Rimasi fermo per un istante.
Troppo sorpreso.
Troppo pieno di colpa.
Poi il mio corpo ricordò tutto quello che la mia testa cercava di negare da giorni, forse da anni.
Anto non era solo la mia migliore amica. Non era solo la ragazza viziata che mi faceva impazzire. Era il corpo caldo che avevo avuto accanto in macchina, nel bungalow, nella mia vita. Era la familiarità diventata elettrica. Era il divieto che esisteva proprio perché ci conoscevamo troppo.
Le presi i fianchi.
Lei tremò.
Ma non si staccò.
Anzi.
Mi spinse più forte contro la lavatrice, schiacciandosi contro di me con tutto il corpo. Sentii il calore della sua pancia attraverso i vestiti, il respiro spezzato contro la mia bocca, le sue dita aggrappate alla mia maglietta come se avesse paura di cadere.
La baciai, ma ormai sentivo il pericolo in ogni respiro.
Anto mi avvolse con le braccia, prima stringendomi le spalle, poi salendo con le dita fino alla nuca, come se volesse impedirmi fisicamente di allontanarmi ancora. Aveva il fiato corto. Non respirava davvero: rubava aria tra un bacio e l’altro, con piccoli suoni spezzati che le sfuggivano contro la mia bocca e che sembravano farla vergognare ancora di più.
La lavatrice dietro di me vibrava contro la schiena, un tremore basso e continuo che passava dal metallo al mio corpo, e dal mio corpo al suo. Anto lo sentì. La vidi sgranare appena gli occhi, come se anche quella vibrazione le fosse arrivata addosso senza permesso. Poi, invece di scostarsi, si premette più forte contro di me.
Fu un movimento goffo, quasi rabbioso.
Il suo bacino cercò il mio attraverso i vestiti, prima con uno scatto incerto, poi con una pressione più lunga, più consapevole. Il contatto mi tolse il fiato. Sentii il calore del suo corpo sotto la stoffa sottile, la tensione delle sue gambe, il modo in cui cercava attrito senza sapere davvero come reggerlo. Lei ansimò piano, un verso minuscolo, strozzato subito tra i denti.
Mi afferrò la maglietta con una mano, mentre con l’altra scese lungo il mio petto, seguendo i muscoli dell’addome attraverso il tessuto sudato. Le sue dita tremavano. Ogni gesto sembrava una domanda che lei non aveva il coraggio di fare ad alta voce.
Quando mi sfiorò più in basso, sopra la stoffa dei pantaloncini, il mio corpo reagì con una scossa così netta che fui costretto ad appoggiare una mano alla mensola accanto alla sua testa per non perdere lucidità.
Anto lo sentì.
Lo sentì e cambiò espressione.
Per un secondo, la paura lasciò spazio a qualcosa di quasi trionfante. Non un sorriso pieno, non sicurezza vera. Solo un lampo fragile, disperato, come se quella reazione fisica fosse l’unica prova al mondo capace di dirle che non stava inventando tutto.
«Vedi?» sussurrò, con la voce rotta.
Non risposi.
Non ci riuscii.
Lei mi baciò di nuovo, più a fondo, con una fame disordinata. La sua bocca sapeva di rabbia e sale, le labbra calde, il respiro irregolare. Mi prese la mano e se la portò addosso, guidandola sotto la stoffa della polo, senza guardarmi, come se guardarmi in faccia avrebbe reso tutto troppo reale.
Le mie dita incontrarono la pelle nuda del suo seno.
Anto trattenne il respiro di colpo.
Il suo corpo si tese contro il mio, ma non si allontanò. Anzi, chiuse gli occhi e si spinse appena verso la mia mano, vergognandosi immediatamente di quel movimento. Era calda. Morbida. Sudata per il caldo della giornata e per il panico che le stava bruciando sotto la pelle. Sentii il battito del suo cuore correre sotto il palmo, veloce, disordinato, quasi spaventato.
«Così,» mormorò, ma la voce le tremò. «Così devi guardarmi.»
Le sfiorai il seno con più decisione, senza fretta, e lei si morse il labbro per soffocare un gemito. La sua testa cadde all’indietro contro il muro per un istante, scoprendo il collo lucido di sudore. Quella reazione mi colpì allo stomaco più di qualunque provocazione. Non c’era malizia costruita. Non c’era esperienza. C’era solo Anto che provava a restare dentro una sensazione più grande di lei.
«Va bene?» chiesi, con la voce rotta.
Lei riaprì gli occhi di scatto.
Lucidi. Furiosi. Spaventati.
«Non chiedermelo come se stessi per rompermi.»
«Non voglio—»
«Smettila di non voler fare cose.»
Mi baciò di nuovo, più forte, e stavolta mi spinse via dalla lavatrice. Urtammo una mensola. Una pila di asciugamani puliti scivolò giù con un tonfo morbido, spargendosi ai nostri piedi. Anto finì con la schiena contro il muro, il viso acceso, i capelli sfuggiti dalla coda e incollati al collo sudato.
Il muro le strappò un piccolo gemito.
Mi bloccai subito.
«Ti ho fatto male?»
«No.» Mi afferrò la nuca e mi riportò su di lei. «Non fermarti ogni due secondi.»
La baciai ancora, e stavolta fu lei a cercare il ritmo.
Sollevò una gamba, incerta, appoggiandola contro la mia come per avvicinarmi di più, ma senza sapere bene dove mettersi. Le mie mani scesero sui suoi fianchi per sostenerla. La sentii aggrapparsi a me con più forza, le dita piantate nella mia schiena, il petto che si alzava e abbassava contro il mio a ogni respiro spezzato.
Poi cominciò a muoversi.
Piano.
Un movimento piccolo, quasi involontario, del bacino contro il mio. Si fermò subito, come se si fosse spaventata da sola. Rimase immobile per un secondo, le labbra socchiuse, gli occhi lucidi puntati nei miei.
Io non dissi niente.
Aspettai.
Fu quello, forse, a farle più male. O a darle coraggio.
Lo rifece.
Stavolta più lentamente.
Il suo corpo scivolò contro il mio attraverso i vestiti, cercando una frizione che ci fece ansimare entrambi. La lavatrice vibrava ancora alle mie spalle, gli asciugamani caduti ci sfioravano le caviglie, l’aria della lavanderia era calda, umida, satura di detersivo e pelle accesa.
Anto chiuse gli occhi.
Le sfuggì un suono più chiaro, più vero.
Non era un gemito da donna sicura di sé. Era più basso, trattenuto, quasi sorpreso. Come se non si aspettasse che il proprio corpo potesse rispondere così. Come se quella sensazione la stesse tradendo e salvando nello stesso momento.
«Cazzo…» le uscì piano, contro la mia bocca.
La parola sembrò spaventarla.
Aprì gli occhi di scatto, ma non si fermò.
Anzi, mi strinse di più.
Il movimento diventò più intenso. Non regolare, non esperto. Disperato. Il suo bacino cercava il mio con spinte brevi, nervose, poi si fermava, poi ripartiva, come se ogni volta dovesse convincersi da capo di poterlo fare. Io sentivo tutto: il calore del suo corpo, la pressione delle sue dita, il tremore delle sue cosce, il modo in cui cercava di guidare la scena ma non riusciva davvero a controllarla.
E io stavo perdendo la testa.
Non come con Tracy.
Con Tracy era stato abbandono sporco, resa, fame.
Con Anto era peggio.
Perché conoscevo ogni sfumatura della sua voce. Ogni difesa. Ogni bugia. E sentirla ansimare contro di me, sentirla cercarmi con quella rabbia fragile, trasformava il desiderio in qualcosa di quasi doloroso.
Le mie mani risalirono sotto la sua polo. Trovai di nuovo il seno nudo, la pelle calda, il sudore sottile che la rendeva viva sotto le dita. Lei tremò così forte che per un istante pensai che si sarebbe staccata. Invece mi afferrò il polso e mi tenne lì.
Non guidandomi.
Trattenendomi.
Come se avesse paura che smettessi.
«Così,» sussurrò. «Così devi volermi.»
Quelle parole mi fecero male.
«Anto, io—»
«No.» Mi baciò per zittirmi. «Non parlare.»
Poi successe qualcosa.
Non fu un gesto pulito. Non fu deciso. Fu una confusione di mani, stoffa, respiri e vergogna. Anto scese con le dita verso la cintura dei miei pantaloncini, esitò, poi tirò. Non riuscì al primo tentativo. Le tremavano troppo le mani. Imprecò piano, con una rabbia che sembrava rivolta più a sé stessa che a me.
Io dovetti aiutarla.
Appena lo feci, lei mi guardò.
E in quello sguardo c’era tutto: sfida, paura, sollievo, panico.
I pantaloncini scivolarono giù abbastanza da cancellare l’ultima distanza vera tra noi. Anto abbassò lo sguardo e il respiro le si spezzò in gola. Per un istante sembrò sul punto di fuggire.
Poi, quasi per punirsi di quella paura, si mosse anche lei.
Si slacciò i pantaloncini con uno strappo nervoso, li spinse giù lungo le cosce insieme all’ultimo pezzo di stoffa che la separava da me. Non lo fece con sensualità sicura. Lo fece come se stesse strappando via una prova, come se ogni centimetro di pelle scoperta dicesse: guarda, ci riesco, non sono meno delle altre.
E quando tornò contro di me, pelle contro pelle, il mondo si ridusse a un solo punto di contatto.
Il calore nudo di Anto mi colpì come una scarica.
Non era più attrito filtrato dalla stoffa. Non era più una provocazione trattenuta dai pantaloncini, non era più qualcosa che potevamo fingere di non capire. Era pelle sudata contro pelle sudata, calore diretto, vivo, troppo reale. Il suo corpo si incollò al mio con una naturalezza spaventosa, e per un istante il mio cervello smise di distinguere dove finissi io e dove iniziasse lei.
