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CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 6
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Capitolo 6 di 11 30 min di lettura

Non c'è posto per i buoni

A Balsam, Trevis si trova costretto a mostrare il lato più spietato di sé per proteggere Meave e ottenere la possibilità di restare nel villaggio.

Michael035
2 mesi fa · 309 letture · 0

Meave resta in silenzio più a lungo del previsto. Il respiro le si solleva irregolare sotto la coperta ruvida. Non distoglie lo sguardo, non indietreggia di un centimetro, ma qualcosa nei suoi occhi mi dice che il messaggio è arrivato fino in fondo, dove fa più male.

Poi, piano, con una voce che ha perso improvvisamente ogni traccia di accusa: «Anche io mi sono raccontata una storia molto simile.»

Mi fermo.

«Quel giorno,» continua, la voce che si fa più bassa, quasi persa nel rumore del vento fuori. «Con Caleb e Sarah. Mi sono detta che stavo facendo l'unica cosa logica possibile, che aspettare ancora avrebbe significato morire in tre invece che in due. Mi sono raccontata che la sopravvivenza non lascia spazio ai sentimentalismi, esattamente come stai facendo tu adesso con Earl.» Deglutisce a fatica. «La differenza è che io sono scappata pensando a salvare solo me stessa. Tu hai ucciso tre uomini pensando a salvare me. Non so quale delle due cose sia più spaventosa da ammettere ad alta voce.»

Il silenzio che segue è diverso da tutti quelli di stamattina. È più denso, più intimo, carico di qualcosa che nessuno dei due sembra disposto a nominare per primo.

«Non ti sto giudicando, Trevis,» aggiunge infine, piano. «Sto solo cercando di capire se un giorno anche il mio interruttore si romperà del tutto come il tuo. E se, quando succederà, mi resterà ancora qualcuno accanto capace di dirmi che va bene comunque.»

Non rispondo subito. Le parole mi si fermano in gola, pesanti come sassi, perché non ho una risposta pronta che non suoni patetica o bugiarda.

Alla fine scelgo la via che conosco meglio. Quella più sicura.

«Quindi ora vai là fuori per proteggere persone che, in fondo, ti disprezzano già,» dice lei, un filo di sarcasmo stanco che smorza la tensione appena creata, offrendomi una via di fuga che accetto senza vergogna.

«Esatto,» rispondo, raccogliendo il fucile e mettendomelo in spalla. «Sono un filantropo profondamente incompreso.»

Meave abbozza un sorriso debole, piegando leggermente la testa contro il legno scheggiato. «Cerca di non terrorizzare nessun bambino mentre sei fuori a giocare al soldato, Trevis.»

«Non prometto niente. Se mi annoio troppo, potrei anche rubare le caramelle a qualcuno.»

Mi giro verso il portone, spingendo l'anta di legno quel tanto che basta per passarci. Il vento gelido entra di prepotenza, sferzandomi la faccia con la stessa freddezza con cui ho appena parlato a un uomo terrorizzato.

«Riposati, Meave,» dico, senza voltarmi indietro, perché se lo faccio adesso non sono più sicuro di cosa le direi. «Ne hai bisogno. Forse avremo ospiti.»

Il sole è tramontato da un pezzo, inghiottito dalle fauci nere degli Appalachi. Ho passato le ultime otto ore a sistemare il perimetro, spostare sacchi di terra gelata e piazzare trappole sonore lungo il perimetro sud di Balsam. I muscoli della schiena bruciano, le nocche sono spaccate dal freddo, ma il campo adesso ha un perimetro più sicuro, niente di eccezionale, ma meglio di prima.

Quando torno al fienile, trovo Jessica già dentro.

La luce tremolante di una lanterna a olio proietta la sua ombra lunga sulle pareti di legno marcio. Sta controllando la flebo di Meave, le dita che sfiorano la pelle intorno al foro d'entrata con quella delicatezza clinica che solo chi ha fatto questo mestiere per anni riesce a mantenere anche quando le proprie mani tremano di fame.

Mi appoggio allo stipite, sfilandomi i guanti incrostati di fango. Jessica si volta al rumore dei miei passi.

È una bella donna, anche se il mondo ha fatto di tutto per impedirglielo. I vestiti sono logori, rattoppati agli angoli, ma i capelli castani sono puliti, raccolti in una coda semplice che le lascia scoperto il collo. Le mani, alla luce della fiamma, sono segnate dal lavoro e dal freddo, ma le unghie sono tagliate corte e curate con un'attenzione quasi caparbia. Un dettaglio minuscolo, e per questo ancora più eloquente.

«L'infezione ha smesso di avanzare,» dice, riponendo le bende nella borsa di tela. «La febbre è sotto controllo. Se continua così, tra qualche giorno può provare a mettere peso sulla gamba.»

Sento qualcosa allentarsi nel petto, un nodo che non sapevo di tenere così stretto.

«Bene,» dico soltanto. Con Jessica non servono più parole di quelle strettamente necessarie.

Lei arriccia il naso, un mezzo sorriso stanco che le increspa gli angoli della bocca.

«Nella mia baracca ho un serbatoio a caduta collegato a una stufa a legna. L'acqua è calda, o quasi. E voi due puzzate di sangue vecchio, sudore e terra umida fino a qui.» Fa un cenno verso la porta. «Venite. Una doccia serve più a voi che a me.»

Un lusso che avevo quasi dimenticato esistesse.

Dieci minuti dopo ci incamminiamo verso il suo rifugio, una struttura piccola, ordinata con una cura che sembra quasi un atto di resistenza contro tutto il resto.

Meave entra per prima. Quando mi faccio avanti per aiutarla a reggersi sulla soglia, scuote la testa. Vuole cavarsela da sola, e non insisto: conosco già abbastanza bene quella luce ostinata nei suoi occhi da sapere quando è inutile discutere.

Jessica le passa un asciugamano pulito e le raccomanda di usare lo sgabello sotto il getto per non scivolare. Meave annuisce e scompare dietro la porta di legno scheggiato. Pochi secondi dopo, il rumore dell'acqua sulle doghe di plastica riempie lo spazio, un suono così ordinario che per un istante mi sembra di aver sognato tutto quello che è successo nelle ultime settimane.

L'aria dentro la baracca si fa presto pesante, densa di vapore e sapone neutro. Ho bisogno di spazio, di aria che non sappia di me stesso.

«Vado a prendere una boccata d'aria,» mormoro a Jessica, spingendo la porta ed uscendo.

Mi siedo sui gradini sconnessi del portichetto. L'aria gelida della notte mi raffredda il sudore che mi si è incollato addosso.

Infilo due dita nel taschino interno del gilet ed estraggo un pacchetto di cartone stropicciato. Dentro, un'unica sigaretta superstite, mezza storta, il tabacco secco alle estremità. Un tesoro prezioso che mi porto dietro da mesi, in attesa del momento in cui avrei avuto davvero bisogno di bruciare qualcosa che non fosse polvere da sparo.

Me la porto alle labbra, accendo lo Zippo ammaccato, aspiro a fondo. La brace disegna un punto arancione nel buio. Il fumo mi riempie i polmoni con un sapore aspro e dimenticato, e per un secondo, un solo miracoloso secondo, chiudo gli occhi e non penso a niente.

La porta cigola alle mie spalle. Il passo di Jessica è leggero sulle tavole consumate. Si siede sul gradino accanto al mio, uno scialle pesante stretto intorno alle spalle, lasciando tra noi uno spazio ancora ragionevole. Ancora innocente.

«La tua bambina,» dico, buttando fuori una nuvola di fumo che il vento disperde subito. «Quella che giocava con i sassi al ruscello. Dov'è stanotte?»

«Dorme. È al sicuro nella baracca da Earl, mio padre.»

Mi blocco a metà del secondo tiro.

«Tuo padre?» Giro lentamente la testa verso di lei. Ho passato la mattina a terrorizzare quell'uomo fino a fargli tremare le mani sul calcio del fucile, e ora sua figlia mi offre una doccia calda come se niente fosse.

«Earl,» conferma lei. Non c'è rancore nella voce, solo una specie di rassegnazione antica.

«È un vecchio spaventato, Trevis. Ha il terrore di perdere l'unica nipote che gli è rimasta, e la paura fa scegliere alle persone in modo stupido. Ma tu hai fatto quello che dovevi, per la tua gente.» Una pausa, gli occhi fissi sul buio davanti a noi. «Io lo capisco meglio di quanto pensi. In questo mondo o sei il lupo o sei la carne che il lupo mangia. Mio padre non è mai stato un lupo. Ha solo avuto la fortuna, per tutta la vita, di non doverlo diventare. Fino a otto anni fa Quando le cose si fanno brutte ci spostiamo, é cosi che andiamo avanti.»

Resto in silenzio, lasciando che il fumo mi bruci in gola più del necessario. Soppesa il mondo con la mia stessa bilancia, e questo mi disarma più di quanto vorrei ammettere.

«Mio marito è morto qui,» dice lei dopo un momento, come se rispondesse a una domanda che nessuno le ha fatto ad alta voce. La voce non trema, ma rallenta, si fa più attenta a ogni parola, come chi cammina su un pavimento che sa già scricchiolare. «Due anni fa. Siamo arrivati a Balsam che il collasso durava già da tempo — tre anni, ormai, da quando abbiamo trovato questo buco. Pensavamo fosse un punto d'arrivo. Un posto dove ricominciare a contare i giorni invece che sopravvivere a uno alla volta.»

Prima di andare avanti…

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