Un grido mi esplode dalla gola. Non è un grido di guerra, è l'urlo straziato di un uomo a cui hanno strappato via l'anima.
Calo il bastone direttamente sulla parte posteriore del suo cranio, alla base del collo, lì dove risiede quel fottuto virus. Il colpo è devastante. Il cranio dell'errante cede con un tonfo umido, schiacciato come un melone guasto sotto il peso di tutta la mia disperazione. La forza d'urto spezza la colonna vertebrale e lo schianta a faccia in giù nel fango ghiacciato, immobile. Definitivamente morto.
Resto lì in piedi, a gambe divaricate. Il bastone, sporco di sangue nero e materia cerebrale, mi trema tra le mani. Il respiro mi esce dalla bocca in nuvole di vapore compatto e affannoso, i polmoni mi bruciano come se avessi respirato vetri rotti. Guardo il cadavere smembrato ai miei piedi. Una poltiglia scura e densa inizia a macchiare le foglie morte.
Stringo il legno così forte che le nocche mi diventano bianche. Vorrei colpirlo ancora. Vorrei ridurre quel cranio in polvere, vorrei sbriciolare ogni singolo osso di questo cadavere finché non rimane altro che terra.
Ma a che serve? Allento lentamente la presa, chiudendo gli occhi. È solo un inutile pezzo di carne ed ossa marce, un contenitore vuoto. E io sono solo uno stronzo disperato che ha appena sfogato la sua miseria, la sua colpa e il suo lutto infinito su qualcosa che non può nemmeno provare dolore.
Però, in quel breve istante, in quel singolo istante di pura violenza... mi è sembrato di avere ancora il controllo sulla mia vita.
Faccio un respiro profondo e scuoto il bastone per ripulirlo, riagganciandolo alla cintura. Guardo di nuovo il cielo implacabile, tiro su col naso per ricacciare indietro le lacrime e mi rimetto in marcia. Devo trovare i vivi, prima che l'inverno mi trasformi per sempre in uno di loro.
Il picco di adrenalina crolla con la stessa rapidità con cui è salito, lasciandomi addosso solo un senso di pesantezza vertiginosa e un sudore che mi gela la pelle sotto i vestiti. Mi passo una mano guantata sul viso, strofinando via la tensione dai muscoli della mascella, e mi allontano da quel mucchio di carne senza guardarlo un'altra volta.
Mi appoggio al tronco di una vecchia quercia per riprendere fiato. Infilo due dita nella tasca laterale dei pantaloni tattici ed estraggo la mia mappa.
È un fottuto straccio. L'ho piegata, aperta e ripiegata così tante volte che lungo le pieghe principali la carta si è consumata fino a disintegrarsi. È tenuta insieme da strisce di nastro adesivo telato ingiallito, macchiata di fango, grasso per armi e cerchi scuri lasciati da vecchie tazze di caffè freddo, roba di anni fa. Un cimelio di quando il mondo aveva ancora confini, strade sicure e stazioni di servizio.
La spiano contro la corteccia ruvida dell'albero, cercando di decifrare i contorni sbiaditi delle topografie montane. Scorro un'unghia sporca di terra lungo una linea grigia che taglia in diagonale la riserva naturale in cui mi trovo. Una ferrovia. Non dovrebbe essere lontana, al massimo un paio di miglia a ovest rispetto a questa fottuta collina. Seguire i binari è sempre un rischio, sei esposto, sei un bersaglio facile in campo aperto, ma perdermi tra i boschi con l'inverno alle porte e la bussola che fa i capricci è una garanzia di morte molto più rapida. E poi, le ferrovie portano sempre a qualcosa: vecchi scali merci, stazioni di smistamento, depositi abbandonati. Posti dove potrei trovare un riparo o, se la fortuna non mi ha abbandonato del tutto, qualcuno di vivo.
Ripiego la mappa con cura maniacale, la rimetto in tasca e mi stacco dall'albero.
Ci metto quasi un'ora a raggiungere la trincea ferroviaria, muovendomi con la lentezza paranoica di chi sa che ogni ramo spezzato può attirare l'attenzione sbagliata. Quando finalmente gli alberi si diradano, mi trovo davanti a uno squarcio artificiale scavato nella roccia e nella terra.
Scendo lungo la scarpata ghiaiosa, scivolando per gli ultimi metri, fino a toccare il fondo.
C'è un vecchio cartello di segnaletica ferroviaria inclinato su un lato, a pochi passi dai binari. Il palo di sostegno è piegato quasi a quarantacinque gradi, come se un autoblindo o qualcosa di molto pesante ci fosse andato a sbattere contro anni fa. La lamiera è un trionfo di ruggine e desolazione. È crivellata da tre fori di proiettile, bordati di metallo ossidato, che hanno cancellato quasi tutto. Le parole "Raleigh" e "Charlotte" sono solo graffi sbiaditi, inghiottiti da una patina arancione e marrone, memorie di città che ora non sono altro che giganteschi cimiteri all'aperto.
C'è solo una destinazione rimasta interamente leggibile, verniciata di un bianco opaco che resiste ostinatamente al tempo: Asheville - 42 Miglia.
Quarantadue miglia. Un'eternità a piedi in un mondo del genere. Ma è una direzione, e in questo momento una direzione è tutto ciò che ho per non impazzire.
Abbasso lo sguardo sui binari. La natura si sta lentamente riprendendo tutto ciò che l'uomo ha costruito con arroganza. L'autunno ha vomitato una coltre infinita di foglie gialle, ocra e marroni, creando un tappeto denso e malinconico che nasconde quasi completamente le vecchie traversine di legno marcescente e il pietrisco. Da quel mare di foglie morte emergono solo le due linee rette dei binari d'acciaio.
Sono freddi, spogli, due cicatrici parallele di metallo scuro che tagliano la valle e si perdono all'orizzonte, inghiottiti dalla nebbia bassa che inizia a salire dal terreno.
Sistemo la cinghia del fucile sulla spalla, stringo le cinghie dello zaino e faccio il primo passo tra i binari.
Crunch.
Il suono della foglia secca calpestata dal mio stivale è netto, solitario.
Crunch.
Un altro passo. Inizio a camminare, tenendo lo sguardo fisso tra quelle due linee d'acciaio. Il ritmo dei miei passi diventa una cantilena sommessa. Ogni scricchiolio sotto i miei stivali mi ricorda che sto calpestando qualcosa di morto, in un mondo che sta morendo. C'è una bellezza atroce e silenziosa in tutto questo. Non ci sono più motori, non ci sono più aerei a squarciare il cielo di piombo, non ci sono sirene. Solo il vento gelido del Nord Carolina che mi sussurra tra i capelli, e il suono ostinato, stanco, di un uomo che cammina da solo sui resti della civiltà.
Dove mi porteranno questi binari? A un pasto caldo? A un proiettile in testa da parte di uno sciacallo? O magari solo a un'altra casa vuota in cui nascondermi a piangere sui miei fottuti ricordi?
Non lo so. Ma l'inverno sta arrivando, e fermarsi significa morire. Quindi, metto un piede davanti all'altro. E continuo a camminare.
CONTINUA.... . .
NOTA:
Come promesso nell'avvertenza iniziale, questo è un racconto diverso dal solito. Questo capitolo è servito da introduzione per spiegare il contesto scientifico del virus e presentarvi Trevis. La componente erotica arriverà, densa e viscerale, come unica via di fuga da questo inferno.
Avviso i lettori che la storia non uscirà con una continuità costante o scadenze fisse rispetto ad altre pubblicazioni, poiché preferisco prendermi il tempo necessario per curare ogni dettaglio.
Grazie a chiunque deciderà di seguire questo viaggio. I vostri commenti sono sempre benaccetti!
CONTINUA...
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Aspetto i vostri commenti per leggere i vostri pensieri e le vostre opinioni su questa storia.
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Scrivo erotica da poco. Le mie storie partono sempre da una scintilla reale — qualcosa che è successo a me, a chi mi sta intorno o che potrebbe capitare a chiunque nella vita di tutti i giorni. Prendo quella dinamica quotidiana e ci costruisco attorno una trama romantica e intensa, sviluppandola in più parti. Da me non troverete racconti singoli e veloci, ma vere e proprie raccolte e libri da esplorare. Mi piace scavare nella psicologia e nei sentimenti dei personaggi, per poi farli esplodere in una passione erotica travolgente.
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Un primo capitolo molto interessante. Non vedo l'ora di leggere la continuazione.
Grazie. Questo primo capitolo è più da introduzione. Serviva più che altro a spiegare la situazione e come si è creata.