Le lacrime iniziarono a scendermi senza nemmeno accorgermene. Le sentivo cadere sulla sua pelle, calda abbastanza da sembrare ancora viva. Le accarezzai il viso un’ultima volta con il pollice, lentamente, cercando di imprimermi ogni dettaglio nella memoria. Le lentiggini leggere sulle guance. Il piccolo taglio sul labbro inferiore. Il profumo ormai coperto dall’odore ferroso della febbre e del sangue.
Poi il suo petto ebbe un piccolo spasmo. Il virus stava iniziando a reclamarla.
Sentii qualcosa spezzarsi dentro di me in modo definitivo.
Chiusi gli occhi. Inspirai il suo odore per un’ultima volta. E prima che potessi perdere il coraggio, le sollevai leggermente la testa e affondai il coltello nella parte posteriore del cranio.
Dopo, rimasi lì. Con lei tra le braccia. Per non so quanto tempo. Aspettando inutilmente che il mondo finisse insieme a noi.
Una lacrima, pesante e calda, mi sfugge dalle ciglia e cade dritta sulla foto, espandendosi sul viso stampato di Tessa, sfocandone i contorni. Poi un'altra. E un'altra ancora.
Le spalle iniziano a tremarmi. Tento di trattenermi, di fare l'uomo duro, il cacciatore solitario che non cede alla debolezza, ma è inutile. Crollo. Scoppio a piangere in un pianto silenzioso e disperato, soffocando i singhiozzi nella coperta di lana per non attirare i morti che camminano là fuori. Fa male. Fa un male cane, come se mi stessero strappando le viscere a mani nude. È il dolore di essere vivo quando la parte migliore di te è sottoterra, con un taglio profondo nel cranio.
Asciugo la foto con la manica della giacca, con una delicatezza disperata, prima di riporla nella tasca del diario. Chiudo il quaderno di scatto. Basta. Non posso permettermi questo lusso. La commiserazione in questo mondo ti trasforma in carne da macello.
Mi alzo in piedi, scosso dagli ultimi brividi di pianto e di freddo, stringendo il calcio del mio fucile d'assalto. È ora di andare.
Mi butto lo zaino in spalla, stringendo le cinghie fino a farmele segnare sul petto. Il peso dell'attrezzatura è rassicurante, ma la scorta di cibo al suo interno è pateticamente leggera. Faccio scorrere la cerniera del giubbotto fino al mento e varco la soglia di quella che un tempo era la porta d'ingresso.
Uscire all'aperto significa farsi prendere a pugni da un vento tagliente che ti scortica la faccia. L'aria di novembre è spietata, un avvertimento invisibile di ciò che sta arrivando. Il freddo... il freddo non frega un cazzo ai morti. Loro ghiacciano, i fluidi nei loro corpi in decomposizione si addensano, rallentano, alcuni rimangono come statue di carne putrefatta e grottesca, altri, seppur più lenti, continuano a vagare senza una meta, ma non muoiono di ipotermia. La loro carne è già morta, il virus se ne fotte delle temperature sotto lo zero.
Io, invece, sono ancora caldo. Sento le dita dei piedi già intorpidite dentro gli stivali e le labbra che iniziano a screpolarsi. Sopravvivere all'inverno qui fuori, da solo, non è un atto di coraggio; è un suicidio prolungato. L'isolamento è un lusso che potevo permettermi in estate, dormendo sugli alberi o nelle cascine abbandonate, ma adesso la natura sta reclamando il suo pedaggio. Se non trovo una comunità, un cazzo di focolare acceso e delle mura solide che mi riparino dal gelo notturno, sarò io il prossimo cadavere a rialzarsi in primavera. Devo trovare un altro gruppo. Odio l'idea, odio dovermi interfacciare di nuovo con delle persone che inevitabilmente prima o poi finiranno per morire, ma la biologia non mi lascia scelta.
Mi incammino verso ovest, dove la boscaglia si infittisce. Il cielo sopra di me è una lastra ininterrotta di piombo grigio.
Perché sono qui da solo, allora? Me lo chiedo mentre i miei passi affondano nel fango indurito dalla brina. Avevo un rifugio sicuro un tempo. Eravamo rintanati in una vecchia scuola superiore recintata, un gruppo ben assortito che funzionava come un orologio. C'era cibo razionato, c'erano turni di guardia, c'era l'illusione della sicurezza.
Ma c'era anche lei.
Quando sono tornato da quella maledetta perlustrazione senza Tessa, dopo averla sotterrata in una buca profonda, il gruppo ha cercato di starmi vicino. Ma era esattamente quello il problema. Ogni fottuto corridoio di quella scuola, ogni banco rovesciato spinto contro le finestre, la mensa dove mangiavamo insieme dividendo le scatolette di fagioli... la stanza dove passavamo le nostre notti intime... tutto trasudava di Tessa. La vedevo ovunque. E poi c'erano i loro sguardi. Cristo, i loro sguardi di compassione mi soffocavano. Vedevo la pena nei loro occhi, e in quegli occhi vedevo il riflesso esatto di quello che ero diventato: un guscio vuoto, un uomo rotto a metà. Non potevo camminare in quei corridoi senza aspettarmi di vederla spuntare da un angolo. Sono fuggito nella notte, senza dire niente a nessuno, perché i ricordi mi stavano divorando vivo da dentro. Scappare era l'unico modo per non impazzire, o almeno così credevo.
Percorro a malapena un centinaio di metri nel bosco rado. Il silenzio irreale viene interrotto dal crepitio inconfondibile di rami secchi spezzati e dal fruscio pesante di passi trascinati.
Mi fermo di scatto. L'istinto prende il sopravvento, azzerando i miei pensieri. Ore due. Un errante.
È un uomo, o lo era prima che il mondo andasse a puttane. Indossa i resti di una giacca da boscaiolo a quadri, ormai incrostata di fango, resina e sangue nero secco. Arranca verso di me. Il gelo ha irrigidito le sue giunture, si muove a scatti, goffo e scoordinato come un burattino difettoso, ma non si ferma. Mi fissa con quegli occhi opachi, lattiginosi, e spalanca la mascella sfoderando un rantolo afono, un suono raschiante che gli esce direttamente dal fondo della gola.
La mia mano corre istintivamente al fucile, ma mi fermo. Non tocco l'arma da fuoco. Non voglio sprecare un proiettile prezioso, ma soprattutto... non voglio che finisca in fretta.
Le lacrime che ho versato poco fa sul diario, nella solitudine di quella stanza, si sono asciugate sulle mie guance, lasciando il posto a una rabbia cieca, acida e viscerale. È una pressione nel petto che spinge per uscire.
Sgancio dal fianco il mio bastone, un ramo di frassino spesso come un avambraccio, che ho indurito sul fuoco mesi fa e avvolto con del nastro isolante sull'impugnatura per non farlo scivolare col sangue. L'errante accorcia la distanza, allungando il braccio destro verso di me, le dita livide dalle unghie spezzate pronte ad afferrare, graffiare, infettare.
Non mi ritraggo. Faccio un passo avanti, andandogli incontro.
Pianto i piedi a terra con rabbia, stringo il legno con entrambe le mani e, usando tutta la forza del busto, calo il bastone lateralmente, colpendolo direttamente sull'avambraccio teso.
CRAK.
Il rumore dell'osso inaridito che si spezza di netto è un'esplosione nel silenzio del bosco. È un suono orrendo, eppure fottutamente soddisfacente. Il suo braccio si piega in un'angolazione innaturale verso l'alto, con le ossa radio e ulna che sbucano fuori dalla carne grigia, penzolando da un lembo di pelle. L'errante non emette un singolo suono di dolore, la sua espressione morta non cambia di un millimetro. Cerca ancora di venirmi addosso, incespicando in avanti.
«Questo è per averci tolto tutto,»ringhio a denti stretti.
Faccio perno sulle gambe.
Ritiro indietro il bastone e, con un affondo violento, gli pianto la punta smussata di legno direttamente nello stomaco. Il colpo è brutale, affonda nella carne molle e marcia facendola cedere. L'impatto lo svuota di quell'aria putrida che ha nei polmoni, piegandolo in due. Le sue ginocchia cedono quel tanto che basta per abbassargli il baricentro.
Adesso la sua testa è esposta. È chinato in avanti, debole, rotto.
Alzo il bastone sopra la mia spalla destra. Sento i muscoli della schiena bruciare, le articolazioni scricchiolare. In quel preciso istante, mentre prendo la mira, rivedo il viso di Tessa febbricitante. Rivedo i suoi occhi verdi, spenti dalla condanna del morso. Sento la presa della sua mano allentarsi lentamente.
