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CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 2
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Capitolo 2 di 11 24 min di lettura

Le regole dei sopravvissuti

Nel mondo dei morti non esistono eroi. Solo persone disposte a tutto pur di sopravvivere. Anche a fidarsi del nemico.

Michael035
2 mesi fa · 538 letture · 1

Lei perde l'equilibrio con un gemito di sorpresa. La afferro per il bavero della giacca prima che tocchi terra, la sollevo usando il suo stesso peso e la sbatto brutalmente contro la parete di mattoni alle sue spalle.

Il tonfo le mozza il fiato. La Beretta le scivola dalle dita, cadendo sul cemento.

La blocco in un secondo. Con l'avambraccio sinistro le premo il petto contro il muro, schiacciandole i polmoni quanto basta per neutralizzarla, mentre con la mano destra le pianto la lama del coltellino dritto sotto la curva della gola. La punta d'acciaio spinge contro la pelle sottile, esattamente dove pulsa la carotide. Sento il battito del suo cuore impazzito, frenetico, vibrare contro il metallo.

Si dibatte, ringhia, cerca di artigliarmi le braccia con le unghie sporche, ma io sono troppo grande, troppo pesante. La mia pressione è assoluta.

Azzero la distanza tra noi. Il mio viso è a un palmo dal suo. Sento il calore del suo corpo agitarsi contro il mio, il suo fiato spezzato che mi colpisce la guancia. È un fiato vivo. Caldo.

«Te l'avevo detto che dovevi stare calma,» le sussurro a denti stretti, il tono sceso a un ringhio glaciale che non ammette repliche.

Alzo lo sguardo dal suo collo al suo viso, preparandomi a fare quello che va fatto. A spegnerla per sempre.

E poi mi fermo. Il tempo si dilata.

I miei polmoni smettono di incamerare aria e i muscoli del mio braccio si pietrificano. Lei smette di dimenarsi, paralizzata dalla sensazione della lama sulla pelle, e mi fissa.

Quegli occhi.

Sono verdi. Non un verde qualsiasi, ma un verde vivo, profondo, screziato di sfumature più scure vicino alla pupilla. Simili, maledettamente simili, ma non uguali a quelli di Tessa.

È un pugno dritto nello stomaco. Una fitta di dolore acido e violentissimo mi squarcia il petto, togliendomi il terreno sotto i piedi. Il magazzino sparisce. Per un istante folle e disperato, non sto guardando una sconosciuta che ha cercato di uccidermi. Sto rivedendo lo sguardo di mia moglie in quel maledetto capanno a gennaio, mentre la luce dentro di lei si spegneva e io le spingevo l'acciaio nel cranio.

Il ronzio nelle orecchie diventa assordante. Il coltello mi pesa tra le dita come se fosse fatto di piombo.

La ragazza se ne accorge. Vede la mia maschera di ferro incrinarsi, vede lo smarrimento e il lutto che mi devastano lo sguardo. Le sue labbra carnose si dischiudono per cercare aria, ma rimane immobile, terrorizzata dal quel cambiamento improvviso che non riesce a comprendere.

Non posso farlo. Non posso spegnere quegli occhi. Non un'altra volta.

Allento la presa, lasciando che la lama si stacchi dalla sua gola, lasciando solo un piccolo segno arrossato sulla pelle. Faccio un passo indietro, liberandola, e mi stacco da lei con il respiro affannato, mentre il silenzio del magazzino viene riempito solo dal suono dei nostri respiri che si intrecciano nell'aria gelida.

L'eco del fottuto colpo di pistola sta ancora rimbalzando tra le travi d'acciaio del tetto quando la realtà ci presenta il conto.

Un tonfo sordo, pesante, fa tremare il pavimento sotto i nostri stivali. Poi un altro. E un altro ancora. Seguiti da quel verso gorgogliante, un raschiare di gole morte e affamate, che sale dal piano di sotto. Il colpo ha svegliato tutto ciò che c'era nel raggio di mezzo miglio, e ora si stanno ammassando contro la porta di servizio da cui sono entrato.

Meave si irrigidisce. Il panico le dilata le pupille, che da verdi diventano pozzi neri. Scatta verso il basso per recuperare la Beretta caduta sul cemento, ma le pianto uno stivale sull'arma e la afferro per il bavero della giacca, tirandola su con violenza.

«Lasciala,» le sibilo a un centimetro dalla faccia, la voce ridotta a un ringhio gutturale. «Se spari di nuovo, siamo entrambi morti. Attirerai qui dentro ogni singolo fottuto cadavere di questo scalo.»

Lei si blocca, il respiro le si incastra in gola. Sento il cardine della porta al piano di sotto cedere con uno stridio metallico straziante. Non c'è tempo per pensare, non c'è tempo per fare presentazioni.

«Resta qui,» ordino.

Recupero il mio coltello da caccia da terra e mi butto giù per i gradini di ferro, saltando gli ultimi tre. Arrivo al piano terra esattamente nel momento in cui la porta di metallo cede sotto il peso di cinque corpi ammassati. Piombano all'interno inciampando l'uno sull'altro, un groviglio di carne marcia, vestiti laceri e fauci scattanti.

Il primo mi è addosso prima ancora che si rimetta in piedi. Gli pianto lo stivale nello sterno, bloccandolo, e affondo otto pollici di acciaio dritto sotto il suo mento, spaccando il palato e raggiungendo il cervello. Lo spingo via come uno straccio vecchio. Il secondo mi arriva da sinistra: schivo la presa delle sue mani scheletriche, gli afferro i pochi capelli rimasti sulla nuca e gli pianto la lama nella tempia.

Ma sono troppi, e lo spazio è stretto. Il terzo e il quarto mi spingono contro una colonna di cemento. Sento l'odore fetido del loro fiato infetto, le unghie che raschiano contro il tessuto spesso del mio giubbotto tattico. Il mio braccio destro, quello con il coltello, viene bloccato contro il muro. Il viso putrefatto di una donna mi scatta a due centimetri dal naso, i denti ingialliti che cercano la mia giugulare. Mi preparo a spingerla via con l'avambraccio sinistro, ma improvvisamente la sua testa esplode in un geyser di sangue nero e ossa.

Meave.

Ha impugnato una pesante spranga di ferro arrugginita, staccata chissà dove, e gliel'ha piantata nel cranio con una ferocia inaudita. Non si ferma. Usa la spranga come una leva, sradica l'errante da me e con un calcio netto spezza il ginocchio dell'ultimo rimasto, facendolo crollare a terra. Non le lascio il tempo di finirlo: mi libero, faccio un passo avanti e schiaccio il cranio del bastardo con il tacco dello stivale. Un crack umido, e poi torna il silenzio.

Rimaniamo immobili per tre secondi, i petti che si alzano e si abbassano a un ritmo frenetico. L'adrenalina pompa così forte che mi fischiano le orecchie. La guardo di sottecchi. Ha le mani sporche di sangue scuro, ma la presa sull'arma improvvisata è solida come la roccia.

«Dobbiamo bloccare quell'entrata,» dico, spezzando la tensione.

Senza dirci una parola, afferriamo un massiccio armadio metallico da archiviazione rovesciato a pochi metri di distanza. Il metallo stride sul cemento in un rumore agghiacciante, ma spingiamo con tutto il fiato che ci resta nei polmoni finché non lo incastriamo perfettamente contro il telaio sventrato della porta. È una barricata solida. Chiunque voglia entrare ora dovrà fare un baccano infernale.

Torniamo al piano superiore, sfiniti. L'ufficio è immerso nella penombra grigia del mattino.

Ci sediamo sul pavimento, ma teniamo la distanza. Io mi appoggio contro la parete di sinistra, vicino alla porta mezza distrutta; lei scivola contro la parete di destra, rannicchiandosi vicino ai suoi cartoni. La pistola è di nuovo nella sua fondina improvvisata, il mio fucile poggia contro la mia gamba. Nessuno dei due ha intenzione di abbassare la guardia, ma entrambi sappiamo che ammazzarci a vicenda adesso equivarrebbe a un fottuto suicidio.

Infilo due dita nel taschino del gilet tattico e tiro fuori un pacchetto di sigarette accartocciato. Ne accendo una, aspiro a pieni polmoni e lascio uscire il fumo lentamente. La fisso. Quegli occhi verdi e affilati mi scrutano dal buio del suo angolo.

«Quindi...» la voce di Meave rompe il silenzio, roca e diffidente. «Che ci fa uno stronzo del tuo calibro da solo in mezzo al nulla?»

Accenno un mezzo sorriso senza allegria. La sfacciataggine non le manca. «Potrei farti la stessa, identica domanda. Ma ho il vago sospetto che la tua sia una storia troppo lunga da raccontare oggi.» Faccio un altro tiro, lasciando cadere un po' di cenere sul pavimento. «O sbaglio?»

Lei distoglie lo sguardo per una frazione di secondo. La mascella le si contrae, tradendo un nervosismo che cerca di reprimere. «Lunga storia, sì.»

«Immaginavo.»

Sposto la mia attenzione su di lei, studiandola senza farmi notare. I vestiti le pendono addosso. Ha le guance scavate, le occhiaie violacee di chi non dorme in un letto da una vita e le nocche spaccate. Sono in giro da abbastanza tempo da riconoscere la fame cronica quando ce l'ho davanti. Sarà rintanata in questo scalo da almeno una decina di giorni, e a giudicare dal barattolo raschiato, non ha trovato un cazzo.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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