Faccio un paio di passi indietro, sistemandomi la cinghia del fucile sulla spalla, e la guardo dall'alto in basso.
Ha il fiatone, la faccia sporca di fango e sangue, la gamba sinistra che trema per le scosse di dolore. Mi fissa con un odio così puro che se potesse incenerirmi lo farebbe all'istante.
«Allora!» comincio, con un tono falsamente calmo, quasi malinconico, passandomi una mano guantata sulla faccia.
«Sono offeso. Sono sinceramente e profondamente offeso, Meave. Ieri sera ti ho tenuta al caldo. Ti ho fatta dormire. Ti ho persino offerto il mio fottuto spezzatino. E tu stamattina come mi ringrazi? Mi derubi e butti l'unica cosa che mi è rimasta al mondo in mezzo a una pozza di merda.»
Scuoto la testa, fingendo delusione.
«È maleducazione. È una tremenda mancanza di rispetto. Io voglio delle scuse.»
«Fottiti, psicopatico del cazzo!» mi sputa lei in faccia, digrignando i denti.
«Spero che tu marcisca all'inferno!»
Faccio un sospiro pesante, teatrale.
«Vedi? È proprio questo l'atteggiamento che ti ha portata in questa situazione di merda.»
Estraggo la sua Beretta 92FS dalla mia cintura. Disinserisco la sicura con il pollice in un clic metallico e secco.
Il suo sguardo cade sull'arma, e per un attimo vedo l'ombra del dubbio attraversarle gli occhi.
«Che cazzo fai?»
Senza smettere di fissarla, alzo la pistola verso il cielo grigio.
BANG!
BANG!
BANG!
Tre colpi in rapida successione. Il rumore rimbomba tra le lamiere della segheria e si espande nel bosco come un'onda d'urto, frantumando il silenzio. Poi, l'eco muore.
Per cinque lunghissimi secondi, non si sente volare una mosca.
Poi, dalla boscaglia, da dietro i capannoni, dal fondo dei binari, si alza un coro sordo. Il gorgoglio raschiato, affamato e inconfondibile dei morti che hanno appena ricevuto un invito a pranzo.
Meave sbianca. Il colore le defluisce completamente dal viso, lasciando solo gli occhi verdi spalancati nel terrore. Inizia a tirare la corda dietro l'albero, ma i nodi tengono.
Io mi appoggio con una spalla al tronco della quercia, esattamente di fronte a lei. Infilo la Beretta di nuovo nella cintura e incrocio le braccia.
«La situazione adesso è questa» riprendo, con il tono di uno che discute del tempo. «Io posso difendermi. Tu un po' meno... ma se mi chiedi scusa... possiamo trovare un accordo.»
Meave smette di tirare. Mi guarda, il petto che le si alza e si abbassa freneticamente. Ma il suo maledetto orgoglio è ancora lì, sepolto sotto la paura.
«Stronzate,» sibila, scuotendo la testa. «Stai bluffando. Stanotte non mi hai lasciata crepare di freddo. Non mi lascerai morire così.»
Le sorrido. Un sorriso vuoto, spietato.
«Stanotte il tuo calore mi serviva per dormire, ragazzina. Adesso mi stai solo facendo perdere tempo.»
Il rumore di rami spezzati e foglie calpestate si fa più vicino. Dalla nebbia emergono le prime sagome. Sono quattro. Vestiti ridotti a stracci sporchi di terra, la pelle grigiastra, le mascelle slogate che scattano a vuoto. Hanno puntato l'odore del sangue sulla sua gamba.
Meave tira la corda più forte, scorticandosi i polsi.
«Taglia questa cazzo di corda! Muoviti!»
Non muovo un muscolo.
I morti sono a dieci metri. Poi a otto.
«Trevis! Brutto figlio di puttana, liberami!» urla, la voce che si incrina in un falsetto isterico.
A sei metri, uno degli erranti — un uomo enorme con mezza faccia scarnificata — si stacca dal gruppo e punta dritto verso di me, ignorando lei.
Senza scompormi, sfilo il coltellino dalla caviglia. Faccio un passo laterale, schivo la sua presa letargica e gli pianto la lama dritta nell'orecchio, fino al manico. Lo sfilo con uno strappo e lascio cadere il corpo nel fango.
Poi, torno ad appoggiarmi all'albero.
Gli altri tre erranti puntano dritti su Meave. Sono a quattro metri.
«Trevis!» urla lei. Le lacrime iniziano a mischiarsi alla pioggia sul suo viso. «Falli fuori! Spara!»
A due metri. Sento l'odore acre e dolciastro della loro putrefazione investirci in pieno.
Resto immobile, le braccia incrociate.
«Sto aspettando,» sussurro placidamente.
Un metro e mezzo. Il primo errante, una vecchia con i capelli ridotti a ciocche incrostate, allunga le mani scheletriche verso il viso di Meave. Le dita marce le sfiorano il giubbotto. Le fauci nere e sbavanti della creatura le si aprono a un palmo dal naso. Il fetore della morte le riempie i polmoni.
In quel fottuto istante, Meave capisce. Capisce che non sto giocando. Capisce che la lascerò sbranare viva guardandola dritta negli occhi, senza versare mezza lacrima.
Il suo orgoglio si spezza con un suono fisico, udibile.
«SCUSA!» urla, la voce rotta da un pianto isterico, strizzando gli occhi per non vedere i denti del morto che si stanno chiudendo sul suo collo.
«SCUSA! CAZZO, SCUSA! MI DISPIACE! AIUTAMI, TI PREGO!»
Faccio un passo avanti.
Afferro quella che prima era una donna di mezza età per i capelli sporchi da dietro, lo strattone all'indietro sbilanciandolo e gli fracasso la nuca con il tacco dello stivale. Con un movimento fluido e spietato, sferro un calcio laterale che frantuma il ginocchio del secondo morto, per poi piantargli il coltello nella tempia prima che tocchi terra. L'ultimo cerca di mordermi, ma gli blocco il mento con il palmo sinistro, lo spingo contro il tronco dell'albero e gli conficco la lama dritta nel cranio, proprio a cinque centimetri dall'orecchio di Meave.
Il cadavere si affloscia, scivolando lungo la corteccia, macchiando il legno di sangue scuro.
Poi, il silenzio. Rotto dalla pioggia e dai singhiozzi disperati e rauchi di Meave, che trema convulsamente contro i legacci.
Estraggo lentamente il coltello dal cranio del morto. Lo pulisco.
Guardo la ragazza terrorizzata, legata e ferita, e un mezzo sorriso gelido mi piega le labbra.
«Visto?» le sussurro. «Non era poi così difficile.»
Tagliare la corda dal tronco della quercia è facile. Trascinarla di peso all'interno del capannone più asciutto della segheria, con lei che ansima e incespica a ogni passo, lo è decisamente meno.
Non la porto in braccio. Non le faccio da stampella. La tengo per il bavero del giubbotto, costringendola a usare la gamba buona e a saltellare nel fango fino all'ingresso sventrato della struttura principale.
Appena dentro, la spingo senza troppi complimenti contro un vecchio banco da lavoro di legno massiccio, incrostato di segatura marcia e grasso di motore essiccato. Meave sbatte con la schiena sul piano, emette un gemito sordo e si accascia, stringendosi il polpaccio sinistro con entrambe le mani. Il tessuto dei pantaloni è lacerato, scuro di sangue, impregnato dell'acqua sporca della tempesta.
«Tira su la gamba e mettila distesa,» le ordino, sfilandomi lo zaino dalle spalle e lasciandolo cadere a terra con un tonfo.
Meave mi fulmina con uno sguardo carico di un odio così denso che potresti tagliarlo col fottuto coltello di Tessa.
«Non toccarmi, bastardo.»
Accenno un sospiro teatrale.
«Come vuoi. Allora siediti lì e guarda il tuo polpaccio infettarsi. Fra tre giorni la cancrena ti farà marcire la carne fino all'osso. Quando il dolore diventerà insopportabile, dovrai tagliarti la gamba con una sega da falegname. A crudo. Da sola»
Incrocio le braccia, aspettando. Il mio sguardo è vuoto, inamovibile.
La logica è una bestia crudele, e lei lo sa. Stringendo i denti fino a farsi sbiancare le nocche, solleva la gamba ferita sul banco.
Infilo la mano nella tasca laterale del suo zainetto e tiro fuori un accendino di plastica verde. Dalla mia cintura, invece, estraggo un paio di pinze a becco sottile del mio multiuso tattico.
Mi avvicino a lei, appoggiando un fianco al banco da lavoro. Lo spazio tra noi è inesistente. Sento il calore febbricitante che irradia dal suo corpo bagnato, l'odore di fango e terrore che le si appiccica addosso. Accendo la fiamma e ci passo sopra le punte d'acciaio della pinza. Il metallo inizia a scurirsi.
«C'è una cosa che proprio non tollero di questa epoca,» comincio, abbassando il tono in un sussurro calmo, quasi intimo, mentre fisso la fiamma.
«La totale, assoluta mancanza di educazione... non che prima ce n'era tanta, sia chiaro, ma al giorno d'oggi è proprio inesistente.»
Sposto lo sguardo dalla pinza ai suoi occhi verdi. Sono dilatati, vigili, pronti a difendersi.
«L'ospitalità, per esempio, era un valore sacro. Ti offro calore. Ti do il mio cibo. Ti tengo lontana dalle fauci di quegli scarti umani che camminano. E tu come ricambi? Mi derubi. Mi punti un'arma addosso. E poi butti i miei oggetti in mezzo ai puzzolenti.»
Spengo l'accendino con uno scatto secco.
«Questa è una gravissima mancanza di rispetto, Meave. Una roba che ai vecchi tempi ti sarebbe costata solo qualche dente, ma oggi... oggi le regole sono diverse.»
