«Quindi ecco il patto,» continuo, la voce che si affila, si fa calcolatrice, quasi commerciale.
«Tu hai un perimetro fatto di lamiere arrugginite e contadini che non saprebbero colpire un errante a cinque metri di distanza. Io ho anni di addestramento e so esattamente come si organizza una difesa che tenga. In più...»
Mi giro, raggiungo lo zaino abbandonato in un angolo e lo apro con uno strappo secco della cerniera.
Ne estraggo un fucile a pompa calibro 12 a canna corta e un pesante revolver .357 Magnum, ancora con l'odore metallico della polvere da sparo di ieri notte impregnato nel metallo. Li lascio cadere ai piedi di Earl. Il tonfo secco solleva una nuvoletta sottile di polvere dal pavimento.
«Le armi degli uomini che ho ucciso,» dico, senza abbellire la frase, senza addolcirla. «Più le munizioni che avevano addosso. Sono vostre, per la vostra gente.»
Earl guarda le armi a terra come si guarda un serpente morto: con orrore e sollievo insieme. Poi alza lo sguardo su di me. La doppietta nelle sue mani cede lentamente, la canna che scende fino a puntare il pavimento di terra battuta. È la resa della disperazione, il momento esatto in cui un uomo capisce che ogni sua opzione lo porta comunque a dover fidarsi del mostro che ha davanti.
«Io resto qui finché lei non si regge in piedi da sola,» concludo, senza lasciare spazio a repliche o negoziazioni ulteriori. «In cambio, difenderò questo posto se qualcuno si farà vivo. Se arrivano, li accogliamo come si deve. Se non arrivano, appena Meave riesce a camminare, ci smezziamo i farmaci, prendo quella macchina che vi da tanto fastidio e ce ne andiamo per sempre. È l'unica possibilità concreta che hai di tenere in vita la tua gente.»
Il silenzio che cala nel fienile ha il peso specifico di una lapide. Si sente solo il vento che fischia tra le fessure delle assi, e da qualche parte fuori, lontanissimo, il verso gutturale di un cane che i sopravvissuti di Balsam tengono ancora, chissà come, chissà per quanto.
Earl deglutisce a fatica, il pomo d'Adamo che sale e scende lungo la gola magra. Si china lentamente, raccoglie il fucile a pompa da terra con mani ancora tremanti, se lo appoggia in spalla, e fa un cenno d'assenso talmente stanco da sembrare quasi un inchino. Troppo sconfitto per aggiungere altro. Si gira e se ne va, trascinando gli stivali nella ghiaia gelata, la schiena curva sotto un peso che non è solo quello dell'arma.
Rimango a fissare il portone spalancato per qualche secondo, lasciando che il freddo dell'alba mi lavi la faccia. Solo quando sono certo che i suoi passi si sono allontanati abbastanza, permetto alle mie spalle di abbassarsi di un centimetro. Un solo, minuscolo centimetro. Nessuno lo vede tranne me.
Poi mi volto verso Meave.
Mi sta ancora fissando, avvolta stretta nella sua coperta come in un bozzolo insufficiente. C'è una luce nuova nei suoi occhi, un misto di repulsione e di qualcosa che assomiglia pericolosamente all'ammirazione, e che non riesco del tutto a decifrare.
«Riposati,» dico, la voce tornata asciutta, raccogliendo lo zaino da terra.
Chiudo l'anta di legno con una spinta della spalla, isolandoci di nuovo dal resto del mondo. Comincio a riempire i caricatori vuoti, spingendo i proiettili uno a uno contro la resistenza della molla d'acciaio.
Click. Click. Click.
Un suono ripetitivo, quasi ipnotico, che mi aiuta a non pensare a nient'altro per qualche istante.
Sento lo sguardo di Meave incollato alla mia nuca. Non ha smesso di studiarmi da quando Earl ha abbassato l'arma.
«Fai quasi più paura tu di quelli là fuori,» dice infine, rompendo il silenzio. La voce è ancora sottile, graffiata, ma carica di una lucidità nuova che la febbre non le concedeva fino a ieri.
Non mi fermo dal mio lavoro meccanico.
«Gli erranti non hanno mira, Meave. E non sono aperti alle trattative. Sono un problema più che una minaccia. Earl, invece, poteva ancora scegliere. Ecco la differenza.»
La sento sospirare, un suono tremulo mentre si sistema la coperta sulle spalle magre. Mi volto a guardarla. È pallida, i capelli scuri incollati alla fronte, ma l'intelligenza nelle sue iridi verdi è tornata affilata come una lama appena rifatta.
«Non parlavo degli erranti,» dice piano.
«Parlavo di te.» Si inumidisce le labbra spaccate prima di continuare. «L'hai distrutto in meno di due minuti. Quell'uomo è entrato qui dentro con un'arma spianata, pronto a cacciarci a calci in culo o a spararti in fronte, e tu... se la stava letteralmente facendo addosso davanti a te. E non hai nemmeno alzato la voce una sola volta.»
«I cani che abbaiano sono quelli che non mordono» rispondo, infilando un caricatore pieno in una tasca del gilet tattico.
«Se vuoi far capire a un uomo che sei pronto a ucciderlo, devi dirglielo con la stessa identica calma con cui gli chiederesti un fiammifero per la sigaretta. Le urla alzano l'adrenalina, e l'adrenalina fa fare cazzate irreparabili. La calma, invece, ghiaccia il sangue nelle vene. È l'unica frequenza che il cervello di un uomo terrorizzato riesce ancora a registrare prima di arrendersi del tutto.»
Meave scuote la testa, un movimento minimo contro il legno del palo.
«Hai ucciso tre persone stanotte,» dice. Non è un'accusa gridata. È una constatazione cruda, pronunciata con il tono di chi sta ancora cercando di dare un peso reale, misurabile, a quelle parole.
«Tre sciacalli armati che mi avrebbero svuotato un caricatore nella schiena alla prima occasione utile,» la correggo, la voce bassa, quasi raschiante.
«Erano comunque persone.» Abbassa lo sguardo sulle proprie mani, su quelle vene dove poco prima Jessica le ha infilato l'ago della flebo.
«Uomini che respiravano ieri sera, e che stanotte hanno smesso di farlo perché tu avevi bisogno di quello zaino per me.» Alza di nuovo gli occhi, e in essi c'è qualcosa di più complicato del semplice rimprovero. «E per comprarti la permanenza qui con Earl, hai appena scommesso la vita della sua gente contro la nostra, minacciandoli di farli massacrare se non ti obbediscono. Non riesco a capirti, Trevis. Onestamente, non ci riesco.»
Mi appoggio alla trave centrale, incrociando le braccia sul petto. «Cosa c'è esattamente da capire?»
Lei alza gli occhi, piantandoli nei miei senza cedere di un millimetro.
«Io lo so che non sei un mostro qualunque. I mostri non rischiano il culo per una sconosciuta che ha appena cercato di derubarti nel sonno. I mostri non ti tengono stretta per ore intere solo per impedirti di tremare di freddo.» Fa una pausa, il respiro che le trema leggermente.
«Ma quando parli con chi c'è là fuori, a volte ti trasformi in qualcosa di peggio di una bestia. Diventi puro ghiaccio. Nessuna esitazione visibile, nessun rimorso che traspaia. Mi chiedo davvero come cazzo tu riesca a spegnere l'interruttore della tua umanità così in fretta, come se fosse un gesto qualunque.»
La fisso per un lungo istante, studiando la piega della sua bocca, la tensione nelle sue spalle sotto la coperta. La sua è ancora l'ingenuità di chi ha visto la fine del mondo con i propri occhi, ma non ne ha ancora digerito fino in fondo le regole non scritte. Un sorriso storto, amaro, mi deforma un angolo della bocca — quell'ironia macabra che mi tiene in vita da otto anni, uno scudo di cinismo praticamente a prova di proiettile.
«L'interruttore è rotto da un pezzo, ragazzina,» dico, staccandomi dal palo.
«Il mondo di prima premiava i buoni, i giusti, quelli disposti al compromesso ragionevole. Quel mondo è affogato nel proprio sangue anni fa. Il mondo di oggi, invece, macella i buoni per primi e ci fa il brodo con le loro ossa.»
Faccio due passi verso di lei, fermandomi a un metro dalla sua stuoia di paglia. La voce scende ancora di mezzo tono, si trasforma in un sussurro ruvido che non lascia spazio a repliche facili.
«Se voglio tenerti in vita, se voglio assicurarmi che l'infezione non ti divori mentre sei indifesa su questa paglia, non posso permettermi il lusso di comportarmi da essere umano con il resto di questo pianeta morente. Se devo diventare il demonio per un vecchio spaventato, lo divento senza pensarci due volte. Se devo usare i cadaveri di tre stronzi come merce di scambio per negoziare la nostra sopravvivenza, lo faccio, e dormo comunque la notte. La moralità è un hobby riservato a chi ha la pancia piena e un tetto sicuro sopra la testa. Noi due non abbiamo né l'uno né l'altro.»
