«Ehi, piccioncini, cercate di non consumarvi.»
La voce stridula e sguaiata di Maria ruppe il momento. Era in piedi a pochi metri di distanza, una birra ghiacciata in mano. «Se volete amoreggiare, fatelo in silenzio. Io sto cercando di staccare il cervello.»
Dall'altro lato della piscina, Tracy, sdraiata sul suo materassino leopardato, sbuffò sonoramente. Non si voltò nemmeno, ma la sua voce rotta e provocatoria arrivò chiara a tutti: «Sì, certo. Meno male che c'è il nostro generale a dettare le regole anche la domenica. Rilassati, Maria. Non sei sul fottuto palcoscenico.»
Maria si voltò di scatto, gli occhi scuri che lanciavano saette verso il fondoschiena nudo di Tracy. Le nocche si sbiancarono attorno alla bottiglia di vetro. «Almeno io so come gestire questo posto. Tu sai solo gestire quello che c'è nei pantaloni dei colleghi, Tracy.»
«Oh, credimi,» tubò Tracy, passandosi la lingua sulle labbra e voltando solo il collo per fulminarla con un sorriso velenoso, «io so fare molte cose meglio di te. E lo sai benissimo.»
Il gelo calò tra le due ex amiche. L'astio era palpabile, denso di segreti e vecchi rancori che sembravano pronti a esplodere da un momento all'altro.
Io, nel frattempo, avevo smesso di massaggiare Simona. Raggiunsi il mio lettino per asciugarmi le mani, e fu in quel momento che incrociai lo sguardo di Anto. Era seduta poco distante, il corpo minuto ma esplosivo teso come una corda di violino. Mi fissava con un misto di rabbia e delusione. Aveva visto come avevo toccato Simona. Aveva visto la cura, la lentezza, il desiderio represso. Si alzò di scatto, si aggiustò il bikini bianco con un gesto stizzito e si tuffò in acqua con un tonfo rumoroso, ignorandomi platealmente. Era furente, incastrata tra la possessività morbosa che provava per me e il terrore di quello che eravamo quasi arrivati a fare la sera prima.
«Che ne dite di un bagno?» propose improvvisamente Simona, per spezzare la tensione generale. Si era riallacciata il costume e si era alzata, energica e bellissima. «Acqua, adesso. Chi arriva ultimo paga il caffè stasera!»
Non ci pensammo due volte. L'adrenalina e il caldo richiedevano uno sfogo. Io, Simona, Anna (che si fece coraggio ed entrò scivolando lentamente dai gradini) e persino Fiona, che sbuffando posò il telefono, ci ritrovammo in acqua.
Iniziò come un gioco stupido: schizzi d'acqua, battute, tentativi di affogarsi a vicenda. Anna e Simona si allearono subito contro di me. Rivedere Anna ridere apertamente, schizzando acqua a Simona e cercando riparo dietro le mie spalle, fu bellissimo.
Ma poi, inevitabilmente, la situazione degenerò. In una finta lotta per rubarmi gli occhialini, Simona mi si avventò addosso.
Persi l'equilibrio e finimmo entrambi sott'acqua, nella parte più profonda della piscina. Nel tentativo di riemergere e non bere, le mie mani scivolarono sulla sua pelle bagnata, aggrappandosi d'istinto ai suoi fianchi. Simona, per tenersi a galla, mi avvolse le gambe attorno alla vita.
Eravamo immersi fino al collo. Isolati dal frastuono delle altre ragazze dai riflessi azzurri dell'acqua.
I nostri corpi combaciarono alla perfezione. La stoffa rossa del suo bikini scivolò leggermente contro il mio petto, e sentii la pressione morbida e rotonda dei suoi seni schiacciarsi contro i miei muscoli tesi. Le sue cosce toniche erano strette attorno ai miei fianchi, e il suo bacino premeva esattamente contro il mio inguine.
Sott'acqua, la reazione del mio corpo fu violenta e impossibile da celare. La sentì.
Simona smise di ridere. I suoi occhi scuri, resi lucidi dalle gocce d'acqua, si sgranarono per un secondo, per poi socchiudersi, carichi di una lussuria improvvisa e disperata. Non si spostò. Anzi. Con un movimento quasi impercettibile sotto il pelo dell'acqua, strinse le gambe, aumentando l'attrito contro la mia erezione intrappolata nel costume.
Il mio respiro si fermò in gola. Le mie mani, saldamente ancorate ai suoi fianchi, scivolarono verso l'alto, accarezzando la curva della sua schiena scivolosa fino a sfiorarle il collo.
I nostri visi erano a tre centimetri di distanza. Potevo sentire il suo respiro corto mescolarsi al mio. Le sue labbra piene erano schiuse, pronte. La maschera dell'amica era caduta. Lì, in mezzo all'acqua, c'eravamo solo noi due e un'attrazione viscerale, fottutamente innegabile, che stava per divorarci. Mi chinai in avanti, incapace di resistere un secondo di più, gli occhi incollati alla sua bocca.
«Simo!»
La voce cristallina di Anna ci colpì come una secchiata di ghiaccio.
Simona si bloccò, il corpo teso allo spasimo. «Simo, il tuo telefono sta squillando sul lettino!» continuò Anna dai gradini della piscina, sventolando l'apparecchio. «C'è scritto Edoardo!»
Il nome fu una condanna a morte.
Vidi letteralmente la luce spegnersi negli occhi di Simona. Il desiderio bruciante fu spazzato via in un istante, sostituito da quel panico sordo, da quella rassegnazione stanca e umiliante che le avevo visto in viso la prima sera.
Sciolse la presa delle gambe con uno scatto brusco, ritraendosi come se l'avessi bruciata. La separazione fisica mi lasciò un vuoto lancinante nel petto e un dolore sordo all'inguine.
«Arrivo,» mormorò, la voce svuotata, senza avere il coraggio di guardarmi in faccia.
Nuotò via velocemente, uscendo dall'acqua e afferrando il telefono con le mani tremanti. Si avvolse in un asciugamano, le spalle curve, allontanandosi verso i bagni per rispondere al suo carceriere, lasciandomi solo nell'acqua clorata, i pugni stretti sotto la superficie, devastato dalla frustrazione.
Avevamo sfiorato il punto di non ritorno, per poi schiantarci contro il muro della sua relazione tossica.
Uscii dalla piscina qualche minuto dopo, grondante d'acqua, l'umore nero come la pece. Anna era tornata a sedersi sul bordo, Anto nuotava ignorandomi, Maria russava sotto l'ombrellone.
Mi passai un asciugamano sul collo, diretto verso il mio bungalow per calmarmi, quando qualcuno mi tagliò la strada.
Tracy.
Aveva ancora quel minuscolo costume leopardato addosso. Le curve sfacciate del suo corpo erano un attentato alla pubblica decenza. Mi si parò davanti, bloccandomi il passaggio. I suoi occhi scuri guizzarono dal mio viso scuro alla tensione fin troppo palese del mio costume bagnato. Aveva visto tutto. E da vera predatrice, sapeva che quello era il momento di colpire: quando ero frustrato, carico e vulnerabile.
«Ale, cucciolo, meno male che ti ho beccato,» esordì, la voce roca e carica di una dolcezza finta e manipolatrice. Si sporse verso di me, poggiando inavvertitamente una mano sul mio bicipite sudato. Il suo petto prosperoso sfiorò il mio torace. «Ascolta, ho un problema nel mio bungalow. La finestra del bagno si è bloccata. Non riesco a chiuderla in nessun modo e Maria mi ammazzerà se entra polvere. Sei l'unico uomo forte qui. Mi dai una mano? Ci metti trenta secondi.»
Sapevo che era una bugia. Era la scusa più vecchia del mondo. Ma il suo profumo dolciastro, la sua pelle bollente contro la mia, il suo sguardo carico di lussuria esplicita...
Mi aveva appena offerto la valvola di sfogo che stavo cercando disperatamente.
«Va bene,» risposi, la voce bassa, il cuore che ricominciava a pompare sangue a una velocità furiosa. «Andiamo a vedere questa finestra, Tracy.»
Lei sorrise. Un sorriso vittorioso e perverso. Si girò e iniziò a camminare davanti a me lungo il vialetto sterrato, ancheggiando in modo deliberato e spudorato, sapendo perfettamente che la stavo seguendo dritta nella tana del lupo.
Com'è finora?
Ti è piaciuto?
giovane ragazza che da poco si sta approcciando alla scrittura di racconti erotici. se volete scrivermi: [email protected] blog tumblr: https://www.tumblr.com/asiadu01
Altri racconti di Asiadu01
spettacolo