Finalmente, rumore di passi che scricchiolano sui calcinacci e sui vetri rotti. Voci basse, affaticate.
«Dai, Arón, metti gli zaini dietro e andiamocene via,» dice uno dei due, emergendo dalle tenebre dell'edificio sventrato.
Guardo lo specchietto retrovisore. Una sagoma si dirige verso il bagagliaio, l'altra punta dritto verso la portiera del passeggero.
Lo sportello si apre. L'uomo si lascia cadere pesantemente sul sedile accanto al mio, portandosi dentro l'odore di polvere chimica e farmaci stantii. È grosso, respira a fatica. Getta un'occhiata distratta verso di me, vedendo solo la giacca di pelle del suo amico e la visiera calata.
«Cazzo, ma ti sembra il posto per dor–»
Le parole gli muoiono in gola. Quando si volta per richiudere lo sportello agisco di scatto. La mia mano sinistra va dritta verso la sua gola, la lama si conficca quasi per intero nel suo collo, recidendo la giugulare.
L'uomo si porta entrambe le mani al collo. I suoi occhi si spalancano in un'espressione di terrore puro, il respiro bloccato nei polmoni. Cade dallo sportello rotolandosi a terra. Morirà nel giro di qualche istante.
Non ho tempo da perdere. Lo lascio lì, spingo la portiera ed esco fuori dall'abitacolo con la pistola calibro 9 già in puntamento.
Il secondo uomo ha appena sollevato il portellone posteriore e sta infilando due grossi zaini neri nel bagagliaio. Quando capisce cosa sta succedendo è già tardi, quando una cosa non te l'aspetti, o sei addestrato, oppure sei finito. Si gira di scatto dopo aver sentito il tonfo del suo compagno e del mio sportello.
Sparo due colpi rapidi, in sequenza.
Bam. Bam.
I proiettili frantumano il finestrino laterale posteriore, trasformando il vetro temperato in una pioggia di diamanti. I colpi lo centrano in pieno, perforandogli la spalla destra e stracciandogli il muscolo del braccio. Non ho mirato, ho sparato a occhio. Dovevo neutralizzarlo nel minor tempo possibile, non abbatterlo all'istante, ci sarebbe voluto più tempo e forse avrebbe avuto il modo di reagire. Anche se, in questo modo, il botto degli spari rimbomba lungo tutta la Main Street come un richiamo per i morti.
L'uomo urla, un suono straziante, e crolla sull'asfalto spaccato, tenendosi il braccio che pompa sangue a fiotti.
Mi muovo rapido aggirando il SUV. Il tizio a terra sta ansimando, il viso contorto dal dolore. Con la mano sinistra, quella buona, cerca disperatamente di sfilare un revolver dalla fondina che porta sul fianco.
Arrivo su di lui, pianto lo scarpone militare dritto sul suo polso e ci scarico sopra tutto il mio peso. Sento le ossa scricchiolare sotto la suola in Kevlar. Caccia un altro urlo stridulo. Gli do un calcio nello stomaco che gli mozza il fiato e allontano la sua arma con la punta del piede.
Punto la canna fumante della calibro 9 dritta in mezzo ai suoi occhi.
Lui mi guarda. Il suo respiro è un lamento irregolare. Il terrore gli ha fatto perdere ogni parvenza di aggressività. Inizia a strisciare all'indietro, per quel che gli permette il mio stivale.
«Aspetta... ti prego, aspetta,» supplica, sputando saliva e sangue.
«Prendi tutto. Gli zaini sono pieni di antibiotici, garze... prendi la macchina. Ma non sparare.»
Il mio dito resta premuto sul grilletto, a una frazione di millimetro dallo sgancio.
Lui vede che non abbasso l'arma e cerca disperatamente la via dell'empatia, l'ultima carta di ogni bastardo che sta per morire.
«Ho una bambina,» dice, la voce rotta da un singhiozzo umido.
«Ha sei anni. È malata, è al nostro campo. Se non torno con quella roba... lei non passa la settimana. Ti prego, uomo. E comunque... i miei sanno che siamo qui. Verranno a cercarci. Possiamo dividerci la roba...»
Sento un muscolo contrarsi sotto la mia mandibola.
Una bambina.
Per un microsecondo, l'immagine della piccola di Balsam che costruisce la sua torre di sassi in riva al ruscello mi attraversa la mente. Un brivido mi tocca lo stomaco. La compassione è un veleno potente. Ti fa esitare. Ti fa pensare che forse c'è un'altra via.
Ma non ho nessuna cazzo di certezza che questa storia sia vera. In dieci anni ho sentito bastardi giurare sulle madri malate, sulle mogli incinte, sui figli morenti, solo per guadagnare il secondo necessario a piantarti una lama nella milza. E anche se fosse vero... la sua bambina non è un mio problema. Meave sì. E se lascio questo stronzo vivo, lui tornerà dal suo gruppo. Seguiranno le mie tracce. Arriveranno a Balsam e raderanno al suolo tutto, compreso il fienile in cui sto tenendo nascosta l'unica persona per cui ho rischiato il collo.
Schiaccio l'empatia sotto una colata di cemento armato. Guardo l'uomo con occhi vuoti, privi di qualsiasi umanità.
«Una volta qualcuno disse: il dado è tratto. Due dei vostri sono morti, se anche tu non torni sicuramente verranno a cercarvi, scopriranno cosa è successo e verranno a cercare me, dopodiché moriranno anche loro. Se ti lascio vivo, invece, tu verrai a cercarmi insieme a loro, mi troverete e tu, invece di morire stanotte, morirai tra qualche giorno... insieme ai tuoi compagni.»
«No, no, ti giuro che non verremo a cercarti... Te lo giuro, non uccidermi»
«Siete ancora caldi,» dico. La mia voce è piatta, un sussurro abrasivo che taglia la fredda aria notturna. «Gli erranti stanno arrivando. Li sento già. Quando i tuoi amici arriveranno, troveranno solo qualche arto che non è stato ancora masticato.»
Lui spalanca gli occhi, capendo che è finita. Apre la bocca per lanciare un'ultima supplica, o forse una maledizione. «fi–»
Bam. Bam. Bam.
Sparo tre colpi nel suo petto. La testa sbatte contro l'asfalto e il suo corpo si rilassa, svuotato di ogni tensione.
Non ho un secondo da perdere. Il coro gutturale e trascinato che sale dalla parte bassa della strada mi avverte che il rumore degli spari ha funzionato da fischietto per cani. Decine, forse dozzine di erranti si stanno riversando fuori dai vicoli e dai palazzi abbandonati, attratti dal frastuono e dall'odore pungente del sangue fresco.
Vado verso lo sportello del passeggero. Non so se il tizio è già morto, ma non si muove. Sparo anche a lui, tanto ormai ho già fatto rumore. Non in testa però, sempre sul corpo. Verranno mangiati, si trasformeranno e vagheranno allontanandosi da soli.
Lo afferro e lo trascino sull'asfalto. Faccio lo stesso con il cadavere del guardiano che avevo nascosto dietro il furgone.
Con un enorme sforzo fisico, li sposto tutti e tre proprio in mezzo all'incrocio principale della Main Street. Un mucchio di carne fresca e sanguinante, esposta in bella vista. È una tattica macabra, ma funziona: quando l'orda arriverà, si avventerà su di loro come piranha. Saranno così occupati a sbranare questi tre sciacalli che non si accorgeranno di me mentre mi allontano nella direzione opposta.
Recupero il mio fucile d'assalto da sotto la macchina e me lo metto a tracolla. Mi avvicino al bagagliaio del SUV,
getto un'ultima occhiata ai corpi nell'incrocio, sotto la luce pallida della luna velata, ascoltando i primi lamenti degli erranti che svoltano l'angolo. Non provo niente.
Non c’è tempo per il lusso della prudenza. Il rumore dell'orda si fa più vicino, un suono di ossa che strusciano sull'asfalto e sospiri umidi di gole marce. Mi fiondo sul posto di guida del SUV, lasciando gli zaini sul sedile accanto.
Prima di accendere il motore, apro gli zaini. È un caos di flaconi, siringhe e scatole di cartone schiacciate. Trovo quello che cerco: ciprofloxacina. Un antibiotico a largo spettro, il gold standard per infezioni di questo tipo. C'è anche dell'amoxicillina, qualche analgesico oppioide e persino della morfina in fiale, roba che in questo mondo vale più di una cassaforte piena di diamanti. La maggior parte ha la data di scadenza superata da anni, ma in condizioni di emergenza, la chimica non si degrada così in fretta come dicono le etichette.
Manca la linea.
Senza un set per infusione, non servono a niente. La somministrazione orale è troppo lenta per la velocità con cui l'infezione sta colpendo Meave. Digrigno i denti e mi dirigo dentro la clinica, correndo tra i tavoli operatori rovesciati. La mia torcia taglia l'oscurità come una lama. Eccola. Una scatola di kit endovena integra, sigillata ai piedi di uno scaffale. La afferro e corro fuori.
Metto in moto. Il motore ruggisce, un suono alieno in questo silenzio di tomba. Ingrano la marcia e parto piano, per far stridere le gomme, mentre le prime sagome grigie degli erranti appaiono nel fascio dei fari. Non li guardo. Premo l'acceleratore, sentendo le gomme che artigliano il fango della statale 23.
Il ritorno verso Balsam procede liscio, l'adrenalina svanisce ad ogni miglio percorso.
Quando entro nel fienile, Meave è un fantasma rannicchiato nella paglia. La febbre le ha dato una tregua apparente, la pelle non scotta come prima, ma è un inganno: l'infezione è una bestia che ha solo fatto un respiro prima di ripartire all'attacco.
