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CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 3
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Capitolo 3 di 11 31 min di lettura

Il peso del rimorso

Messi a nudo i rispettivi punti deboli – il ricordo di Tessa per Trevis e il senso di colpa per Meave –, i due sopravvissuti riprendono il viaggio. La confessione disperata della ragazza costringe Trevis a ridefinire i confini di un'alleanza forzata, basata non sulla fiducia, ma sulle spietate regole della sopravvivenza.

Michael035
2 mesi fa · 460 letture · 1

Mi chino in avanti, premendo il mio avambraccio sinistro sopra il suo ginocchio con tutto il peso del mio corpo, inchiodandole la gamba al tavolo. Lei sussulta, cercando istintivamente di ritrarsi, ma è bloccata.

«Voglio che ti sia ben chiara una cosa,» sussurro a due centimetri dal suo viso.

«Goditi questo trattamento VIP. Perché ti assicuro che la prossima volta che provi a fottermi, non sarò così gentile. La prossima volta mi siederò a guardare mentre ti sventrano.»

«Spero tu muoia, figlio di puttana,» sibila, mi sputa addosso le parole con un veleno disperato.

«In tanti lo desiderano... peccato che siano morti prima loro.» rispondo con un sorriso gelido.

Afferro i lembi del pantalone strappato e li allargo brutalmente. La ferita è brutta. Due grossi frammenti di cemento si sono conficcati in profondità nel muscolo.

Senza nessun fottuto avviso o "pronta?", affondo le pinze sterilizzate nella carne.

Meave caccia un urlo strozzato. Inarca la schiena, le sue mani scattano verso di me, piantandomi le unghie sporche nel giubbotto tattico, cercando di spingermi via. Ma il mio avambraccio sul suo ginocchio è una pressa idraulica.

«Ferma,» ordino, freddo come il ghiaccio.

Stringo la presa sul primo frammento di pietra e lo tiro via con un colpo secco. Un fiotto di sangue scuro sgorga dal foro, scivolando sul legno del banco. Lei ansima, un urlo acuto, piangendo di rabbia e dolore, ma i suoi occhi non lasciano i miei. C'è una strana, malata intimità in questo scambio. Condividiamo la stessa aria viziata, il suo dolore e il mio controllo assoluto.

«Sei... sei un fottuto mostro...» balbetta, la fronte madida di sudore freddo.

«E questo è il secondo frammento,» dico, ignorando i suoi insulti. Affondo di nuovo. Altro urlo, altre unghie conficcate nella mia giacca. Estraggo un pezzo di cemento grande quanto una moneta e lo lascio cadere per terra. Tic.

Prendo la mia borraccia, svito il tappo e verso un getto d'acqua pulita direttamente nella carne viva per lavare via la polvere residua, poi ci avvolgo stretta una benda pulita tirata fuori dal mio kit. Tiro il nodo con forza. Lei sussulta per l'ennesima volta, per poi abbandonare la testa all'indietro, sfinita.

Mi stacco da lei. Pulisco le pinze sui miei pantaloni e le rimetto a posto.

«Tutto questo teatrino mi porta a farti una domanda spontanea,» dico, incrociando di nuovo le braccia e studiando la sua figura pietosa e tremante sul banco.

«Perché cazzo sei qua fuori, da sola?»

Lei gira il viso di lato, fissando una montagna di segatura in un angolo. Si stringe nelle spalle.

«Non è un segreto che tu là fuori sia carne morta,» continuo, calcando la mano senza pietà, passeggiando lentamente davanti a lei.

«Non sai muoverti. Non sai coprire le tracce. Alzi la voce, usi armi da fuoco quando potresti usare una semplice matita, e la tua resistenza fisica è ridicola. Con le tue doti di sopravvivenza, al massimo duri due settimane. O peggio... potresti essere anche masticata per non essere più ricacata.»

La battuta è cruda, volgare, mirata al centro del suo orgoglio. Meave serra la mascella. I suoi occhi saettano verso di me, ancora lucidi ma infuocati.

«Non sai un cazzo di me.»

«So leggere una mappa,» ribatto all'istante, avvicinandomi di nuovo. Piazzo entrambe le mani sul banco ai lati delle sue gambe, intrappolandola visivamente.

«E so leggere le persone. E c'è un dettaglio geografico che mi sfugge, ragazzina. Quando hai cercato di fregarmi, hai puntato dritto a nord-ovest. Ma la safe-zone... Asheville... è a sud-est. Stai camminando nella direzione fottutamente sbagliata. Se c'è un rifugio caldo, protetto e pieno di viveri là fuori, perché gli stai voltando le spalle a costo di farti sbranare in questi boschi di merda?»

L'aria nel capannone si congela.

Il respiro di Meave rallenta. L'odio nei suoi occhi si sgretola improvvisamente, lasciando il posto a qualcosa di infinitamente più oscuro. Rassegnazione. Un abisso di vuoto assoluto.

Emette una risata amara. Un suono raschiato, secco, che le muore in gola come cenere.

«Asheville?» sussurra, alzando lo sguardo su di me con un'espressione che mi fa accapponare la pelle. Mi guarda come se stessi fissando il vuoto, come se io fossi l'idiota più grande mai nato su questa terra maledetta.

«Tu... tu stai andando ad Asheville?»

Non rispondo. Mantenendo lo sguardo fermo.

«Io vengo da lì vicino, Trevis,» dice, e la sua voce trema per qualcosa che non è più il freddo.

«Non c'è niente ad Asheville. Non c'è la safe-zone. Non ci sono i militari. Non ci sono provviste.»

Si passa il dorso della mano sporca sulle labbra secche, chiudendo gli occhi per un secondo infinito. Quando li riapre, sono pozze nere.

«Non c'è più niente. Neanche il mio gruppo c'è più. È tutto finito.»

Le parole di Meave ristagnano nell'aria gelida del capannone, pesanti come piombo. Non c'è più niente. È tutto finito.

Incasso l'informazione senza battere ciglio, mantenendo il viso scolpito in un'espressione di marmo. Dentro di me, gli ingranaggi girano veloci. Asheville era la meta. Era il fottuto miraggio di cemento armato e recinzioni elettrificate che mi aveva tenuto in movimento nelle ultime tre settimane. Se quello che dice è vero, sto camminando verso un enorme cimitero.

Mi stacco dal banco da lavoro. In silenzio, chiudo il kit di pronto soccorso, recupero la mia borraccia e infilo tutto nello zaino tattico. Chiudo la cerniera con uno strappo secco, mi carico lo zaino in spalla e recupero il fucile d'assalto, passandomi la cinghia sul petto.

Faccio per voltarmi verso l'uscita.

«Che cazzo fai?» chiede lei, la voce che si incrina in una nota di puro panico.

«Tolgo il disturbo,» rispondo, senza nemmeno voltarmi a guardarla. Sistemandomi il colletto del giubbotto, faccio il primo passo verso l'oscurità del piazzale.

«Cosa? Mi lasci qui? Da sola?!» urla, cercando di mettersi a sedere dritta sul banco da lavoro, ma una fitta di dolore le mozza il respiro e la fa ricadere all'indietro. «Sei un pezzo di merda!»

Mi fermo. Ruoto lentamente la testa da sopra la spalla, piantando i miei occhi nei suoi.

«Sei incredibile sai, Meave, la tua logica è affascinante, ma fa acqua da tutte le parti. Ieri sera ti ho accolta. Stamattina sei sgattaiolata via nel buio, mi hai rubato roba e sei scappata nel bosco. Ora, io sono un uomo pratico. Se sei scappata da sola, in mezzo agli erranti, significa che ti senti perfettamente in grado di sopravvivere in solitaria. E chi sono io per giudicare le tue scelte?»

Faccio mezzo giro su me stesso, affrontandola a viso aperto, allargando le braccia.

«È inutile viaggiare con chi, alla prima occasione buona, cerca di fotterti. A te piace stare da sola. Ci sta, è una tua scelta.»

«Trevis...» mormora. La rabbia feroce di prima è svanita, evaporata sotto il peso schiacciante della realtà. Guarda la sua gamba fasciata, poi fissa l'ombra del capannone. La prima vera crepa nella sua armatura di arroganza si apre davanti ai miei occhi. La paura le divora il respiro. «Trevis, ti prego. No.»

Deglutisce a fatica.

«Non scapperò. Te lo giuro... ti prometto che non lo farò più. Hai ragione tu, la fuori non andrò lontano... e con questa gamba non posso farcela da sola. Ti prego.»

Rimango in silenzio per un lungo, lunghissimo momento, lasciandola cuocere nel suo stesso terrore. Poi, con un sospiro rassegnato, lascio cadere lo zaino a terra.

Due ore dopo, il buio inghiotte la segheria. La pioggia fuori ha ripreso a martellare sulle lamiere del tetto, un rumore bianco che maschera i gemiti lontani dei morti.

Ho trovato un vecchio barile di latta industriale e ci ho acceso un fuoco dentro, usando pezzi di bancali spaccati a calci. Le fiamme crepitano, proiettando ombre inquietanti e ballerine sui macchinari arrugginiti. Il calore, per quanto debole, è un lusso indescrivibile.

Siamo seduti ai lati opposti del barile. Le ho passato una scatoletta di fagioli e un pezzo di carne essiccata. Mangia in silenzio, masticando lentamente, gli occhi fissi sulle braci.

«Se Asheville è caduta,» rompo il silenzio, giocherellando con un legnetto tra le fiamme, «ci deve essere stato un motivo. Un'orda? Un'infezione interna? Umani?»

Meave smette di masticare. Stringe la scatoletta vuota tra le mani sporche.

«Non voglio parlarne,» risponde, con un filo di voce.

«Curioso,» insisto, mantenendo un tono piatto.

«Sei in fuga, ferita, lontana dalla tua presunta casa, con un trauma che puzza di marcio a chilometri di distanza. Eppure non parli. Il tuo gruppo era roba grossa?»

«Ho detto che non voglio parlarne, Trevis,» ribatte lei, alzando gli occhi lucidi.

«Non forzarmi. Per favore.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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