Senza fretta, sgancio una delle fibbie del mio zaino. Infilo la mano dentro. So esattamente cosa ho a disposizione: quattro scatole di carne, due mele un po' ammaccate ma ancora croccanti, qualche barretta proteica. È roba che mi garantirebbe almeno tre giorni di tranquillità. Dividerla significa farsi un favore che in questo mondo non ti restituisce mai nessuno.
Eppure, tiro fuori una scatoletta di spezzatino di manzo e una delle mele.
Le lancio sul pavimento, facendole scivolare sul cemento liscio. Si fermano esattamente a metà strada tra me e lei.
Meave fissa il cibo come se fosse una bomba a mano pronta a esplodere. Poi alza gli occhi verso di me, l'espressione indurita, carica di sospetto. Cerca la fregatura, cerca il prezzo da pagare per quel gesto.
«Spero tu non stia seguendo una di quelle fottute diete a zona,» dico, schiacciando il mozzicone sotto la suola dello stivale. Mi appoggio con la nuca al muro e la guardo dritta negli occhi, usando quel mio tono sarcastico, volutamente irritante. «Perché, a occhio e croce, direi che ci tieni fin troppo alla linea per i miei gusti.»
La battuta sulla linea colpisce esattamente il nervo scoperto che volevo centrare.
Vedo i muscoli della mascella di Meave contrarsi. Un lampo di pura rabbia le incendia le iridi verdi. Con uno scatto da animale selvatico, si allunga in avanti e afferra la scatoletta di carne e la mela con la mano sinistra, ma nello stesso fottuto istante la destra scatta verso l'alto.
L'acciaio della sua Beretta mi fissa dritto in mezzo agli occhi.
Non batto ciglio. Prendo la mia mela, la sfrego contro la manica del giubbotto per pulirla dalla polvere e le do un morso bello grosso. Mastico lentamente, assaporando il rumore croccante che riempie il silenzio teso della stanza.
«Mettila giù, ragazzina,» dico con la bocca mezza piena, il tono di un padre stanco che rimprovera un figlio capriccioso. La fisso negli occhi, ignorando la canna della pistola. «Se avessi voluto ucciderti, a quest'ora saresti già insieme ai nostri ospiti di sotto. Avevo il mio coltello alla tua gola, ricordi?»
Lei stringe i denti, ma la logica pragmatica di quelle parole fa breccia. La canna dell'arma trema per un secondo, poi, con una lentezza carica di rancore, si abbassa fino a puntare al pavimento. Senza dire una parola, si rannicchia di nuovo nel suo angolo, tenendo la pistola in grembo. Apre la scatoletta di carne con il coltello in modo sgraziato, affamato. Mangia in silenzio, lanciandomi occhiate taglienti a ogni boccone.
Non ci fidiamo l'uno dell'altra, e va bene così. È la diffidenza che ti fa respirare un giorno in più.
Nel frattempo, il cielo oltre i lucernari incrostati ha deciso di chiudersi del tutto. Il grigio piombo lascia il posto a un nero compatto e minaccioso, e la pioggia inizia a cadere. Non è un temporale passeggero. È un diluvio torrenziale, gelido, accompagnato da un vento che fa gemere la struttura d'acciaio del magazzino. L'acqua batte sulle lamiere del tetto con una violenza tale da creare un muro di rumore bianco assordante.
Mi alzo in piedi. «Non sentiremo un cazzo stanotte,» le dico, alzando la voce per sovrastare il frastuono della tempesta. «Se qualcuno, vivo o morto che sia, decide di salire quelle scale, non lo capiremo finché non ce l'avremo addosso.»
Lei capisce al volo. Si pulisce la bocca col dorso della mano e si alza.
C'è una vecchia scrivania metallica rovesciata contro la parete opposta. Peserà un fottuto quintale. Ci mettiamo uno da un lato e una dall'altro, le mani sporche che stringono i bordi arrugginiti. Nessuno dei due parla, ma spingiamo all'unisono. Il metallo stride contro il cemento, un rumore atroce che viene inghiottito dalla pioggia, finché non incastriamo la scrivania di traverso contro la porta mezza distrutta. Ora siamo chiusi dentro. Ciechi e sordi al mondo esterno. Ma al sicuro.
Torniamo alle nostre postazioni quando l'ultima luce muore del tutto. Il buio nel magazzino è totale, tagliato solo da qualche debole lampo in lontananza.
Tiro fuori dallo zaino la mia vecchia coperta infeltrita, logora e macchiata di fango secco dai giorni passati all'aperto, e me la butto sulle spalle. Appoggio la nuca al muro, chiudo gli occhi e cerco di riposare, mantenendo la mano destra sull'impugnatura del fucile.
Passano le ore. E con le ore, arriva il vero nemico. Il gelo.
L'umidità della tempesta si infiltra attraverso il cemento, penetrando nei vestiti, nella pelle, dritta nelle ossa. La temperatura crolla vertiginosamente. Sotto la mia giacca tattica e la coperta reggo il colpo, ma dall'altra parte della stanza percepisco un movimento continuo.
Apro gli occhi nell'oscurità. Il rumore della pioggia è martellante, ma il mio orecchio, abituato a captare ogni minima anomalia, distingue un suono ritmico, innaturale.
Click. Click. Click.
Denti che sbattono.
Metto a fuoco la massa d'ombra nell'angolo. Meave sta tremando. Non è un brivido passeggero, è uno spasmo violento e incontrollabile. Il suo corpo sta cercando disperatamente di produrre calore, ma è scavata dalla fame, senza riserve di grasso, senza energie. Sento il tessuto della sua giacca sfregare compulsivamente contro il muro.
«Ehi,» chiamo nel buio, la voce roca.
Nessuna risposta. Solo il battito frenetico dei suoi denti e un respiro corto, sibilante.
«Meave.»
«F-fottiti,» farfuglia lei, la voce spezzata da un tremito così forte che le mozza le sillabe.
Ha fottutamente freddo, eppure il suo orgoglio di merda le impedisce di chiedere aiuto. Capisco subito che se la lascio lì, l'ipotermia se la porterà via prima dell'alba. E svegliarsi con un errante affamato rinchiuso nella stessa stanza buia non fa parte dei miei piani.
Sbuffo, togliendomi la coperta di dosso. Mi alzo, il rumore dei miei stivali pesante sul cemento. Avanzo verso di lei.
«Che cazzo f-fai... stammi l-lontano,» sibila, cercando di sollevare la pistola con mani che ormai non rispondono più ai comandi. Sento il raschiare del polimero sul pavimento.
Non mi fermo. Arrivo sopra di lei, mi abbasso e con una manata secca ma controllata le abbasso il braccio armato, spingendole la pistola contro la coscia.
«Smettila di fare la dura, ragazzina. Se crepi di freddo mi toccherà piantarti un coltello nel cranio quando ti risvegli per mordermi le caviglie. E sono troppo stanco per queste stronzate.»
Senza aspettare una sua reazione, la afferro per le spalle. È rigida come una tavola di legno, gelata. La tiro verso di me, ignorando le sue deboli imprecazioni. Mi siedo pesantemente a terra, con le spalle contro il muro, e la costringo a sedersi tra le mie gambe, dandole le spalle contro il mio petto.
Si irrigidisce. L'istinto di sopravvivenza le urla di divincolarsi, ma il bisogno primordiale di calore vince su tutto. Recupero la sua coperta di pile grigio, ci avvolgo entrambi, e poi ci butto sopra la mia vecchia coperta pesante, sigillando tutto quel fottuto microclima.
«Metti via quell'arma, o ti spari in un piede,» le ordino a bassa voce all'orecchio.
Lei esita. Poi sento il movimento metallico della sicura che scatta e la pistola che viene incastrata tra le sue gambe, stretta contro lo stomaco. Io tengo il mio coltellino in mano, appoggiato sulla mia coscia. Le armi sono lì, invisibili sotto le coperte, testimoni silenziose della nostra sfiducia.
Lentamente, il mio calore corporeo inizia a trasferirsi. La sento tremare contro il mio sterno, un fremito che si propaga dai suoi muscoli ai miei. E poi, succede.
Sotto il rumore assordante della pioggia, racchiusi in quel bozzolo di lana ruvida e buio pesto, l'isolamento svanisce. Mi entra nelle narici l'odore dei suoi capelli bagnati. Sa di polvere, di pioggia e di pelle calda. Il suo respiro, prima spezzato, inizia a farsi più lungo, profondo, espandendo la sua cassa toracica contro di me.
Il mio corpo reagisce molto prima del mio cervello. È un cortocircuito.
Erano mesi che non sentivo il peso vivo di un'altra persona addosso. E per un istante atroce e bellissimo, il buio mi inganna. Il calore, il profumo, l'attrito dei nostri vestiti... è tutto troppo simile alle notti passate a scaldare Tessa. Sento il cuore stringersi in una morsa di colpa e desiderio, un desiderio sporco, animale, nato unicamente dal sollievo di non essere solo in mezzo alla fine del mondo.
Meave smette di tremare. I suoi muscoli si abbandonano impercettibilmente contro i miei. Nessuno dei due fiata, ma il silenzio sotto quelle coperte urla di una tensione elettrica, cruda. Sento il suo battito cardiaco contro il mio braccio. È viva. E, per quanto mi odi e per quanto io non mi fidi di lei, in questo esatto momento, averla contro di me è l'unica cosa che mi impedisce di impazzire.
