La guardo attraverso il fumo sottile che sale dal barile. C'è un dolore denso nel suo sguardo, qualcosa di crudo e irrisolto che minaccia di farla crollare da un momento all'altro.
«Come ti pare,» le concedo, buttando il legnetto nel fuoco. «Cerco solo di capire chi ho di fronte. Sei una ragazzina testarda.»
«Non sono una ragazzina,» scatta lei, in un improvviso moto d'orgoglio difensivo. «Ho ventisette anni. Ne ho viste abbastanza in questi anni da far impallidire chiunque. Non trattarmi come una bambina sprovveduta.»
Annuisco impercettibilmente. Ventisette anni. Ne dimostrava a malapena venti, consumata dalla fame e dalla sporcizia.
«Va bene, donna vissuta. Allora sai come funziona. Io dormo due ore, tu fai la guardia. Poi ci diamo il cambio. Se vedi ombre o senti rumori strani, mi svegli. Non fare l'eroina.»
Mi avvolgo in una vecchia coperta termica, appoggiando la schiena contro la ruota di gomma di un carrello elevatore. Chiudo gli occhi.
Il sonno di un sopravvissuto non è mai profondo. È uno stato di veglia mascherata, in cui il cervello continua a scansionare i rumori di fondo.
Mi sveglio esattamente quando decide il mio orologio biologico.
Non apro gli occhi di scatto. Non muovo un muscolo. Resto immobile, rallentando il respiro, e sollevo appena le palpebre per valutare l'ambiente circostante.
Il fuoco nel barile si è abbassato a un letto di braci rosse.
E Meave non sta guardando fuori.
È seduta a gambe incrociate, la schiena curva verso la debole luce. Tra le mani ha il mio diario.
Il sangue mi si gela nelle vene.
La osservo voltare lentamente una pagina. Lo sta leggendo. I suoi occhi scorrono le righe scritte con inchiostro nero, soffermandosi su un punto preciso. So esattamente a quale pagina si trova. Quella con l'angolo macchiato da una lacrima secca, sbavata sulla carta. La pagina in cui ho descritto gli ultimi minuti di Tessa. La pagina in cui ho smesso di essere l'uomo che ero e sono diventato questa cosa qui.
Il passaggio da immobile a letale dura meno di un secondo.
Scatto in piedi. Il movimento è così rapido, così violento che Meave sussulta, lasciando cadere il diario sulle ginocchia. Non le do il tempo di fiatare. Imbraccio il fucile d'assalto, disinserisco la sicura con un clic metallico che risuona come una condanna a morte, e le punto la canna dritta in mezzo agli occhi.
La faccia di Meave sbianca. Alza le mani tremanti all'altezza delle spalle, terrorizzata.
«Tu devi imparare a farti i fottutissimi cazzi tuoi, Meave,» ringhio. La mia voce è un sibilo basso, gutturale, intriso di una rabbia gelida e assassina che non le avevo mai mostrato finora.
«O non andremo d'accordo. Chiaro?»
«Trevis... i-io...» balbetta, schiacciandosi contro la parete del banco da lavoro. Il tono arrogante è sparito, sostituito dal terrore puro di chi si è appena accorto di aver stuzzicato un predatore mentre dormiva.
«Io non stavo facendo niente di male... era caduto dallo zaino quando lo hai buttato a terra, volevo solo...»
«Chiudi la bocca. Dallo zaino non è caduto proprio niente.» la zittisco, premendo il calcio del fucile contro la mia spalla, facendo un passo avanti. Il dito preme leggermente sul grilletto. La sto puntando, e se si azzarda a fare una mossa sbagliata, le farò saltare il cranio senza pensarci due volte.
«Non vuoi far sapere un cazzo di te. Ti nascondi dietro i tuoi silenzi da vittima. Ma vuoi sapere tutto degli altri, eh? Frugare nella mia merda ti fa sentire in controllo?»
«No! No, te lo giuro!» supplica lei. La voce le si spezza. «Scusa... non lo farò più. Per favore, abbassa quell'arma.»
Mi fissa negli occhi, e vede che la morte è lì, a un passo, pronta a portarsela via. Trema come una foglia.
Continuo a mirare alla sua testa per cinque interminabili secondi, lasciando che il terrore le entri fino al midollo, per farle capire che certe linee, con me, non si attraversano mai.
«Chiudilo,» ordino alla fine.
Meave abbassa lentamente le mani, prende il diario dalle ginocchia con estrema cautela e lo chiude.
«Mettilo dove l'hai preso. Senza fare movimenti bruschi.»
Obbedisce, allungando il braccio e infilandolo sotto la tasca laterale del mio zaino.
Quando si ritrae, abbasso lentamente la canna del fucile, ma non inserisco la sicura.
«Tocca a te dormire,» sentenzio, senza staccare gli occhi dai suoi. Faccio un passo indietro e mi siedo su una cassa di legno vicino al fuoco.
«Buonanotte.»
Meave si rannicchia nel suo angolo, tirandosi la giacca fin sopra al naso, senza osare dire un'altra parola. La tensione nel capannone è così densa da togliere il respiro, ma il messaggio è arrivato forte e chiaro.
La prima luce dell’alba non porta nessun calore, solo una nebbia grigia e fitta che si infila tra le lamiere sventrate del capannone. Il fuoco nel barile si è spento, lasciando un odore acre di fumo e ferro freddo.
Mi alzo senza fare rumore. I miei muscoli sono rigidi, ma la mente è lucida, sintonizzata sulla frequenza di sempre: sopravvivere. Controllo i caricatori, sistemo la cinghia del fucile e mi assicuro che il coltello di Tessa sia ben saldo nella fondina sulla coscia. Non guardo Meave, ma so esattamente cosa sta facendo. È sveglia da ore, rannicchiata nell'angolo dietro il banco da lavoro, immobile come un animale che aspetta di capire se il predatore ha ancora fame.
Quando afferro il mio zaino, lei si muove. Tenta di mettersi in piedi, ma appena carica il peso sulla gamba sinistra emette un gemito strozzato. Il polpaccio, fasciato alla carlona con la mia benda pulita, deve bruciarle come se fosse sotto spirito.
Si appoggia al legno marcio del tavolo, la faccia pallida, lo sguardo basso. Non c’è traccia dell'arroganza di ieri. La spavalderia è morta insieme agli erranti nel piazzale.
«Trevis...» la sua voce è un sussurro roco, ripulito da ogni traccia di sfida.
«Puoi... puoi darmi una mano? Da sola non riesco»
La guardo per tre lunghissimi secondi. Rimango fermo, con le mani appoggiate sul fucile.
Vederla così, debole e vulnerabile, fa scattare qualcosa dentro di me. Ma non è compassione. È una fottuta sirena d'allarme che suona nel mio cervello. Questo mondo mi ha già fregato una volta quando ho abbassato la guardia. Ho aperto il cuore, ho provato a proteggere qualcuno, e quel qualcuno è finito sotto terra. Legarsi a un peso morto, a una persona che ha già cercato di fottermi per due volte in ventiquattr'ore, è il modo più rapido per farsi ammazzare.
«Hai due gambe, Meave,» rispondo, la voce piatta, priva di qualsiasi inflessione emotiva.
«Usane una e mezza. Io non faccio il babysitter, e non faccio il portantino. Muoviti.»
Lei incassa il colpo, stringendo i denti fino a far sbiancare la mascella. Capisce il gelo che mette distanza tra noi, e capisce anche il perché.
«Mi dispiace per ieri sera,» dice d'un tratto, alzando gli occhi verdi nei miei. C’è una supplica genuina in quel volto da ventisettenne consumato dalla fame.
«Per il diario... Non volevo violare i tuoi spazi.»
Ascolto le sue scuse e sento una smorfia fredda, quasi divertita, dipingersi sul mio viso. È l'ironia lucida e spietata che uso come scudo quando qualcuno cerca di scavare troppo a fondo nella mia merda.
«Cazzo! Ma allora hai un cuore,» dico, facendo un passo verso di lei, inclinando la testa con un sorriso sardonico che non promette nulla di buono.
«Senti un po', Meave. Pensi davvero che aver letto due righe scritte su un pezzo di carta ti dia il pass per entrare nella mia testa? Pensi che ora siamo amichetti che si confidano i segreti davanti al fuoco? Pensi che conoscere il nome di Tessa ti renda speciale o ti garantisca uno sconto sulla tua fottuta incompetenza?»
Mi chino verso di lei, stringendo gli occhi.
«No, tesoro. Tu per me sei solo un investimento a breve termine che sta rischiando di andare in perdita prima del previsto. Quello che c'è scritto in quel diario non sono affari tuoi. Tu non sei niente per me. Quindi rimettiti in riga, stringi i denti e cammina, perché la mia pazienza per le stronzate si è esaurita ieri mattina.»
Lei distoglie lo sguardo, ferita dal mio cinismo, ma non ribatte. Trova la forza di fare leva sulla gamba buona, si aggrappa allo zaino e, zoppicando vistosamente, si avvia verso l'uscita.
Il viaggio riprende nel silenzio più assoluto.
Camminiamo da due ore lungo la vecchia statale dissestata, inghiottita dalla vegetazione morta e dal fango. La nebbia non si alza, avvolgendo gli alberi scheletrici in un'atmosfera spettrale. Meave è dieci passi dietro di me. Sento il ritmo irregolare del suo passo: uno pulito, uno strascicato. Uno pulito, uno strascicato. Sta soffrendo l'inferno, ma non dice una parola. Ha capito la lezione.
