Anto gemette subito.
Un suono piccolo, rotto, quasi scandalizzato. Cercò di soffocarlo mordendomi la spalla attraverso la maglietta, ma io lo sentii comunque, vibrare contro il mio corpo come una confessione. Le mie mani scattarono sui suoi fianchi per reggerla, e lei si aggrappò a me con una forza disperata, premendosi contro di me come se volesse cancellare ogni distanza rimasta.
La strusciata cambiò completamente.
Ogni movimento del suo bacino era una scossa. La sua intimità, calda e tremante, scivolava contro la mia con una pressione irregolare, inesperta, ma devastante proprio per quello. Non c’era ritmo. C’era solo il tentativo disperato di cercare sollievo e conferma nello stesso punto. Ogni volta che i nostri corpi si incontravano, il contatto diventava più preciso, più pericoloso, più difficile da ignorare.
Sentivo il suo calore aprirsi contro di me e richiudersi subito dopo nella paura.
Sentivo il mio corpo cercarla d’istinto, spinto da una fame cieca che mi faceva vergognare e tremare insieme.
Lei si muoveva a scatti, senza sapere davvero come farlo. Una spinta breve, un gemito trattenuto, poi un blocco improvviso. Poi di nuovo. Più forte. Più vicino. Più nudo. La pelle tra noi era lucida di sudore, scivolosa, viva, e ogni minimo spostamento trasformava la tensione in una scarica che mi saliva dritta lungo la schiena.
«Ale…» ansimò.
Non sembrava una richiesta.
Sembrava un’accusa. O una supplica.
La sua fronte cadde contro la mia. Aveva gli occhi chiusi, le ciglia umide, le labbra socchiuse. Io sentivo il suo petto contro il mio, il seno premuto sotto la polo alzata, il sudore che ci incollava, il respiro di lei che mi entrava in bocca a piccoli colpi spezzati.
Le mie dita tornarono sotto la sua maglia.
Trovai il suo seno nudo, caldo, umido di sudore. Anto sussultò, ma non si tirò indietro. Anzi, mi afferrò il polso e mi tenne lì, come se avesse paura che potessi pentirmi. La sentii inarcarsi contro il mio palmo, poi vergognarsi subito di quel gesto, stringendo gli occhi e trattenendo un altro gemito.
La accarezzai piano, poi con più decisione, seguendo il ritmo spezzato del suo bacino contro il mio. Ogni volta che la mia mano si chiudeva su di lei, Anto perdeva un pezzo di controllo. Il suo respiro diventava più corto, più sporco, più vero. Il collo le si tendeva, la bocca cercava la mia e poi la mancava, come se non riuscisse più a coordinare desiderio e paura.
«Così,» sussurrò, con una voce che non sembrava più la sua. «Così devi volermi.»
Quelle parole mi fecero male.
Perché il mio corpo la voleva. Troppo. In modo evidente, incontrollabile, quasi crudele. E lei lo sentiva. Lo sentiva in ogni contatto, in ogni sfregamento, in ogni scossa che mi spezzava il fiato quando il suo calore scivolava contro di me nel modo giusto.
Anto lo capì.
E per un attimo sembrò nutrirsene.
Si mosse più forte.
La sua schiena urtò piano contro il muro, la mensola degli asciugamani tremò sopra di noi. Lei mi strinse la nuca, mi tirò più vicino, e il contatto tra le nostre intimità diventò così diretto, così scivoloso e bruciante, che mi uscì un verso basso, strozzato, impossibile da trattenere.
Anto aprì gli occhi.
In quello sguardo c’era una scintilla fragile di vittoria.
«Vedi?» ansimò. «Vedi che posso?»
Poi lo fece ancora.
Il suo bacino tornò contro il mio, più lento, più consapevole. Stavolta non fu uno scatto di rabbia. Fu ricerca. Un movimento breve, profondo, quasi istintivo, che fece sfiorare il limite con una precisione spaventosa. Per un secondo sentii la possibilità concreta di superarlo. Non come idea. Non come fantasia. Come qualcosa che stava per succedere davvero.
Il mio corpo cercò il suo senza chiedermi il permesso.
Mi avvicinai troppo.
Lei lo sentì.
Le dita di Anto si piantarono nelle mie spalle. Il suo respiro si spezzò in gola. Non si staccò subito. Rimase lì, sospesa su quel confine, nuda contro di me, tremante, gli occhi spalancati e lucidi. Era a un soffio dal lasciarmi andare oltre. A un soffio dal trasformare quella prova disperata in qualcosa che non avrebbe più potuto cancellare.
Per un secondo sembrò davvero pronta.
Pronta a ignorare la paura.
Pronta a lasciarmi entrare.
Pronta a dimostrare a se stessa che poteva farlo.
Pronta a usare il mio desiderio come una benda su tutte le ferite che non riusciva a guardare.
Poi il suo corpo si bloccò.
Di colpo.
Non gradualmente. Non con un ripensamento dolce.
Fu come se qualcuno le avesse spento l’aria nei polmoni.
«Anto?»
Lei non mi guardò.
Aveva gli occhi fissi sulla mia spalla, come se non riuscisse più a mettere a fuoco il mio viso.
«Anto, ehi.»
«Io…»
La sua voce si spezzò.
«Io non ci riesco.»
Mi si gelò il sangue.
«Va bene.»
«No.» Scosse la testa, e una lacrima le scivolò prima che potesse fermarla. «No, non va bene.»
«Va benissimo, invece.»
«Non dire così.»
«Non devi fare niente.»
Lei rise piano. Una risata senza allegria, piena di vergogna.
«Eccolo.»
«Cosa?»
Finalmente mi guardò.
Gli occhi le brillavano di lacrime e rabbia.
«Eccolo, il santo.»
Feci un passo indietro, lasciandole spazio. Lei si ricompose subito, tirandosi giù la polo, sistemandosi i capelli con mani nervose. Ogni gesto era una piccola umiliazione.
«Anto, non stavo—»
«Lo sapevo.»
«No.»
«Lo sapevo che con me ti saresti fermato.»
«Ti sei fermata tu.»
«E tu non vedevi l’ora.»
La frase mi arrivò addosso come un pugno.
«Non è vero.»
«Sì, invece.» Si asciugò la guancia con il dorso della mano, furiosa con se stessa per aver pianto. «Con loro perdi il controllo. Con me ti ricordi sempre di essere buono.»
«Mi sono fermato perché ti sei bloccata.»
«No.» La sua voce diventò più fredda. Più cattiva. Ma sotto tremava ancora. «Ti sei fermato perché con me devi sempre stare attento.»
«Perché ti voglio bene, cazzo.»
«Appunto.»
Il silenzio ci schiacciò.
Lei fece un passo verso la porta.
«Anto.»
Si fermò, ma non si voltò.
«Non era pietà.»
Le sue spalle si alzarono e si abbassarono in un respiro tremante.
«Allora cos’era?»
Non risposi abbastanza in fretta.
Fu l’errore peggiore.
Lei annuì piano, come se quella pausa avesse confermato tutto.
«Tranquillo, Ale.»
Si voltò appena. Sul viso aveva un sorriso piccolo, devastato.
«Ho capito il mio posto.»
«Non hai capito un cazzo.»
«No.» Aprì la porta. «Stavolta ho capito benissimo.»
Uscì.
La porta della lavanderia si richiuse con un colpo sordo.
Rimasi lì, appoggiato alla lavatrice ancora vibrante, con il respiro corto e il corpo acceso in modo insopportabile, ma con la testa piena solo del suo viso.
Avevo provato a proteggerla.
L’avevo ferita peggio.
Quando finalmente uscii dalla lavanderia, il campo era immerso nella luce sporca del tramonto. L’aria della sera non era più fresca, ma almeno non bruciava. Si sentiva l’odore della mensa che iniziava a preparare la cena, il rumore lontano delle stoviglie, le voci delle ragazze sparse tra i vialetti.
Io camminavo come uno che aveva appena lasciato un pezzo di sé chiuso in una stanza piena di asciugamani.
Avevo un debito nuovo con Maria.
Fiona aveva visto abbastanza da aggiungere un’altra riga al suo elenco.
Anna mi guardava come se fossi ancora capace di fare la cosa giusta.
Anto mi odiava perché avevo provato a farla.
E Simona…
Simona.
Il pensiero di lei mi fece accelerare il passo verso il bungalow 12.
Arrivai davanti alla porta e alzai la mano per aprire.
Poi mi fermai.
Da dentro arrivava la sua voce.
Bassa. Troppo calma.
«No, Edo. Te l’ho già detto.»
Il mio stomaco si chiuse.
Rimasi immobile, con la mano sospesa a pochi centimetri dalla maniglia.
Ci fu una pausa.
Poi Simona parlò di nuovo, più piano.
«Non ero con nessuno.»
Altra pausa.
La sentii inspirare, come se stesse ingoiando qualcosa di amaro.
«Sì. Lo so che ieri non ho risposto.»
Il silenzio che seguì fu peggiore di qualsiasi urlo.
Appoggiai la fronte alla porta di legno, chiudendo gli occhi.
Avevo passato tutta la giornata a spegnere incendi.
Solo che, a quanto pare, ogni volta usavo benzina.
Com'è finora?
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giovane ragazza che da poco si sta approcciando alla scrittura di racconti erotici. se volete scrivermi: [email protected] blog tumblr: https://www.tumblr.com/asiadu01
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