Non la sveglio. Dirle che sto andando al buio in mezzo al nulla servirebbe solo a farle sprecare energie per preoccuparsi o per fare la sarcastica. Mi limito a tirarle la coperta di lana fin sotto il mento.
Esco dal fienile, richiudendo il pesante portone scorrevole alle mie spalle. L'aria gelida della notte mi colpisce la faccia come uno schiaffo. Attraverso il perimetro silenzioso di Balsam, muovendomi come un'ombra tra le baracche dormienti, fino a raggiungere la capanna della donna del ruscello. L'ex infermiera.
Batto due colpi leggeri sulla porta di legno. Pochi secondi dopo, lo spioncino si oscura e la porta si socchiude, rivelando il suo viso scavato e gli occhi stanchi, illuminati a malapena dal riverbero di una candela interna.
«Parto adesso,» le sussurro, la voce ridotta a un soffio ruvido.
«Vai da lei tra un paio d'ore. Cambiale lo straccio sulla fronte, dalle da bere se si sveglia. Fai in modo che continui a respirare finché non torno.»
La donna abbassa lo sguardo sul mio fucile, poi lo rialza sui miei occhi.
«Di notte i boschi sono pieni di erranti. E se non torni?»
«Tornerò,» rispondo, con una gelida e assoluta certezza. «Se si sveglia prima, dille di non muoversi.»
Mi volto e mi lascio alle spalle il perimetro di lamiere, inghiottito dall'oscurità dei monti Appalachi.
La Route 23 è un cimitero che serpeggia tra gole profonde e foreste di pini neri. La luna è coperta da un tappeto di nuvole basse, e la visibilità ridotta a una manciata di metri. Avanzo usando la visione periferica, i passi leggeri, il peso del corpo distribuito sull'avampiede per non spezzare rami o far scricchiolare la ghiaia.
Sei miglia. Una marcia forzata nel silenzio assoluto, interrotto solo dal fruscio del vento gelido tra gli alberi e, di tanto in tanto, da un gemito lontano, gutturale, che sale dal fondovalle. Ignoro i morti. I morti sono prevedibili, lenti, stupidi. Non sono loro a preoccuparmi. Elimino solo quelli che mi trovo davanti o che reputo troppo vicini.
Impiego poco meno di due ore per raggiungere i confini di Waynesville. Il quartiere di Hazelwood è un ammasso di scheletri di cemento e mattoni inghiottiti dalla vegetazione. Seguo la South Main Street, scivolando lungo le pareti degli edifici diroccati, usando le ombre come copertura.
La clinica veterinaria è una struttura bassa, col tetto parzialmente collassato per un vecchio incendio. La facciata principale è un disastro di vetri infranti e intonaco annerito.
Mi appiattisco dietro la carcassa di un furgone del corriere rovesciato sul marciapiede opposto, alzando il fucile per inquadrare l'ingresso attraverso il mirino olografico.
Mi aspettavo il buio. Mi aspettavo il vuoto.
Invece, noto subito due cose che fanno scattare l'allarme rosso nel mio cervello.
La prima è il debole fascio di luce di una torcia tattica che danza all'interno, illuminando a intermittenza.
La seconda è il suono metallico e ritmico di un motore che si sta raffreddando. Un tic-tic inconfondibile.
Sposto la visuale verso il vicolo laterale della clinica. Nascosto in parte da un cassonetto ribaltato, c'è un SUV grigio scuro, modificato con griglie metalliche sui finestrini e piastre saldate sulle portiere.
Appoggiato al cofano anteriore, c'è un uomo.
Il mio respiro rallenta, scendendo a un ritmo controllato. Entro nel ciclo OODA — Osserva, Orienta, Decidi, Agisci. La mente militare prende il sopravvento, spazzando via il freddo, la stanchezza e ogni traccia di emozione.
Osserva:
Il tizio sul cofano indossa un giubbotto in pelle imbottito. Sta fumando una sigaretta artigianale, la brace illumina a intervalli irregolari una barba folta e un berretto da baseball. Ha un fucile a pompa appoggiato al paraurti, a portata di mano ma non in posizione di tiro. È rilassato. Troppo rilassato. Pensa di essere il predatore.
All'interno dell'edificio, sento il rumore di scaffali ribaltati e imprecazioni sommesse. Sono in due. Stanno frugando il retro, probabilmente il dispensario dei farmaci. In totale, tre bersagli.
Orienta:
Non sono semplici sopravvissuti in cerca di cibo. Il veicolo rinforzato e la sicurezza con cui si muovono dicono che sono sciacalli. Gente organizzata, abituata a prendere quello che vuole con la forza.
Il problema è semplice, la matematica spietata. Loro stanno cercando la stessa cosa che cerco io. I farmaci, in questo mondo, valgono più dell'oro. Se li lascio fare, caricheranno tutto sul SUV e Meave morirà in quel fienile tra spasmi atroci. Non posso condividere. Non posso negoziare. In un'epoca senza leggi, la diplomazia si fa con il piombo e la polvere da sparo e il primo che spara è l'unico che racconta la storia.
Sento un'ondata di fredda rassegnazione. Non provo piacere nell'uccidere, ma non provo nemmeno rimorso. O muoiono loro stasera, o muore lei, o muoio io. E io non ho ancora intenzione di morire, né di far morire Meave.
Decidi:
Se apro il fuoco dalla mia posizione con il fucile d'assalto, abbatterò il guardiano in un secondo, ma il rumore allarmerebbe i due all'interno. La struttura è crollata in più punti; se si trincerano nel dispensario, mi costringeranno a un assedio ravvicinato in spazi stretti, o peggio, daranno fuoco a quello che resta dell'edificio pur di non lasciarlo a me.
Devo eliminare la sentinella in silenzio. Poi, mi occuperò degli altri due.
Agisci:
Lascio scivolare il fucile lungo il fianco, agganciato alla cinghia tattica. Porto la mano destra alla fondina cosciale, ma non estraggo la pistola. Un colpo, anche se ben piazzato, fa rumore. Le mie dita si chiudono sull'impugnatura zigrinata del coltello da combattimento. Lo sfilo dal fodero in kydex senza produrre alcun suono.
Esco dalla mia copertura, sfruttando il cono d'ombra creato dall'insegna caduta di un negozio adiacente. Mi muovo con una lentezza calcolata, un passo dopo l'altro sull'asfalto spaccato, tenendo gli occhi incollati alla brace della sigaretta del guardiano. Il rumore del vento che ulula tra i palazzi sventrati copre i miei passi.
Dieci metri.
Il guardiano aspira un'ultima boccata profonda, getta il mozzicone a terra e lo schiaccia con la suola dello scarpone. Si stiracchia, voltando leggermente la testa verso l'ingresso della clinica.
«Sbrigatevi, cazzo!» sibila verso l'interno, irritato dal freddo.
«Non voglio passare tutta la notte in questo buco del cazzo.»
Cinque metri.
Il mio corpo si abbassa, il baricentro vicino a terra. L'adrenalina mi pompa nelle vene, rendendo i miei sensi ipereccitati. Sento l'odore del tabacco scadente, del sudore stantio del bersaglio e del carburante del SUV.
Tre metri.
L'uomo si gira di nuovo verso la strada. Per una frazione di secondo, i suoi occhi incrociano la mia sagoma scura che emerge dalle tenebre. La sua bocca si apre, l'istinto di sopravvivenza che cerca di far scattare un urlo d'allarme, ma il suo corpo è in ritardo rispetto alla mia reazione.
In un lampo fluido e inarrestabile, accorcio l'ultima distanza. La mia mano sinistra scatta in avanti, serrandosi come una morsa d'acciaio sulla sua bocca e spingendogli la testa all'indietro. Contemporaneamente, il coltello nella mia mano destra affonda nella sua gola da parte a parte.
Un taglio perfetto. La sua gola è recisa di netto.
Il corpo dell'uomo subisce un violento spasmo, poi si spegne all'istante, crollando come un sacco vuoto. Accompagno la sua caduta a terra, sostenendone il peso per evitare che il tonfo sull'asfalto allerti i compagni.
Pulisco la lama sui suoi vestiti prima di rimetterla al suo posto.
Trascino il corpo del guardiano dietro il furgone dove ero nascosto io, muovendomi in silenzio. Il sangue mi ha sporcato i guanti, ma me ne frego. Agisco in puro automatismo.
Lo spoglio rapidamente. Gli sfilo la giacca di pelle imbottita, ancora calda del suo calore corporeo e impregnata dell'odore acre di fumo da due soldi e sudore stantio. Me la infilo sopra il mio equipaggiamento. Poi gli prendo il berretto da baseball e me lo calco in testa, abbassando la visiera fin quasi sul naso.
Perquisisco il cadavere: trovo un coltello da caccia dozzinale e una pistola semiautomatica calibro 9. Infilo il coltello nella mia cintura e controllo il caricatore della pistola. Pieno. Tolgo la sicura e me la tengo in mano.
Mi avvicino al SUV. Il mio fucile d'assalto è troppo ingombrante per un lavoro sporco in uno spazio ristretto come l'abitacolo di un veicolo. Mi accovaccio e lo faccio scivolare sotto il telaio della macchina, nascosto nell'ombra delle ruote posteriori. Metto il fucile dell'uomo sui sedili posteriori.
Apro con cautela lo sportello del guidatore, scivolo sul sedile in pelle fredda e lo richiudo accostandolo, senza farlo scattare.
E poi, aspetto.
Quindici lunghi minuti. In questo mondo, un quarto d'ora fermo al buio equivale a un'eternità. Il mio respiro è lento, controllato, inalano dal naso ed espiro dalla bocca. Le mani riposano sul volante. Non uso il coltello rubato. Le dita della mia mano destra scivolano sull'impugnatura logora del pugnale che porto sempre sul fianco sinistro. Il coltello di Tessa. Sentire la trama di quel manico sotto i polpastrelli è l'unico vero ancoraggio che ho con la mia sanità mentale.
