Non dico niente. So che in certe confessioni le pause valgono più delle domande.
«Si era ammalato ancora prima del collasso. Un linfoma. Lo stavamo curando, avevamo un piano, degli appuntamenti scritti su un calendario appeso in cucina.» Un sorriso amarissimo le tira un angolo della bocca.
«Poi quel calendario è diventato carta straccia insieme al resto del mondo. Le scorte sono sparite, gli ospedali sono diventati mattatoi o rifugi o tombe, a seconda del giorno. Io avevo studiato abbastanza da sapere esattamente cosa gli serviva per vivere, ma non per farlo sopravvivere. Una volta finite tutte le scorte.» Si stringe lo scialle un po' più forte. «È morto in un letto, qui a Balsam, divorato da una malattia che dieci anni fa si curava con una flebo e un po' di pazienza. Non un morso. Non un errante. Solo il tempo, e la mancanza di tutto il resto.»
«Mi dispiace,» dico, e per una volta non è una frase buttata lì per riempire un silenzio scomodo.
«Anche a me.» Jessica guarda le proprie mani, poi le richiude a pugno come per scaldarle.
«La cosa peggiore non è stata guardarlo morire. È stata continuare a fare il mio lavoro il giorno dopo. Curare qualcun altro con le stesse mani che non erano bastate per lui. Ma qualcuno doveva farlo, e io ero l'unica rimasta a saperlo fare.»
Il silenzio che segue non è pesante come temevo. È solo silenzio, il tipo di silenzio che due persone possono permettersi quando hanno smesso di fingere di non aver perso niente.
Poi Jessica si volta verso di me. I suoi occhi scuri, alla luce debole che arriva dalla finestra della baracca, si posano sulla sigaretta che tengo tra le dita.
«Da quanto non ne fumi una intera?» chiede, e nella voce c'è qualcosa di più leggero, quasi un tentativo di tirarci entrambi fuori dal pozzo che abbiamo appena scavato insieme.
«Da prima che nascesse tua figlia, quasi.»
Un piccolo sorriso vero, il primo della serata. «Posso fare un tiro?»
Esito un istante. Dividere l'ultima sigaretta buona che possiedo è un gesto più intimo di quanto dovrebbe essere, in un mondo dove ogni cosa ha un prezzo scritto in carne o in sangue. Ma gliela passo comunque.
Le nostre dita si sfiorano un secondo più del necessario. Le sue sono calde, nonostante il freddo. Jessica si porta la sigaretta alle labbra, aspira piano, trattiene il fumo un momento più lungo di quanto serva, poi lo lascia uscire lentamente, socchiudendo gli occhi.
Quando mi restituisce il mozzicone, non ritira subito la mano.
«Sai,» dice, la voce più bassa, quasi confidenziale, «l'altro giorno, davanti al fienile, mi hai detto che lei non è la tua ragazza.»
Le parole restano sospese tra noi, semplici, quasi innocue. Ma qualcosa nel modo in cui le pronuncia — piano, senza fretta, come se le stesse posando sul gradino invece che dirle — mi fa capire che non è una domanda casuale.
«Non lo è,» rispondo. È la verità. Eppure la sento uscire dalla bocca con un peso che non dovrebbe avere.
Jessica non aggiunge altro subito. Si limita a spostare il peso di un centimetro, forse due, quel tanto che basta perché il calore della sua gamba arrivi a sfiorare la mia. Non è un gesto plateale. È piccolo, quasi plausibilmente innocente — il tipo di cosa che potrebbe non significare nulla, se non fosse per come trattiene il fiato una frazione di secondo dopo averlo fatto.
Jessica resta in silenzio ancora qualche istante. Poi sorride appena, quasi a se stessa.
«Avevo capito male, allora... però è strano.»
«Cosa?»
«Il modo in cui vi guardate. Sembra che ci sia qualcosa... ma forse sono io che mi faccio idee.»
«Ti ho visto lavorare prima. Tu non sembri uno che resta molto a lungo nello stesso posto, eppure ti dai da fare come se fosse casa tua.»
«Perché lo dici?»
«Hai sempre quell'aria di uno che sta già pensando alla prossima partenza... peccato»
«Peccato? Per cosa?»
Jessica esita un istante, poi alza appena una spalla.
«Perché... ci farebbe comodo qualcuno come te.»
Lo scialle le scivola appena da una spalla. Lo sistema senza fretta, e nel farlo il dorso della sua mano sfiora il mio braccio. Non si scusa. Non ripete il gesto. Lo lascia semplicemente accadere.
Il corpo reagisce prima che io glielo ordini. È passato troppo tempo, troppi mesi a dormire con una mano sul grilletto e l'altra su niente. Il calore di Jessica accanto a me è reale, semplice, senza il peso di un passato condiviso.
Mi ritraggo. Non di molto. Un paio di centimetri, il minimo indispensabile per spezzare quella corrente che si era chiusa tra me e Jessica.
Lei se ne accorge. Non insiste, non chiede spiegazioni. Ha visto abbastanza uomini in questi anni da saper leggere un rifiuto anche quando è silenzioso.
Il rumore dell'acqua dentro la baracca si interrompe di colpo.
Un istante dopo la porta di legno scheggiato si apre di uno spiraglio. Meave si affaccia, un asciugamano stretto contro il petto, i capelli bagnati incollati al collo, il peso scaricato tutto sulla gamba buona. L'imbarazzo di dover chiedere aiuto le si legge in faccia più chiaramente di qualsiasi parola.
«Trevis.» La voce è tesa, quasi infastidita dalla propria debolezza.
«Mi serve una mano. Il pavimento è bagnato e questa gamba di merda non mi regge. Se provo a uscire da sola finisco per terra.»
Mi alzo così in fretta che quasi inciampo sul gradino. Jessica resta seduta, lo scialle stretto intorno alle spalle, gli occhi che mi seguono mentre schiaccio il mozzicone contro il legno e mi infilo dentro senza voltarmi indietro.
Non so dire, mentre supero la soglia, se il sollievo che sento sia per Meave o per me stesso.
Meave è appoggiata allo stipite della porta interna, il peso quasi tutto sulla gamba buona, un braccio piegato a stringere l'asciugamano al petto, l'altro puntato contro il legno umido per non scivolare. I capelli bagnati le gocciolano sulle spalle, tracciando rivoli scuri lungo la pelle.
«Scusa il disturbo,» dice, e nella voce c'è più rabbia verso se stessa che verso di me. «Ho provato a fare da sola. Il pavimento è una lastra di ghiaccio coperta d'acqua.»
«Non scusarti. In fondo è colpa mia»
Mi avvicino, le passo un braccio dietro la schiena. Il calore residuo della doccia sulla sua pelle è diverso da quello di ieri notte, quando toccarla significava combattere contro qualcosa che la stava divorando da dentro. Adesso è solo calore normale. Un corpo vivo che si regge a fatica, niente di più.
La sistemo su una sedia che Jessica ha lasciato accanto al letto. Sul materasso ci sono due pile di vestiti puliti, piegati con cura — l'abitudine di chi ha imparato a trattare ogni indumento come una risorsa da non sprecare.
Meave allunga una mano verso la pila più piccola. Un maglione pulito, un paio di pantaloni di una tuta pesante. Li tocca come se temesse che potessero sgretolarsi tra le dita.
«Sono puliti, non mi sembra vero,» dice, quasi incredula.
Poi, più piano, quasi vergognandosi della domanda: «Pensi che... potrei tenerli? Dopo, intendo. Quando ripartiamo.»
Mi fermo un istante. È una richiesta piccola, quasi infantile per gli standard di questo mondo, eppure capisco esattamente cosa significhi per lei. Non è la stoffa. È la sensazione di indossare qualcosa che non porta addosso il fantasma di un'infezione o l'odore di una fuga nel fango.
«Chiediglielo tu,» rispondo. «Ma se devo scommettere, direi che non le dispiacerà affatto aiutare qualcuno.»
Annuisce, gli occhi bassi sul tessuto. Per un secondo il suo viso ha un'espressione che non le ho mai visto: qualcosa di vicino alla gratitudine pura, senza sarcasmo a fare da scudo.
Quando usciamo, Jessica ci aspetta sulla soglia, le braccia conserte, lo scialle ancora stretto sulle spalle. Ha l'espressione di chi ha già archiviato la serata, ricomposta, quasi professionale. Solo i suoi occhi, quando si posano su di me, trattengono ancora una traccia di quello che è successo sui gradini.
«State bene?» chiede, ma lo sguardo è tutto per Meave, per la gamba, per la camicia troppo larga che le scivola da una spalla.
«Meglio,» rispondo. «Grazie per l'acqua calda. E per i vestiti. Domani lavo la mia roba al fiume e vi restituisco tutto.»
«Teneteli pure,» dice Jessica, liquidando la questione con un gesto della mano prima ancora che io possa insistere.
