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CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 3
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Capitolo 3 di 11 31 min di lettura

Il peso del rimorso

Messi a nudo i rispettivi punti deboli – il ricordo di Tessa per Trevis e il senso di colpa per Meave –, i due sopravvissuti riprendono il viaggio. La confessione disperata della ragazza costringe Trevis a ridefinire i confini di un'alleanza forzata, basata non sulla fiducia, ma sulle spietate regole della sopravvivenza.

Michael035
2 mesi fa · 460 letture · 1

​Il silenzio tra noi è una barriera. È la tensione di due sconosciuti costretti a dividere lo stesso destino senza potersi fidare l'uno dell'altro.

​Poi, all'improvviso, il ritmo del suo passo si ferma.

​Mi volto di scatto, la mano che va automaticamente sul calcio del fucile, pensando a un pericolo. Ma Meave è solo ferma in mezzo alla strada, le braccia sulle ginocchia, la testa bassa. Il suo petto si muove a scatti veloci. Non sta piangendo per il dolore alla gamba.

«Li ho lasciati morire.»

Le parole cadono nella nebbia senza eco, senza rimbalzo. Come si butta qualcosa in un pozzo e non si sente mai il fondo.

Mi avvicino lentamente. Mi fermo a tre passi da lei, le mani libere. La lascio trovare l'inizio.

«Eravamo rimasti in quattro,» comincia. La voce è piatta, anestetizzata, il tipo di voce che viene fuori quando hai raccontato una cosa talmente tante volte dentro la tua testa che le parole hanno perso la forma e sono diventate solo suoni.

«Un ragazzo, Thomas, è andato quasi subito. Sbranato davanti a noi senza che potessimo fare niente. Siamo rimasti io, Caleb e Sarah in un garage di un magazzino sul lato est della città. Due entrate. Gli erranti riempivano entrambe.»

Si ferma. Riprende.

«Caleb teneva la seconda entrata. Stava usando tutto quello che trovava per sbarrare, tavoli, scaffali, una pressa idraulica arrugginita che pesava un quintale. Ogni volta che abbatteva uno di loro il rumore ne attirava altri. Era una morte lenta ma matematicamente certa. Lo sapevamo tutti.»

La nebbia si muove piano intorno a noi, indifferente.

«Sarah aveva la caviglia a pezzi. Era inciampata in una rampa di cemento durante la fuga e i tendini avevano ceduto di netto. Riusciva a stare in piedi appoggiandosi a qualcosa, ma correre era fuori discussione. L'unica via di fuga era una porta sul retro, ma era bloccata da una catena ed un lucchetto.»

Alza la testa. Gli occhi verdi mi fissano, e dentro c'è qualcosa di scavato, qualcosa che ha smesso di avere la forma del dolore normale e ne ha presa una più strana e più permanente.

«In alto, vicino al soffitto, c'era una finestrella. Una di quelle strette, di aerazione, con la grata arrugginita che ho dovuto forzare. Sarah e io eravamo le più minute del gruppo. Lei non ci poteva passare con quella caviglia, non sarebbe riuscita a issarsi. Io sì.»

Smette di parlare per qualche secondo.

Il vento sposta la nebbia di un centimetro, poi la riporta dov'era.

«Sono salita. Sono strisciata fuori, sono caduta dall'altra parte, mi sono fatta del male a un fianco ma niente di grave. La porta era lì, a pochi passi. Mi avvicinai cercando di rompere il lucchetto o la catena che bloccava la porta.»

La sua mascella si contrae. Una volta sola, come un riflesso involontario.

«Dall'altra parte del muro sentivo Caleb. Sentivo il rumore degli scaffali che cedevano, le sue imprecazioni, i colpi. E sentivo Sarah che mi chiamava, la voce bassa per non fare rumore, come se in quel casino avesse ancora senso abbassare la voce. Mi diceva di sbrigarmi. Mi diceva che ce la facevano ancora, ma non per molto.»

Abbassa lo sguardo sulle proprie mani. Le guarda come se appartenessero a qualcun altro.

«E poi ho visto gli erranti. Il rumore li aveva attirati anche dalla mia parte.»

La voce non cambia tono. È questo il dettaglio che fa più male, che sia così piatta.

«Stavano girando l'angolo del magazzino. Quattro, forse di più. Lenti, scoordinati dal freddo, ancora lontani abbastanza. Avevo il tempo. Non tanto, ma abbastanza. Se avessi continuato a scardinare quel lucchetto ce l'avrei fatta.»

Si ferma.

Il silenzio che segue è diverso da tutti gli altri silenzi di questa mattina. È il silenzio di qualcosa che sta per essere detto per la prima volta ad alta voce, qualcosa che fino a questo momento aveva vissuto solo nell'oscurità di una testa senza finestre.

«Mi sono bloccata, avevo paura.»

Le tre parole cadono nell'aria gelida e ci rimangono.

«Ho visto gli erranti e mi si sono bloccate le gambe. Non è che ho valutato, non è che ho fatto un calcolo e ho deciso che era troppo pericoloso. Mi sono semplicemente bloccata. Come se qualcuno avesse tagliato il filo tra il cervello e il corpo. Ero lì, in piedi, con la catena tra le mani, e non riuscivo a fare niente.»

La sua voce non trema. Ed è esattamente questo che la rende insopportabile da ascoltare.

«Sentivo Caleb dall'altra parte del muro. La sua voce era cambiata, stava urlando. Stava urlando il mio nome. Sarah urlava che non ce la facevano più, che dovevo aprire quella porta adesso, adesso, adesso.»

Chiude gli occhi.

«Poi c'è stato un urlo seguito dal pianto di Sarah... E poi non ce l'ho fatta... sono scappata.»

Rimane in silenzio per qualche secondo con gli occhi chiusi, come se stesse aspettando che quel suono finisse anche dentro la sua testa. Ma è chiaro che non finisce. È chiaro che non ha mai smesso.

«Ho girato i tacchi e sono corsa via.»

Riapre gli occhi. Mi guarda.

«Gli erranti erano ancora lontani. Ho avuto tutto il tempo di sparire nel bosco senza che mi toccassero. Ho corso finché non ho più sentito le gambe, e quando mi sono fermata l'unico suono era il mio respiro e il vento tra gli alberi.» Una pausa breve, chirurgica. «Niente urla. Niente voci. Niente...»

Il silenzio si installa tra noi con tutto il suo peso.

Un brivido di fredda comprensione mi attraversa la schiena. Ecco perché è scappata. Ecco perché ha cercato di derubarmi ed è fuggita nel cuore della notte. Non era solo avidità o spirito di indipendenza. Era il rimorso. Era la paranoia di una ragazza che ha scoperto di essere disposta a tutto pur di respirare un giorno in più, e che proietta sugli altri la sua stessa spietata natura. Pensava che l'avrei tradita, perché lei per prima aveva tradito le persone che amava.

​«È per questo che sono scappata anche da te,» continua, la voce che si abbassa fino a diventare un sussurro rauco. «Perché quando ho visto che mi aiutavi, che mi davi da mangiare... ho avuto paura. Ho pensato che nessuno fa niente per niente in questo mondo. E ho pensato che se fossimo finiti in trappola, mi avresti usata come esca. Esattamente come io ho fatto con loro... o che sarei stata io a farlo di nuovo.»

​Rimango immobile in mezzo alla carreggiata sfasciata. La nebbia ci circonda, isolandoci dal resto del mondo morto.

La sua confessione è cruda, sporca, reale. È la dimostrazione perfetta di cosa fa questo mondo alla morale delle persone. Le trasforma in topi.

​Faccio un passo avanti, avvicinandomi a lei. La mia maschera alla Negan si incrina appena, lasciando spazio a una lucidità ancora più raggelante. Non la compatisco. Non le dico che ha fatto bene.

​«Ti aspettavi che mi scandalizzassi, Meave?» le chiedo, la mia voce che taglia l'aria umida. «Pensi che mi importi qualcosa del fatto che sei una fottuta pantegana che abbandona la nave che affonda? No. Questo mondo è un tritacarne, e i santi sono finiti sotto terra nei primi tre mesi.»

​Le pianto gli occhi nel cervello.

«Non ti giudico per averli lasciati morire. Tutti abbiamo fatto cose di cui ci pentiamo, io per primo. E ti assicuro che ne ho fatte tante, ma sono vivo. Tu sei viva, oggi, perché hai avuto le palle di fare quella scelta di merda. Ma ricordati una cosa, ragazzina. Caleb e Sarah sono morti, e tu adesso sei con me. Io non sono il tuo vecchio gruppo. Io non mi farò distrarre dalle tue urla se finiamo nei guai, non ti darò una seconda possibilità se provi a usare me come botola di salvataggio.»

​Mi volto di spalle, riprendendo a camminare con lo stesso passo costante e implacabile.

​«Mettiti in marcia,» le ordino senza guardarmi indietro. «E vedi di muoverti. Abbiamo ancora un sacco di strada da fare, e l'odore del tuo rimorso comincia a darmi la nausea.»

CONTINUA... . .

_____________

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Michael035

Scrivo erotica da poco. Le mie storie partono sempre da una scintilla reale — qualcosa che è successo a me, a chi mi sta intorno o che potrebbe capitare a chiunque nella vita di tutti i giorni. Prendo quella dinamica quotidiana e ci costruisco attorno una trama romantica e intensa, sviluppandola in più parti. Da me non troverete racconti singoli e veloci, ma vere e proprie raccolte e libri da esplorare. Mi piace scavare nella psicologia e nei sentimenti dei personaggi, per poi farli esplodere in una passione erotica travolgente.

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Commenti 2

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  1. Confesso che, quando Meave sosteneva che Asheville era caduta, pensavo stesse mentendo perché non voleva tornarci perché qualcuno aveva tentato di violentarla. Il suo racconto, però, sembra abbastanza buono per credere il contrario. A meno che non stia mentendo adesso e stia conducendo, volontariamente, il protagonista lontano dalla salvezza.

    1. Michael035

      Grazie! Mi fa piacere che il dubbio sia rimasto fino a questo punto. Con Meave non è semplice capire dove finisca la paura e dove inizi la verità, e Trevis, giustamente, si trova nella stessa situazione del lettore: non può sapere se fidarsi oppure no. Per il resto... non posso sbilanciarmi, altrimenti mi gioco una parte della storia. 😉

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