piangere perché si sbucciano un ginocchio, non ritrovarsi soli in un mondo che decide improvvisamente di divorarli vivi. Io, a sei anni, giocavo nel cortile dietro casa. Lei, alla stessa età, imparava a nascondersi per non farsi sbranare.
«Mi dispiace,» dico, e per una volta è vero fino in fondo. «Dev'essere stata dura. Come hai fatto a sopravvivere da sola?»
«Non sono rimasta sola a lungo.» Clem si stringe un po' di più nel piumino. «Ho incontrato Marcus.»
«Chi era? Un parente?»
«Un detenuto.» La risposta è secca, quasi una sfida. Si volta a guardarmi, come se si aspettasse un giudizio. «Era in prigione per rapina a mano armata. Quando il mondo è andato all'inferno e le guardie sono scappate, i detenuti sono usciti. Lui mi ha trovata nascosta in casa mia, in un ripostiglio. Ero lì da tre giorni.»
La guardo con la coda dell'occhio. L'immagine di un ex galeotto che, invece di razziare o farsi i fatti suoi, si ferma a raccogliere una bambina di sei anni mi fa pensare a quanto questo cazzo di mondo sia un paradosso continuo. I governi sganciano armi biologiche, i militari disertano, e i criminali diventano padri.
«Marcus mi ha insegnato tutto,» continua lei, la voce che si fa più calda al ricordo.
«È stato lui a darmi la pistola. Mi ha insegnato a sparare, a controllare il respiro, a non fidarmi mai di chi sorride troppo, e a mirare sempre alla testa quando si tratta di quei vaganti.»
«Vaganti?»
«Lui li chiamava così. Perché, tu come li chiami?»
«Erranti!»
«Erranti,» ripete «cosa significa?» domanda.
«Ha lo stesso significato di vaganti, cambia solo la sfumatura. Girano senza meta, d'accordo, ma "errare" è sbagliato, anomalo. E visto che sono nati da una mutazione, mi è sempre sembrato il nome più adatto.»
«Ah, ok!» dice, con un po' di perplessità, come se non capisse il significato di alcune parole. È normale, non ha un'istruzione come ce l'abbiamo avuta tutti, o quasi.
Si toglie il cappellino per un secondo, passandosi una mano tra i riccioli castani, ribelli ma tagliati in modo irregolare, leggermente appiattiti sulla sommità, che cercarono subito di riprendere il loro naturale volume mosso e riccio. Li teneva raccolti alla bell'e meglio in un piccolo nodo basso sulla nuca, ma l'azione liberò diverse ciocche ribelli che le ricaddero disordinate ai lati del viso e sulla fronte.
«Mi tagliava i capelli con un coltello o con delle forbici di fortuna,» mormora, fissando il cappello che stringe tra le mani.
«Diceva sempre che in questo mondo non puoi permetterti di avere niente di bello che ti penda dalla testa. I capelli lunghi sono una condanna. Se qualcuno vuole farti del male, o se un errante ti arriva da dietro, è la prima cosa che afferra per tirarti giù.»
La cassa toracica mi si stringe in una morsa di ferro.
Sposto lo sguardo sulla strada, ma per un istante non vedo l'asfalto sbiadito e rotto. Vedo l'appartamento a Richmond. Vedo Tessa, con la sua cascata di capelli castani che le copriva le spalle, quegli stessi capelli in cui affondavo le mani. Era così fiera della sua chioma. Poi il ricordo vira al nero. Il deposito di legname. La mano grigia che l'afferra per i capelli, la strattona all'indietro, mentre lei grida il mio nome un istante prima che i denti le affondino nella spalla.
Marcus aveva ragione. Aveva ragione in tutto. Quell'ex detenuto sapeva come tenere in vita le persone meglio di quanto sapessi fare io, un operatore delle forze speciali. Io avevo lasciato che Tessa tenesse i capelli lunghi perché la facevano sentire ancora umana. Marcus aveva tagliato via l'umanità da Clementine per farla sopravvivere.
Deglutisco il sapore amaro che mi è salito in gola, stringendo le dita sul volante fino a far sbiancare le nocche.
«Marcus è un uomo intelligente,» dico, con la voce più ferma che riesco a tirare fuori dal petto.
«Ti ha preparata bene, Clem. Nessuno ti metterà le mani addosso.»
Faccio una pausa. Il fuoristrada sobbalza su una buca, le sospensioni scariche gemono.
«E adesso?» chiedo, abbassando il tono, cauto. «Cosa gli è successo? Vi siete separati?»
Il silenzio cala di nuovo, denso, quasi impossibile da respirare. Guardo verso il sedile del passeggero. Clementine ha calato il cappellino sugli occhi. Non si volta verso di me. Ha girato il viso completamente verso il finestrino.
Vedo il suo riflesso sul vetro appannato dal nostro respiro. Ha serrato le labbra, la mascella contratta in uno sforzo enorme per trattenere l'emozione. Una singola lacrima, silenziosa e traditrice, le scivola sulla guancia sporca, tracciando un solco pulito sulla pelle, per poi perdersi sotto il colletto del piumino.
Non si asciuga il viso. Non fa una piega. Si limita a fissare il bosco grigio che scorre accanto a noi sbattendo le palpebre e chiudendosi la tragedia dentro, nell'angolo più oscuro dello stomaco, dove tiene nascosto tutto il resto.
Capisco il messaggio. Ci sono porte che non si forzano.
«D'accordo,» mormoro, senza insistere, riportando l'attenzione sulla strada.
Non dico un'altra parola per il resto del viaggio. Non accendo la radio. Lascio che il rumore del motore copra i nostri fantasmi, mentre Balsam si fa sempre più vicina.
[CONTINUA... ]
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Scrivo erotica da poco. Le mie storie partono sempre da una scintilla reale — qualcosa che è successo a me, a chi mi sta intorno o che potrebbe capitare a chiunque nella vita di tutti i giorni. Prendo quella dinamica quotidiana e ci costruisco attorno una trama romantica e intensa, sviluppandola in più parti. Da me non troverete racconti singoli e veloci, ma vere e proprie raccolte e libri da esplorare. Mi piace scavare nella psicologia e nei sentimenti dei personaggi, per poi farli esplodere in una passione erotica travolgente.
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