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CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 10
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Capitolo 10 di 11 33 min di lettura

Siamo noi i morti che camminano

Grazie a chi sostiene questa storia.

Michael035
1 mese fa · 220 letture · 1

«Ti sei fermato,» dice. Non è un urlo, non ancora. È peggio: una constatazione fredda, tremante. «Ti ho visto, Trevis. Mi hai guardata finire a terra e non hai mosso un muscolo.»

«Meave...»

«Sai cosa ho pensato,» continua, la voce che sale, incrinata adesso da qualcosa che non è più solo rabbia, «mentre quella cosa mi stava sopra e tu restavi fermo a guardare? Ho pensato a Caleb.» Il nome le esce a fatica, come se le costasse fisicamente pronunciarlo. «Ho pensato che finalmente capivo esattamente cosa deve aver provato lui, mentre io scappavo e lo lasciavo urlare dietro quella porta.» Le trema il respiro. «Non pensavo che saresti stato tu a farmelo provare sulla mia pelle. Tu, tra tutti.»

Non provo a difendermi. Non alzo le mani per bloccare l'ondata che sento arrivare. Il colpo di quelle parole brucia più di quanto possa fare qualsiasi spinta fisica.

«Volevi vedermi morire?» chiede, la voce che si spezza a metà della domanda.

«No, ma che cazzo dici?» rispondo. È la prima cosa vera che le dico da quando siamo usciti dal negozio. «Non so cosa mi sia successo, Meave. Giuro su Dio che non lo so. Mi sono bloccato.»

«Non mi basta.» risponde Meave, fa un passo indietro, il respiro irregolare, il viso segnato dalla rabbia e da qualcos'altro che assomiglia pericolosamente al dolore. Mi punta un dito sporco di sangue contro il petto.

«Fai tanto la predica su chi è un peso morto e chi no,» continua, la voce che si è fatta più bassa, quasi esausta adesso. «Ma tu hai dei problemi, Trevis! E la cosa che mi fa più paura non è che tu possa farmi del male apposta.» Fa una pausa, gli occhi lucidi. «Mi aggredisci, mi urli addosso e mi insulti. Non sono io la causa dei tuoi problemi, capito? Quindi non provare mai più a scaricare tutto su di me, stronzo figlio di puttana!»

Sento di nuovo la rabbia salirmi alle tempie.

«E tu sei un'ingrata del cazzo, Meave. Mi sono fatto il culo per rimediare al mio errore.» Faccio un passo impulsivo in avanti.

«Tre uomini, Meave,» urlo, la voce che sale d'intensità fino a diventare un ruggito trattenuto a stento. «Ho ammazzato tre persone a sangue freddo in quella clinica veterinaria per prenderti gli antibiotici! Per evitare che quella gamba ti andasse in cancrena e ti uccidesse!»

Le punto l'indice a un millimetro dal petto, la mano che trema per l'adrenalina.

«Ti ho portata con me, ti ho medicata, ti ho dato da mangiare mentre tu deliravi di febbre e io non dormivo da tre giorni. Ti ho trattata come una priorità quando per me eri soltanto un peso. E in cambio io cosa ho ottenuto da te?» Una risata amara, secca, mi scappa dalla gola, priva di qualsiasi traccia di divertimento. «Niente. Soltanto la tua puzza sotto il naso e il tuo veleno. Dal primo secondo in cui ti ho incontrata non hai fatto altro che provocarmi, giudicarmi, sputare sulle mie scelte e trattarmi come se fossi uno scemo. Quella ragazzina che tanto temi ti ha appena salvato il culo e, invece di ringraziare lei, sei venuta subito ad attaccarmi!»

Si volta e si incammina verso il SUV, trascinando la gamba ma tenendo la schiena dritta come una lastra di ferro.

Lo sparo di Clementine è un cazzo di megafono per ogni errante nel raggio di due miglia.

Fisso Meave per un istante, ma scuoto la testa. Non posso andarmene a mani vuote. Non senza sapere dove diavolo stiamo andando.

Mi volto di scatto e corro di nuovo dentro il minimarket. La polvere sollevata dal nostro litigio è ancora sospesa nell'aria immobile. Mi butto dietro il bancone dell'ufficio del gestore, spostando scartoffie, sventrando cassetti, rovesciando espositori di plastica. L'adrenalina mi rende i movimenti frenetici, quasi violenti. Non trovo nulla e i nervi si impossessano di me. Con una mano scaravento a terra quasi tutto quello che c'è sulla scrivania. Mi porto entrambe le mani al viso ripetendo che devo calmarmi. Mi guardo ancora intorno e sotto una pila di vecchie bolle di consegna vedo un angolo di cartoncino lucido. Lo strappo via: un atlante stradale della Carolina del Nord, di quelli dettagliati, contea per contea. Lo piego a metà, me lo infilo a forza nella tasca del giaccone e corro fuori.

Clementine è in piedi accanto al bagagliaio aperto. Ha il tubo in una mano e la tanica nell'altra.

«Meno di metà,» dice, la voce incrinata ma svelta. «Non sono riuscita a tirarne su di più.»

«Basta così. Buttala dietro e sali, muoviti!»

Poggia la tanica nel bagagliaio, chiude il portellone e si infila sul sedile posteriore. Meave è già al posto del passeggero, il viso contratto in una maschera di dolore. Salto al posto di guida, ingrano la marcia e affondo il piede sull'acceleratore. Il SUV slitta sull'asfalto sporco del piazzale, poi schizza sulla statale, allontanandosi dal minimarket un attimo prima che le ombre nei boschi circostanti comincino a riversarsi sulla strada.

Guidiamo per mezz'ora circa, deviando su strade secondarie sempre più strette e dissestate, allontanandoci dal tracciato di Asheville. L'abitacolo è immerso in un silenzio tombale, denso di cose non dette e di adrenalina che evapora lasciando solo stanchezza.

Trovo quello che cerco quando il cielo inizia a tingersi di un viola livido, preludio alla sera. Uno spiazzo erboso alla fine di una strada sterrata che muore contro il costone di una collina. Un appezzamento agricolo abbandonato in fretta e furia. Un paio di carcasse di utilitarie arrugginite e, poco più in là, due trattori di nuova generazione: giganti di metallo verde e nero con cabine computerizzate, lasciati lì a marcire, inutili feticci di un mondo che ha smesso di esistere.

Nascondo il SUV dietro una fitta barriera di pini, in modo che dalla strada non si veda il riflesso della carrozzeria. Spengo il motore. Il silenzio dei boschi ci avvolge, rotto solo dal ticchettio del cofano che si raffredda.

«Qui non ci passerà nessuno,» dico, staccando le mani dal volante con lentezza. Mi bruciano i muscoli. «Accampiamoci.»

Allestiamo un fuoco minuscolo, incassato tra due pietre per nascondere la fiamma, alimentato solo con rami secchi che non fanno fumo. L'aria è gelida, tagliente, e ci stringiamo istintivamente attorno a quel misero calore. Tiro fuori la carne essiccata che ci ha dato Earl. È dura come la suola di uno scarpone e sa di fumo stantio, ma la mastichiamo in silenzio, concentrati sul puro bisogno di riempirci lo stomaco.

Meave è seduta su una cassetta di plastica rovesciata, la gamba ferita allungata verso il fuoco. Ha un'espressione tesa, lo sguardo fisso sulle braci. Ogni tanto mi lancia un'occhiata fugace, ancora carica della rabbia fredda del piazzale, ma non mi parla.

Il silenzio si allunga finché non è lei a romperlo, non verso di me. Verso Clementine, seduta a gambe incrociate dall'altra parte del fuoco.

«Mi hai salvato la vita, oggi.»

Lo dice senza girarsi subito, gli occhi fissi sulle braci, come se ammetterlo ad alta voce le costasse più di quanto vorrebbe mostrare.

Clementine alza lo sguardo di scatto.

Meave si volta finalmente a guardarla.

«Da quando Trevis ti ha portata a Balsam, ti ho trattata come un problema. Come un peso, un rischio in più da tenere d'occhio.» Fa una pausa, il fuoco che le illumina il profilo teso. «Mi sbagliavo. Oggi la più debole di questo gruppo ero io, distesa nel fango con quella cosa sopra, incapace di spostarla di un centimetro. Sei stata tu a tenermi in vita. Non il contrario. Mi dispiace per come mi sono comportata con te. Sinceramente.»

Clem la fissa un momento, come se stesse verificando che dietro quelle parole non ci fosse una trappola. Poi scrolla le spalle, un gesto minimo. «Non devi scusarti. Ci dobbiamo aiutare a vicenda se vogliamo sopravvivere... e voi non mi sembrate cattive persone.»

Il pragmatismo spietato, quasi matematico, di quella risposta strappa a Meave una mezza risata asciutta, priva di ironia, più sollievo che altro. «Comunque sia. Ti devo un favore enorme. E non è una cosa che dico spesso a nessuno.»

«Non so chi ti abbia insegnato tutto questo, ma chiunque sia stato, ha fatto un buon lavoro.» Meave finisce di masticare il suo pezzo di carne, poi si porta una mano alla coscia, stringendo i denti. Il movimento le contrae il viso in una smorfia di dolore puro, che lei cerca di mascherare schiarendosi la voce e guardando altrove.

Fisso la sua gamba, poi il suo viso pallido, illuminato a intermittenza dalla luce del fuoco. Tutte le parole che ci siamo vomitati addosso al minimarket sono ancora lì, pesanti come piombo tra noi, ma non posso starmene a guardarla soffrire senza fare nulla.

Il fuoco si è ridotto a un mucchio di braci pulsanti nel buio, appena sufficienti a scaldare i palmi delle mani. Dopo aver mangiato, Meave si è alzata senza dire una parola. Si è allontanata dal nostro piccolo perimetro di calore e si è seduta su una catasta di vecchi cassoni agricoli arrugginiti, a una decina di metri di distanza. Una sagoma scura contro un cielo che minaccia di caderci addosso da un momento all'altro.

Clementine si stringe nella giacca, fissando le fiamme morenti. «Trevis?» mi chiama, a bassa voce. «Hai ancora qualcosa contro il dolore? Qualcosa che mi faccia dormire una notte intera senza sentire il braccio che pulsa.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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