«Ne ho altri. E quella camicia, ad essere onesta, mi ricordava troppe cose per continuare a vederla appesa in un armadio.»
Meave la ringrazia con un cenno del capo, cauta, ancora studiandola con quella diffidenza che non l'ha mai abbandonata del tutto.
Ci incamminiamo verso il fienile. Jessica ci accompagna fino al cancello del suo piccolo recinto, poi si ferma, una mano appoggiata al palo di legno.
«Trevis.» La voce è calma, quasi distratta, come se stesse per dire qualcosa di poco conto. «Lava la divisa il prima possibile. Il sangue si fissa nelle fibre se aspetti troppo o se usi acqua tiepida.»
«Lo so,» rispondo, un po' spiazzato dal cambio di argomento.
Jessica sorride. Un sorriso piccolo, quasi gentile.
«Comunque pensaci, hai ancora qualche giorno per decidere... buonanotte a tutti e due.»
Rimango immobile un istante di troppo, la frase che mi rimbomba in testa più di quanto vorrei ammettere.
Accanto a me, sento Meave irrigidirsi. Non dice niente per i primi venti passi verso il fienile, ma sento il suo sguardo che mi studia di lato, un'attenzione nuova, calcolatrice, che non c'era prima che Jessica aprisse bocca.
«Cosa intendeva,» chiede infine. La voce è piatta, controllata in un modo che suona più pericoloso di qualsiasi accusa gridata a squarciagola.
«Niente.»
«Trevis.» Il mio nome, detto così, è già un avvertimento. «Ho imparato a leggerti molto presto. So quando stai mentendo per omissione.»
Non rispondo subito. Il vento gelido tra le baracche di Balsam sembra improvvisamente più rumoroso del necessario.
«Non è successo niente,» dico infine. Tecnicamente è vero. Il che non lo rende meno una bugia.
Meave non ribatte. Ma il silenzio che tiene per il resto della camminata è di un tipo diverso da quelli a cui mi sono abituato in queste settimane. Non è stanchezza. È un conto che sta facendo dentro la sua testa, e che non ha ancora deciso se condividere con me.
Il fienile è freddo come sempre, ma stanotte è senza l'odore di infezione e sudore febbrile che ci ha accompagnato per giorni.
Meave si lascia scivolare sulla paglia con un sospiro misto a dolore, la gamba fasciata con garza pulita che sporge rigida davanti a lei. Sistemo il fucile contro la parete, controllo per l'ennesima volta le trappole sonore attraverso la fessura del portone, poi mi siedo accanto a lei. La paglia frusta sotto il mio peso.
Meave mi guarda di sottecchi mentre mi tolgo gli stivali. Il suo sguardo si sofferma un secondo di troppo, come se stesse cercando qualcosa sulla mia pelle. Un segno. Una prova.
«L'odore del sapone è sembra essere diventato un lusso ormai» dice infine. Piatta.
«Jessica l'ha prestato anche a me. Sarebbe stato scortese rifiutare.»
«Certo.» Una sillaba sola, tagliente come una lametta.
Mi sdraio accanto a lei, lasciando lo spazio di rito — quello che negli ultimi giorni si è ridotto sempre di più senza che nessuno dei due lo ammettesse ad alta voce. Tiro su la coperta militare, ormai carica dell'odore di entrambi mescolato insieme.
«Meave.»
«Cosa.»
«Qualunque cosa tu stia pensando, fermati.»
Si volta a guardarmi. Nella penombra i suoi occhi verdi sembrano quasi neri. «Non ti ho chiesto niente.»
«Non c'è bisogno che lo chiedi. Ti si legge in faccia come un cartello stradale.»
Un lampo di rabbia le attraversa lo sguardo, veloce, poi si spegne, lasciando il posto a qualcosa di più stanco. «E se anche fosse. Non sono affari miei quello che fai con quella donna. Non sono affari miei quello che fai con nessuno.»
«Hai ragione. Non lo sono.»
Le parole mi escono più dure di quanto intendessi. Le vedo colpirla, un piccolo cedimento agli angoli della bocca, prima che richiuda la maschera con uno scatto quasi meccanico.
«Esatto,» dice. «Quindi dormiamo.»
Ma non si gira. Resta lì, a un palmo dal mio viso, mentre una smorfia le attraversa i tratti per un istante prima che il buio lo nasconda subito.
I suoi occhi si fanno pesanti. La stanchezza dei giorni scorsi, la febbre appena passata, la doccia calda: tutto insieme la sta trascinando verso il sonno con una forza che nemmeno il suo orgoglio riesce del tutto a contrastare. Le palpebre si abbassano, si rialzano a fatica, si abbassano di nuovo.
Mi avvicino. Quel poco che basta perché il suo respiro mi sfiori le labbra.
È un gesto che conosco già. L'abbiamo già fatto ieri notte, quando la febbre e la morfina le avevano tolto ogni difesa e io avevo colmato l'ultimo centimetro con una delicatezza che non mi credevo più capace di avere.
Stanotte è diverso. Stanotte siamo entrambi lucidi. Puliti. Senza febbre a fare da alibi per nessuno dei due.
Vedo i suoi occhi socchiudersi del tutto, pesanti di sonno. Per un istante, un solo, fragile istante, mi illudo che si lascerà andare di nuovo, che l'ultimo centimetro si colmerà da solo come ieri notte.
Poi sento la sua mano posarsi piatta sul mio petto.
Non mi spinge via. È solo... ferma.
«No.»
Lo sussurra con gli occhi ancora socchiusi, la voce impastata dal sonno che avanza, eppure lucidissima in quell'unica sillaba, come se una parte di lei restasse sempre di guardia anche quando tutto il resto crolla.
Mi fermo di colpo, il respiro sospeso a mezz'aria.
Meave apre gli occhi del tutto. Adesso mi guarda con una chiarezza che la stanchezza non riesce a offuscare.
«Ieri notte c'era la febbre,» dice piano. «C'era la morfina, il freddo, la paura di morire in un fienile senza aver più sentito il calore di un'altra persona addosso. Stanotte non c'è niente di tutto questo.» Una pausa, il respiro che le trema appena. «Stanotte sei solo pulito, e forse ancora acceso per quello che è quasi successo su quei gradini. E io sono quella più a portata di mano.»
Le parole mi colpiscono come un pugno allo stomaco, perché in parte — una parte vergognosa e innegabile — sono vere.
«Non è così,» dico. Ma la voce mi esce meno convinta di quanto vorrei.
«Forse no.» Non stacca gli occhi dai miei. «Ma non lo sapremo mai con certezza. E io non voglio essere il ripiego di una serata storta, Trevis.»
Fa una pausa più lunga. Quando riprende, la voce si è fatta più bassa, quasi irriconoscibile.
«Stai facendo tutto tu, forse hai ancora le allucinazioni,» dico, con un sorriso che mi disegna il viso.
«Ieri ti ho baciato perché avevo bisogno di sentire che ero ancora viva. Ancora umana. Ancora qualcosa che valesse la pena toccare con gentilezza, e non solo per estrarre un ago o disinfettare una ferita.» Deglutisce. «Ma questo non mi rende facile da avere. Se mi vuoi davvero, dovrai guadagnartelo in un giorno in cui non ho la febbre a quaranta gradi.»
Rimango in silenzio, la sua mano ancora ferma sul mio petto, il cuore che le batte contro le dita a un ritmo che non riesco a controllare.
«Sposta la mano,» dico infine. «E dormiamo.»
Un piccolo sorriso, stanco ma vero, le attraversa le labbra. «Buonanotte, Trevis.»
Ritira la mano lentamente, si volta su un fianco, dandomi la schiena. Ma prima di chiudere gli occhi, la sento parlare ancora, la voce bassa, quasi impercettibile nel buio.
«E comunque. Ho sentito quello che diceva. Lei, intendo.»
«E cosa ha detto?»
«Tu lo sai meglio di me» dice, chiudendo la conversazione.
Resto a fissare le travi buie del soffitto, ascoltando il suo respiro che rallenta lentamente verso il sonno, mentre fuori il vento continua a mordere le lamiere di Balsam. Indifferente, come sempre, a tutto quello che due persone stanno cercando di ricostruire, un centimetro alla volta, in mezzo alle macerie di un mondo che ha smesso da tempo di fare sconti a chiunque.
[CONTINUA...]
Com'è finora?
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Scrivo erotica da poco. Le mie storie partono sempre da una scintilla reale — qualcosa che è successo a me, a chi mi sta intorno o che potrebbe capitare a chiunque nella vita di tutti i giorni. Prendo quella dinamica quotidiana e ci costruisco attorno una trama romantica e intensa, sviluppandola in più parti. Da me non troverete racconti singoli e veloci, ma vere e proprie raccolte e libri da esplorare. Mi piace scavare nella psicologia e nei sentimenti dei personaggi, per poi farli esplodere in una passione erotica travolgente.
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