E ora non c'è più. Non è passato nemmeno un anno. Dieci mesi, per l'esattezza. Dieci mesi di un vuoto assoluto che mi lacera il petto a ogni fottuto risveglio.
Guardo il suo viso sulla carta sbiadita e la mente mi trascina immediatamente a quella notte maledetta di gennaio.
Eravamo usciti per una ricognizione in un vecchio deposito di legname, uno di quei posti divorati dall’umidità e dal silenzio, dove perfino il vento sembrava marcire tra le assi fradice. Doveva essere una cosa veloce, pulita: entrare, recuperare qualche attrezzo e tornare al rifugio prima che facesse buio.
Ma il ghiaccio aveva bloccato la porta sul retro.
Ricordo ancora il rumore metallico delle nostre spinte disperate, il fiato che condensava nell’aria gelida, le torce che tremavano tra le mani. Poi quei due erranti erano comparsi dal corridoio principale, lenti, trascinando i piedi sul pavimento coperto di segatura
Li avevamo abbattuti in fretta. Troppo in fretta. Tessa stava già abbassando il coltello quando qualcosa si mosse dietro una catasta di tronchi. Un terzo errante. Rimasto immobile tutto il tempo, nascosto nell’ombra come un animale in agguato.
Non ebbi nemmeno il tempo di urlare il suo nome.
La mano grigia della creatura sbucò dal buio e afferrò Tessa per la coda dei capelli, strattonandole violentemente la testa all’indietro. Lei gridò, un suono breve, spezzato. Poi l’errante le affondò i denti nella spalla, proprio alla base del collo.
Ricordo il rumore umido della carne che cedeva.
Le sparai quasi a bruciapelo pur di staccarglielo di dosso. Il corpo dell’errante crollò contro le assi del deposito, trascinando con sé pezzi di capelli di Tessa tra le dita marce.
Lei continuava a dire che stava bene. Che non era niente. Che dovevamo andarcene subito.
Ci fermammo in un vecchio capanno, sotto la luce sporca della lampada a petrolio, vidi davvero la ferita. Quel maledetto squarcio sulla spalla. I lembi di pelle strappati, i segni profondi dei denti che avevano attraversato giacca e carne come carta bagnata.
Non era un graffio superficiale. Non era qualcosa che il corpo potesse combattere.
Era già morta.
E nessuno dei due aveva ancora il coraggio di ammetterlo.
Era un morso pieno, profondo, saturo di quella saliva infetta.
«Sto bene, Trev. È solo un graffio, passerà», mi aveva detto, cercando di sorridere mentre stringeva i denti per il dolore. Ma entrambi sapevamo che mentiva. Entrambi conoscevamo la condanna. Provai inutilmente a disinfettare e a coprire la ferita, ma non servì a nulla
Nelle auarattot'ore successive ho guardato la donna che amavo più della mia stessa vita spegnersi un pezzo alla volta. La febbre è salita a livelli folli, disumani, ben oltre il limite che un corpo può sopportare.
La sua pelle, di solito così fresca sotto le mie dita, bruciava come ferro lasciato sul fuoco. Il virus la stava divorando viva.
Delirava per minuti interi, persa in frasi sconnesse e ricordi che non riuscivo a capire, poi tornava lucida all’improvviso solo per stringermi la mano con tutta la forza che le rimaneva, come se bastasse quello a impedirle di scivolare via. Sudava freddo. Tremava. E ogni volta che il dolore le attraversava il corpo, si piegava in due soffocando urla dietro i denti serrati.
I vasi sul collo avevano iniziato ad annerirsi sotto la pelle, ramificandosi lentamente verso la mascella. Il virus stava risalendo al cervello, divorando pezzo dopo pezzo ciò che restava di lei. Le labbra erano screpolate fino a sanguinare, e i suoi occhi verdi…
Cristo.
Quegli occhi erano sempre stati casa mia. E ora la luce dentro di loro si stava spegnendo davanti a me.
Restai seduto accanto al letto per ore, incapace perfino di respirare davvero. Continuavo a passarle un panno umido sulla fronte, come se un gesto così stupido potesse salvarla. Come se bastasse amarla abbastanza.
Poi, nel mezzo del delirio, Tessa tornò da me per un istante.
Le sue dita cercarono le mie tra le coperte. Fredde. Tremanti.
«Trevis…»
La sua voce era consumata, poco più di un soffio.
Mi avvicinai subito.
«Sono qui.»
Lei aprì lentamente gli occhi. Per un momento furono di nuovo i suoi. Lucidi, vivi, pieni di quella dolcezza che mi aveva distrutto dal primo giorno.
«Guardami.»
Avrei voluto non farlo. Perché in quello sguardo c’era già un addio.
«Promettimi una cosa.»
Scossi la testa immediatamente.
«No.»
Un sorriso debole le tremò sulle labbra spaccate.
«Non hai nemmeno sentito cosa voglio chiederti.»
«Lo so già.»
Il suo respiro si spezzò in un rantolo doloroso. Cercò di trattenerlo, ma una fitta la attraversò da parte a parte e lei si aggrappò al mio braccio soffocando un gemito.
Io non riuscivo a fare altro che guardarla morire.
«Trevis…» sussurrò ancora, quando il dolore si placò appena.
«Ascoltami.»
Avevo le lacrime ferme in gola.
«Tes, ti prego…»
«Non lasciare che diventi una di quelle cose.»
Le parole mi squarciarono il petto.
«No.»Risposi ancora.
«Non voglio aprire gli occhi e non riconoscerti più.»
Inspirò a fatica, tremando.
«Non voglio cercarti… per fame.»
«Smettila.» La mia voce cedette completamente.
«Tu non te ne andrai. Troveremo qualcosa, io giuro che—»
«Lo sai anche tu.»
Lo disse piano. Senza rabbia. Ed era questo il peggio.
Una lacrima le scivolò lungo la tempia mentre sollevava lentamente una mano verso il mio viso. Le tremavano così tanto le dita che non riuscì nemmeno ad accarezzarmi davvero.
«Ehi…» mormorò. «Guardami, amore.»
Lo feci. E vidi la paura. Non della morte. Di quello che sarebbe rimasto dopo.
«Sarò sempre con te,» sussurrò con il fiato corto. «Quando ti sveglierai la mattina. Quando avrai paura. Quando penserai di non farcela.»
Le sue dita si chiusero debolmente attorno alle mie.
«Ma quella… quella non sarò più io.»
Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me.
«Non chiedermelo.» La voce mi uscì come un singhiozzo.
«Ti prego, Tessa… non chiedermelo.»
Lei chiuse gli occhi per un istante, esausta. Quando li riaprì, dentro c’era ancora abbastanza di lei.
«Devi essere tu.» Una pausa tremante.
«Perché se vedo il tuo viso per ultimo… allora forse non avrò così paura.»
E l'ho fatto.
Quando il suo cuore smise di battere, la stanza diventò improvvisamente troppo silenziosa. Non il silenzio normale di una notte senza vento, ma qualcosa di diverso. Qualcosa di vuoto. Come se il mondo intero avesse trattenuto il respiro insieme a me. Rimasi seduto accanto al letto senza riuscire a muovermi, con la sua mano stretta nella mia anche se ormai non ricambiava più la presa. Continuavo a fissarle il viso sperando in un errore, in un movimento involontario, in un altro respiro. Qualunque cosa. Ma non arrivò niente.
Conoscevo quel silenzio. Lo avevo già sentito altre volte. E sapevo cosa veniva dopo.
Il virus non lasciava andare nessuno davvero. Aspettava soltanto. Qualche minuto, a volte ore, e avrebbe riacceso quel corpo vuoto trasformandolo in qualcosa capace solo di divorare. Tessa me l’aveva chiesto. No… me l’aveva fatto promettere. E io avevo continuato a mentire a entrambi fingendo che non sarei mai arrivato a quel momento.
Le spostai lentamente una ciocca di capelli dalla fronte. Era ancora calda. Cristo santo, era ancora calda. Fu quella la cosa che quasi mi distrusse del tutto. Sembrava soltanto addormentata dopo una giornata troppo lunga. Sembrava bastasse chiamarla piano per farle aprire gli occhi e sentirla lamentarsi perché la stavo fissando troppo.
Sentii il nodo in gola spezzarmi il respiro.
Con mani che tremavano così forte da farmi male alle dita, sfilai lentamente il coltello dalla fondina sulla cintura. Il rumore della lama nel silenzio della stanza mi sembrò osceno. Restai lì a guardarlo per qualche secondo senza avere il coraggio di avvicinarmi. Poi mi chinai verso di lei e appoggiai la fronte contro la sua.
«Mi dispiace, Tes…» sussurrai con la voce rotta.
«Mi dispiace di non essere riuscito a salvarti.»
