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Erotika
Campo Estivo - Vol.1 · Cap. 3
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Capitolo 3 di 11 18 min di lettura

Seni nudi allo specchio

la mattina dopo il disastro, il primo giorno di lavoro e la conoscenza della partner

Asiadu01
5 mesi fa · 1.2k letture · 5

Alla fine cedemmo. Simona perse l'equilibrio e, invece di cadere all'indietro, scivolò lungo la parte anteriore del mio corpo. Il suo addome piatto sfregò contro il mio petto e, quando arrivò a livello dell'acqua, il suo bacino impattò inesorabilmente contro il mio inguine indurito. Il sorriso le morì sulle labbra. Sentì tutto. Si bloccò, immersa fino alle spalle, a un palmo dal mio viso. I suoi occhi si sgranarono, le labbra si dischiusero in un respiro mozzato. L'acqua sembrava improvvisamente bollente. «Ehm... bella resistenza,» sussurrò con voce roca, prima di staccarsi e nuotare via con una fretta insolita.

Feci uscire i ragazzi con il cuore in gola. Lasciai che Simona andasse avanti verso il teatro per avere un attimo di tregua e rimettere in ordine l'assetto del mio costume.

Quando finalmente recuperai un contegno decente e la raggiunsi, lei aveva appena consegnato il nostro gruppo di quattordicenni nelle mani degli animatori teatrali. Mi appoggiai alla parete di legno, passandomi una mano tra i capelli umidi. «Simo, dimmi che per un'ora e mezza non dobbiamo fare da balia a nessuno, perché sto per cedere strutturalmente,» le dissi, espirando pesantemente. Simona si voltò, le labbra piene piegate in un sorriso stanco ma luminoso. «Teatro confermato per i prossimi novanta minuti. Direi che ci siamo meritati una pausa. Andiamo a svaligiare il bar.»

Ci incamminammo fianco a fianco lungo il sentiero sterrato che tagliava il prato centrale. Il sole del pomeriggio africano picchiava sulle nostre teste, asciugando i costumi sotto le divise. Mentre ci avvicinavamo alla zona ristoro, incrociammo il gruppo dei bambini più piccoli, seduti in cerchio sull'erba per la pausa merenda.

A sorvegliarli c'erano Anna e Anto. Appena Simona vide la sua amica, i suoi occhi si illuminarono. Le corse incontro, abbandonando ogni compostezza, e le gettò le braccia al collo da dietro. «Anna! Come stanno i nanetti?» Anna sussultò, ma quando riconobbe la voce di Simona si rilassò all'istante. Si lasciò sfuggire una risata aperta e genuina, qualcosa che con me o con gli altri non aveva mai fatto. «Sopravviviamo! L'uragano è arrivato, vedo. E a quanto pare non hai ancora ucciso il tuo collega.»

Io feci un mezzo sorriso, avvicinandomi a passo più lento. E fu in quel momento che incrociai lo sguardo di Anto. Era seduta a un paio di metri di distanza. Sotto la sua polo bianca si vedeva ancora l'ombra scura del costume umido, un richiamo visivo crudele a quello che era successo poche ore prima nel mio letto. Ma il suo viso era una maschera di marmo. I suoi occhi scivolarono da me a Simona, registrando ogni singolo dettaglio: la nostra vicinanza, il modo naturale in cui Simona si appoggiava a me, i sorrisi complici. Il gelo che mi lanciò fu tagliente. Non c'era rabbia esplosiva, solo una gelosia fredda e ferita che mi piantò un chiodo di senso di colpa dritto nello stomaco. Distolsi lo sguardo, incapace di sostenerlo.

«Dai, vi lasciamo lavorare,» disse Simona, dando una pacca affettuosa ad Anna prima di tornare al mio fianco, sfiorandomi il braccio. «Noi andiamo a reidratarci prima di diventare polvere.» Io e Anto non ci scambiammo nemmeno una parola.

Arrivati al chiosco del bar, prendemmo due tè ghiacciati e ci sedemmo sui muretti all'ombra, bevendo in silenzio per qualche minuto. Sentire l'acqua fredda in gola era l'unica cosa che mi teneva lucido. «Sento che i miei riflessi si stanno spegnendo,» commentò Simona, giocherellando con il bicchiere di plastica. Il suo sguardo cadde su un tavolo da ping pong in cemento, posizionato poco più in là, in una zona purtroppo non coperta dagli alberi. Le si accese una scintilla negli occhi. «Ping pong. Una partita veloce per risvegliare i nervi?» «Sotto questo sole? Sei pazza,» ribattei, ma mi stavo già alzando. Sganciai il berretto con la visiera che tenevo appeso al passante dei pantaloncini e me lo infilai in testa. «E poi ti straccio.»

Prendemmo le racchette e ci posizionammo ai lati opposti del tavolo. La luce era accecante. Simona si portò una mano a mo' di visiera sugli occhi, strizzandoli per inquadrarmi. «Il sole mi acceca da questa parte,» si lamentò, e poi puntò il dito verso la mia fronte. «Socio, dammi il cappellino.» Sorrisi, impugnando la racchetta. «Te lo devi guadagnare. Chi arriva prima a undici se lo prende.» «Sfida accettata. Ma se devo sudare...»

Senza il minimo preavviso o pudore, Simona afferrò il lembo inferiore della sua polo bianca e se la sfilò dalla testa in un unico, fluido movimento, lanciandola sulla panchina. Rimase in pantaloncini e con solo il triangolo del bikini rosso fuoco addosso. La luce cruda del sole esaltava la sfumatura ambrata della sua pelle, mettendo in risalto il velo lucido di sudore che le imperlava la clavicola e il solco tra i seni. La linea del suo addome era tonica, perfetta. Mi fissò, passandosi una mano tra i capelli per sistemarli in uno chignon improvvisato, le braccia alzate che tendevano la pelle del torace e sollevavano la curva delicata dei suoi seni. Non c'era una briciola di malizia in lei, era pura praticità sportiva. Ma io rischiai seriamente di strozzarmi con la saliva.

«Batti tu,» mi disse, mettendosi in posizione, le gambe slanciate leggermente piegate.

La partita iniziò, e fu una carneficina. Era veloce, aggressiva sui colpi, e rideva a ogni mio errore. Ma il vero problema era la visuale. A ogni scatto, a ogni allungo per recuperare la pallina, il suo corpo si tendeva. Il tessuto rosso del bikini conteneva a stento la morbidezza del suo seno, che sobbalzava leggermente a ogni movimento brusco, catturando inevitabilmente i miei occhi. La seguivo muoversi con una fascinazione quasi ipnotica.

«Sei brava, maledizione,» ammisi, mancando una pallina facile perché ero troppo occupato a guardare la goccia di sudore che le scivolava lungo il collo. «Chi ti ha insegnato a tagliare i colpi in quel modo?» Simona recuperò la pallina, facendola rimbalzare sulla racchetta. «Edoardo. È un fanatico del ping pong, abbiamo un tavolo in giardino da lui e mi costringe a giocare praticamente ogni fine settimana.»

Il mio braccio si bloccò a mezz'aria. Il rumore della pallina sul cemento sembrò rimbombare. Edoardo. «Hai... un ragazzo?» chiesi, cercando di mantenere un tono neutro mentre schiacciavo il colpo successivo.

«Sì, stiamo insieme da quasi tre anni,» rispose lei, respingendo l'attacco con una facilità disarmante. «È rimasto a casa a lavorare quest'estate. Mi manca un po', ma mi ha detto di godermi il campo e di non stressarmi.» Fece un punto chirurgico all'angolo del tavolo. Sorrise, asciugandosi la fronte con il dorso della mano. «Si fida ciecamente. E poi mi ha detto che se lavoravo con i ragazzini non c'erano pericoli.» Mi lanciò un'occhiata divertita, fermandosi un attimo. «E direi che aveva ragione, no? Sembri un bravo ragazzo, Ale.»

Un bravo ragazzo. Quella definizione fu come una secchiata d'acqua gelata, ma invece di spegnere la tensione, la rese ancora più torbida e frustrante. Simona non stava flirtando. La sua fisicità sfacciata, le battute, le mani sulle mie spalle... era tutto frutto del fatto che mi considerava totalmente innocuo. Ero l'amico fidato, il "socio" con cui passare il tempo mentre il suo ragazzo l'aspettava a casa.

Guardai il suo petto sollevarsi per il respiro affannoso, le labbra schiuse e rosse, la pelle sudata sotto il sole cocente. Era irraggiungibile. Fidanzata, leale, e assolutamente non interessata a me in quel senso.

Quella rivelazione fu letteralmente letale per i miei riflessi.

Il mio cervello era rimasto incagliato su quell'immagine: Simona fidanzata, fedele, che mi inquadrava nella mortificante categoria del "bravo ragazzo inoffensivo". La pallina successiva schizzò sul tavolo con un effetto tagliato, mi rimbalzò quasi addosso e io la mancai clamorosamente, colpendo l'aria con la racchetta.

«Undici a sette!» esultò Simona, alzando le braccia al cielo con una risata trionfante. Lasciò cadere la racchetta sul cemento e fece il giro del tavolo, venendomi incontro con gli occhi scuri che le brillavano di pura soddisfazione agonistica.

In quel momento, azzerò del tutto la distanza tra noi. Si fermò a un palmo dal mio petto, il respiro ancora corto per lo sforzo. Il calore che emanava dalla sua pelle ambrata si mescolò all'odore di cloro, di crema solare e di sudore dolce. Senza chiedere permesso, allungò le mani e mi sfilò il berretto nero dalla testa. Se lo infilò calcandoselo sulla fronte e girando la visiera all'indietro. Il contrasto tra quel cappellino maschile e la sensualità esplosiva del triangolo rosso che le conteneva a stento i seni era devastante. Era maledettamente carina. E sexy da far male.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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