La donna del fiume, Jessica, è lì con lei. Si è tolta lo scialle e ha le maniche rimboccate. Mi vede entrare, mi vede sporco di fango e sangue, e non fa domande. Si limita a tendere la mano.
«Sei già di ritorno? Ce l'hai?» chiede, la voce tesa.
Le rovescio gli zaini ai piedi.
«Antibiotici, morfina, kit endovena. Tutto.»
Lei si mette subito al lavoro. Mentre prepara la flebo, la mia mente registra ogni suo gesto. Vedo Meave contrarsi quando l'ago le entra nella vena della mano, un gemito di dolore che le esce dalle labbra. È un dolore che non si può nascondere.
«È un antidolorifico potente,» sussurra Jessica, iniettando la dose con una precisione che mi fa quasi invidia.
«Le toglierà il dolore per qualche ora. Ma la gamba... è brutta. Molto brutta. Se l'antibiotico non fa effetto entro ventiquattro ore, la necrosi sarà sistemica. Non avrò scelta, dovrò amputare.»
Mi siedo sulla paglia, a pochi centimetri da Meave. Le mie mani, quelle mani che poco fa hanno tolto la vita a tre uomini, ora sembrano inutili, pesanti. Jessica mi guarda, capisce che non sono d'aiuto in questo momento. Fa un cenno impercettibile, raccoglie le sue cose e si avvia verso il portone.
«Mi chiamo Jessica,» dice prima di uscire. «Se hai bisogno di altro, sono nella terza capanna a destra. Non farla dormire troppo, controlla la temperatura.»
Il portone si richiude. Siamo soli.
Il silenzio del fienile è diverso ora. Meno aggressivo, ma più carico di una fragilità che mi mozza il fiato.
Meave apre gli occhi. La morfina ha fatto effetto, le pupille sono spente, un velo di vetro sopra il verde dei suoi occhi. Guarda il vuoto, poi sposta la testa lentamente, faticando a mettere a fuoco la mia figura.
«Sei tornato,» mormora. La sua voce è un sussurro sottile, privo di difesa.
«Certo che sono tornato.»
«Ho freddo, Trevis. Un freddo... che mi arriva fin dentro le ossa.»
Mi sfilo il giubbotto tattico, lo lascio cadere di lato e mi tolgo gli scarponi. Mi siedo accanto a lei, poi mi sdraio, creando uno spazio tra la paglia e il mio corpo. Con estrema lentezza, la tiro a me. Non c'è erotismo, non c'è tensione, c'è solo una necessità primordiale di calore. Lei si appoggia al mio petto, il viso appoggiato sulla mia spalla.
La stringo forte. Sento il battito del suo cuore, irregolare, stanco, che combatte contro la tossina che le scorre nelle vene.
Le sue palpebre si fanno pesanti quasi subito. Il respiro rallenta, si allunga, scivola verso quel ritmo profondo che precede il sonno vero.
Apro la bocca per dirle di lasciarsi andare. È il riflesso automatico di chi vuole solo che la sofferenza dell'altro finisca, anche solo per qualche ora. Ma la voce di Jessica mi torna addosso, netta: non farla dormire troppo, controlla la temperatura.
Deglutisco. Le stringo un poco la spalla, abbastanza da farla riemergere.
«Ehi,» sussurro. «Non ancora.»
Meave riapre gli occhi a fatica, il velo della morfina che le appesantisce ogni gesto. «Sono stanca, Trevis. Tanto stanca.»
«Lo so. Ma non puoi dormire adesso. Resta sveglia ancora un po'. Dopo ti lascio andare, promesso.»
Fa una smorfia, un tentativo di protesta che le muore in gola. «Sei un carceriere di merda.»
«Il migliore che tu abbia mai avuto.»
Un piccolo sorriso le attraversa le labbra screpolate. Il primo da giorni.
Per tenerla ancorata, comincio a parlare. Non di erranti, non di Balsam, non della gamba che potrebbe non farcela. Le faccio domande stupide, inutili, cose che in questo mondo non contano niente e che proprio per questo funzionano.
«Qual era il tuo colore preferito. Prima?»
Aggrotta la fronte, come se la domanda fosse scritta in una lingua che ha dimenticato. «Che cazzo di domanda è?»
«Una per tenerti sveglia. Rispondi.»
«Giallo,» dice dopo un momento, la voce impastata.
«Il giallo dei girasoli. Ne avevamo un campo dietro casa, in Ohio. Mia madre li odiava, diceva che attiravano le api.» Una pausa, un respiro tremante. «Adesso il giallo mi ricorda solo il vomito quando sento la puzza degli erranti.»
«Bell'immagine. Complimenti.»
«Vaffanculo, l'hai chiesto tu.»
Continuo a farle domande, una dopo l'altra, tenendola a galla con la sola forza della mia voce bassa nel buio. Se sapesse suonare qualcosa. Se aveva fratelli. Se le mancava di più il caffè o la doccia calda. Lei risponde a scatti, la lingua impastata dalla morfina, ma risponde, e ogni risposta è un filo che la tiene di qua, lontana dal sonno che Jessica ha detto di non concederle ancora.
Il tempo scivola così, in un dialogo frammentato e stupido e prezioso, finché non mi accorgo che le sue parole si sono fatte più rade, il silenzio tra una domanda e l'altra troppo lungo per i miei gusti.
Mi giro leggermente verso di lei per richiamarla. Il movimento ci porta più vicini di quanto intendessi. Il suo viso è a pochi centimetri dal mio, illuminato appena da un filo di luce grigia che filtra dal tetto.
Il tempo, dentro quel fienile, si ferma di nuovo.
Sento il suo respiro sulla bocca, caldo, irregolare, mischiato al mio. I suoi occhi verdi, opachi di morfina, mi cercano con una lucidità che la droga non dovrebbe permetterle. Non c'è più febbre in quello sguardo. C'è solo lei, quello che ne resta, che mi guarda come se stesse per dirmi una cosa rimandata da giorni.
Il corpo si muove prima del cervello. Mi accorgo di essermi avvicinato di un altro centimetro. Sento l'odore della sua pelle, del sangue secco, e sotto tutto questo, qualcosa di caldo e vivo che mi fa dimenticare per un secondo dove ci troviamo.
E poi la vedo. Non lei. Lei.
Un lampo involontario, crudele: Tessa che mi guarda allo stesso modo, in un'altra vita, prima che tutto andasse in pezzi. Il petto mi si stringe, un artiglio che risale dalla bocca dello stomaco alla gola.
Mi ritraggo. Non di molto. Un centimetro, forse due. Ma abbastanza perché lei se ne accorga.
«Trevis.»
La sua voce non ha rimprovero. Ha solo la stanchezza paziente di chi ha già visto un uomo scappare da se stesso troppe volte per stupirsene ancora.
«Non posso,» dico. La voce mi esce più ruvida di quanto vorrei. «Non è giusto. Per lei.»
Meave non distoglie lo sguardo. Nemmeno per un istante.
«Non ti sto chiedendo di dimenticarla.» Le parole escono lente, pesate, nonostante la lingua impastata. «Non lo farei mai. E comunque non ci riusciresti, e non voglio che tu ci provi.»
Il respiro le trema, ma non è più solo febbre.
«Ma guarda dove siamo, Trevis. Il mondo ci ha già portato via tutto quello che poteva portarci via. Case, famiglie, futuro. Se lasciamo che ci porti via anche questo — il fatto che riusciamo ancora a sentire qualcosa — allora i morti hanno già vinto. Non serve nemmeno che ci mordano. Basta smettere di provare sentimenti, e siamo già uguali a loro.»
Una lacrima le scivola all'angolo dell'occhio. La voce resta ferma.
«Non ti sto chiedendo di scegliere me al posto suo. Ti sto chiedendo di non chiuderti per paura. Quello che sto provando adesso, qualunque cosa sia, è una delle poche cose rimaste in questo schifo di mondo che vale ancora la pena sentire. E credo che tu lo sappia. Solo che hai troppa paura di ammetterlo.»
Rimango immobile, il suo fiato caldo ancora contro le labbra, il cuore che martella in un modo che non sentivo da dieci mesi.
Non rispondo a parole. Non ne ho più.
Colmo io stesso l'ultimo centimetro.
La bacio con una delicatezza che non mi credevo più capace di avere, lenta, quasi timorosa, come se il fienile intero potesse frantumarsi al minimo gesto sbagliato. Lei risponde piano, le dita gelide che si stringono nel tessuto della mia maglietta, aggrappandosi a me come si aggrappa a qualcosa chi teme che l'istante finisca troppo presto.
Quando ci separiamo, restiamo a un soffio l'uno dall'altra, le fronti che si toccano, i respiri mescolati nel buio freddo.
«Restare sveglia adesso mi sembra più facile,» sussurra lei, un accenno di sorriso stanco sulle labbra.
Non rispondo. Le stringo la mano tra le dita, intreccio le nostre falangi gelide, e resto a guardarla nel buio, contando ogni suo respiro come si contano le monete di un tesoro che non pensavo di potermi più permettere.
Fuori, il vento continua a mordere le lamiere di Balsam. Ma qui dentro, per la prima volta da quando Tessa se n'è andata, il silenzio non fa più così male.
CONTINUA... . .
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Scrivo erotica da poco. Le mie storie partono sempre da una scintilla reale — qualcosa che è successo a me, a chi mi sta intorno o che potrebbe capitare a chiunque nella vita di tutti i giorni. Prendo quella dinamica quotidiana e ci costruisco attorno una trama romantica e intensa, sviluppandola in più parti. Da me non troverete racconti singoli e veloci, ma vere e proprie raccolte e libri da esplorare. Mi piace scavare nella psicologia e nei sentimenti dei personaggi, per poi farli esplodere in una passione erotica travolgente.
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