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CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 2
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Capitolo 2 di 11 24 min di lettura

Le regole dei sopravvissuti

Nel mondo dei morti non esistono eroi. Solo persone disposte a tutto pur di sopravvivere. Anche a fidarsi del nemico.

Michael035
2 mesi fa · 538 letture · 1

Mi sveglio con il gelo che mi morde la nuca. La vecchia coperta infeltrita è ancora sulle mie spalle, ma lo spazio davanti al mio petto è vuoto. Quel calore vivo, tremante e fottutamente reale della notte è sparito, sostituito dal soffio freddo dell'aria che filtra dalla porta sfasciata.

Sopra la testa, il tamburellare assordante della tempesta si è ridotto a un picchiettio fitto, ritmico, quasi ipnotico. Fuori c’è una pioggiarellina leggera, di quelle bastarde che non fanno rumore ma ti inzuppano i vestiti fino alle ossa in dieci minuti.

Mi metto a sedere lentamente, i muscoli della schiena che protestano con fitte acute. Faccio un respiro profondo e stringo i denti. Cazzo. Ho dormito troppo profondamente. Erano giorni, forse settimane, che non chiudevo gli occhi per più di due ore di fila senza scattare al minimo fruscio. Il mio corpo ha deciso di mollare e prendersi il suo prezzo proprio stanotte, nel momento peggiore possibile. Pessimo fottuto tempismo.

Allungo la mano verso destra, nel buio grigio dell'alba. Il fucile d’assalto è lì, appoggiato alla parete. Lo accarezzo, sentendo il metallo freddo sotto le dita. Almeno quello c'è. Troppo pesante per lei, troppo ingombrante per una che non sa nemmeno impugnare una Beretta senza farsi venire le nocche bianche.

Ma quando la mano scende verso la mia coscia destra... la fondina è aperta. E vuota.

Niente coltello da caccia.

Mi controllo d'istinto lo stivale sinistro, infilando le dita sotto l'orlo del pantalone. Vuoto anche quello. Il coltellino tattico che tenevo nascosto nella caviglia è sparito. Mi controllo freneticamente il gilet: mancano due caricatori completi di nove millimetri. Guardo dentro lo zaino, lasciato aperto: una scatola di spezzatino è volata via, ma sul fondo ne è rimasta una di carne pressata, insieme a due barrette proteiche.

Ha preso le scorte. Ha preso le munizioni. Ha preso le armi corte. Ma mi ha lasciato abbastanza cibo per non farmi crepare di fame subito. Un briciolo di stupida coscienza, o forse solo la fretta di chi sa di aver appena pestato la coda a una tigre.

Mi scappa una mezza risata rauca, un suono secco e privo di allegria che muore subito tra i mattoni umidi dell'ufficio.

«Furbetta,» sussurro a me stesso nel silenzio della stanza, passandomi una mano guantata sulla faccia per scacciare gli ultimi residui di sonno. «Davvero furbetta. Pulita, silenziosa, rapida. Te lo devo concedere, ragazzina. Mi hai fregato alla grande.»

Mi alzo in piedi, stirando le braccia finché le giunture non scricchiolano. Non urlo, non tiro calci ai muri. Il panico è un lusso che ho seppellito otto anni fa insieme al vecchio mondo. La rabbia c'è, ma è fredda, geometrica, incanalata esattamente dove deve andare.

«Ma hai fatto un grosso errore,» continuo a me stesso, parlando a mezza voce mentre ricarico il fucile d'assalto e controllo il colpo in canna. «Un errore enorme. Potevi prenderti il cibo. Potevi prenderti i proiettili. Potevi persino prenderti il ferro nello stivale. Ma quel coltello no. Quello proprio no.»

L'acciaio pesante con il manico in osso rigato. Ci sono le iniziali di Tessa incise vicino alla guardia, quasi cancellate dagli anni e dal sangue che ha versato. Quel coltello non è solo un'arma; è l'unica cosa rimasta su questa terra che mi ricordi chi ero prima di diventare questo mostro che cammina tra i morti. È la mia linea di confine. E a me, per principio, non piace che la gente superi le mie linee. Soprattutto, non mi piace essere preso per il culo. Quando qualcuno mi ruba qualcosa, le regole cambiano. E io divento un problema molto serio.

Sposto la scrivania metallica con una spallata decisa. Meave l'ha mossa solo di trenta centimetri, quanto bastava per far scivolare il suo corpo magro ed evaporare nella notte. Scendo i gradini di ferro con il fucile imbracciato, muovendomi come un'ombra.

Al piano terra, l'armadio metallico è ancora incastrato contro la porta di servizio, ma due erranti ciondolano nel corridoio. Sono bagnati fradici, i vestiti ridotti a brandelli appiccicosi, resi ancora più lenti e rimbambiti dal freddo e dalla pioggia dell'alba. Mi vedono. Emettono quel fastidioso rantolo gutturale e allungano le mani grigie verso di me.

Non ho intenzione di sprecare munizioni per loro. Non oggi.

Avanzo a passo rapido. Schivo la presa del primo con uno scatto laterale e gli tiro una botta tremenda con il calcio del fucile dritto sullo zigomo. Sento l'osso cedere con un crack secco. Crolla a terra e gli schiaccio la tempia con il tacco dello stivale. Il secondo mi artiglia il giubbotto, ma lo afferro per il collo della camicia marcia e lo sbatto con tutta la forza che ho contro lo spigolo vivo di un bancale di legno. Il cranio si sfascia come un melone maturo.

Pulito. In meno di dieci secondi il corridoio è di nuovo mio.

Scivolo oltre lo spiraglio dell'armadio e mi ritrovo all'esterno, sotto la pioggerellina sottile. L'aria di novembre mi entra nei polmoni come aghi di ghiaccio, ma mi serve a darmi la sveglia. Appoggio il fucile a un vagone cisterna arrugginito e tiro fuori la mappa stropicciata dalla tasca interna della giacca protetta dal cellophane.

La studio, calcolando i tempi. Asheville è ancora lontana. Meave è debole, ha lo stomaco vuoto da dieci giorni e quel po' di carne in scatola che mi ha rubato non fa miracoli in poche ore. Ha dovuto muoversi al buio, sotto il diluvio, con le gambe che le tremavano per la fatica e la paura. Non può aver fatto più di due o tre miglia di svantaggio. Inoltre, una ragazza sola, mezza assiderata e terrorizzata, non resterebbe mai sui binari esposti con la luce del giorno. Cercherebbe copertura.

Vedo una linea secondaria sulla mappa, una vecchia tratta industriale abbandonata che si infila dritta nel fitto del bosco a nord-ovest, costeggiando una serie di vecchi capannoni della segheria. È l'unica via di fuga logica per non farsi individuare.

Rimetto via la mappa e mi chino a terra, proprio vicino alla pozzanghera dove finisce la tettoia del magazzino. La pioggia sta lavando via il terreno, ma il fango argilloso dello scalo merci è un'ottima spia se sai cosa cercare.

Eccola lì. Una traccia netta. Il tacco del suo scarpone sinistro ha affondato profondamente nel fango, calpestando un ammasso di foglie di quercia marce e lasciando una scia obliqua. Sta camminando male. Zoppica leggermente o è semplicemente sfinita. Poco più avanti, un ramo spezzato di netto a un metro d'altezza conferma che è passata di qui, correndo nella direzione del bosco.

Mi rimetto dritto, sistemandomi la cinghia del fucile d'assalto sulla spalla. Guardo verso la linea degli alberi spogli, dove la nebbia bassa confonde i profili dei tronchi neri.

«Scappa pure, ragazzina,» mormoro nel silenzio della pioggia, e un sorriso freddo, quasi divertito, mi si stampa in faccia.

«Corri finché hai fiato nei polmoni. Tanto il bosco è grande, ma io sono un cacciatore decisamente migliore di te. Raggiungerti sarà la parte divertente del mio percorso per Asheville. E quando ti trovo... beh, allora ci siederemo e ti spiegherò per bene le mie fottute regole.»

Sblocco la sicura del fucile e mi avvio nel fango, seguendo le sue impronte. La caccia è aperta.

CONTINUA...

___________

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Michael035

Scrivo erotica da poco. Le mie storie partono sempre da una scintilla reale — qualcosa che è successo a me, a chi mi sta intorno o che potrebbe capitare a chiunque nella vita di tutti i giorni. Prendo quella dinamica quotidiana e ci costruisco attorno una trama romantica e intensa, sviluppandola in più parti. Da me non troverete racconti singoli e veloci, ma vere e proprie raccolte e libri da esplorare. Mi piace scavare nella psicologia e nei sentimenti dei personaggi, per poi farli esplodere in una passione erotica travolgente.

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