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Erotika
Campo Estivo - Vol.1 · Cap. 5
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Capitolo 5 di 11 23 min di lettura

Cazzo di marmo, bikini invisibili e la trappola leopardata di Tracy

Tra sfregamenti bollenti in piscina e interruzioni fatali che distruggono la magia, la tensione fisica per Ale raggiunge il punto di rottura. Completamente frustrato e al limite della sopportazione, finisce dritto e consapevole nella perversa ragnatela di seduzione di Tracy.

Asiadu01
4 mesi fa · 1.1k letture · 1

Simona sussultò, ritirando la mano come se si fosse scottata. Il velo di intimità si infranse. La vidi deglutire, l'ombra della stanchezza che le ricadeva immediatamente addosso come un sudario. Recuperò il telefono, fissando lo schermo con un'espressione indecifrabile.

«È tardi, Ale,» sussurrò, la voce di nuovo piatta, senza alzare lo sguardo verso di me. «Dovremmo cercare di dormire. Domani la sveglia è alle sette.»

Mi alzai dal suo letto, sentendo un vuoto freddo dove un attimo prima c'era stato il suo tocco. «Sì. Buonanotte, uragano.» «Notte, socio.»

Mi infilai sotto le coperte del mio letto, voltandomi verso il muro. La stanza tornò buia, tranne per quel dannato bagliore azzurro. E mentre il silenzio riprendeva possesso del bungalow, capii che il vero pericolo non era Maria. Non era la perversione di Tracy, e forse nemmeno la dolcezza di Anna. Il vero, fottuto pericolo dormiva a tre metri da me. E non sapevo per quanto ancora sarei riuscito a resisterle.

Il giorno dopo.

La domenica mattina non aveva nessuna intenzione di iniziare. O meglio, io non avevo la minima intenzione di farla iniziare. Dopo la follia emotiva, i baci rubati e le confessioni a fior di pelle del sabato notte, il mio corpo aveva semplicemente dichiarato sciopero.

Mi svegliavo a intervalli irregolari, stordito dal caldo afoso che già ristagnava nel bungalow, per poi sprofondare di nuovo in un sonno pesante, sudato e senza sogni. Sentivo Simona muoversi nel letto accanto, un groviglio di coperte, gambe nude e respiri lenti, sfinita quanto me.

Il primo pomeriggio era da poco passato, avevamo saltato il pranzo a piedi pari, quando un tonfo sordo e insistente contro la nostra porta mi fece sussultare.

«Ma chi cazzo è...» mugugnai, schiacciandomi il cuscino sulla faccia.

Simona emise un lamento gutturale. Sentii il materasso cigolare sotto il suo peso. Si alzò trascinando i piedi, indossando ancora la canottiera bianca stropicciata e i minuscoli slip della sera prima. I capelli scuri erano un nido arruffato sulle spalle. Girò la chiave e socchiuse appena la porta.

Non fece in tempo ad aprire bocca. Il pannello di legno fu spalancato con una spinta decisa, costringendo Simona a fare un passo indietro per non finire a terra.

«Sveglia, zombi!»

Maria fece il suo ingresso nel bungalow come una fottuta divinità della guerra. L'aria viziata della nostra stanza fu immediatamente spazzata via dal profumo intenso di crema solare al cocco e dalla sua energia strabordante, quasi aggressiva.

Mi tirai su sui gomiti, sbattendo le palpebre per mettere a fuoco la scena, e il mio cervello andò immediatamente in cortocircuito.

Maria indossava solo un bikini nero. E "bikini" era decisamente un eufemismo. I due triangoli scuri faticavano a contenere la sua scollatura esplosiva, lasciando scoperta una porzione indecente di pelle dorata e la curva inferiore del seno, morbida e lucida di sudore. Il pezzo di sotto era ridotto al minimo indispensabile, tenuto insieme da due laccetti tirati in alto sui fianchi, un taglio che evidenziava in modo osceno le sue cosce carnose e l'attaccatura dei glutei.

«Maria... ti prego,» piagnucolò Simona, stropicciandosi gli occhi e lasciandosi cadere pesantemente ai piedi del suo letto. «È il nostro unico giorno libero. Fammi morire in pace.»

«Non se ne parla, tesoro. Il sole splende, i ragazzini non ci sono e lo staff ha bisogno di fare gruppo,» sentenziò la veterana, chiudendosi la porta alle spalle. Si avvicinò a Simona, le afferrò le braccia nude e la tirò su di peso, dandole una spinta giocosa ma decisa verso l'armadio. «Su, su! Levati quegli stracci di dosso e mettiti un costume.»

Poi, il suo sguardo rapace si spostò su di me. Ero rimasto paralizzato a metà strada, il lenzuolo aggrovigliato intorno alla vita, a torso nudo e con i capelli per aria.

Maria si avvicinò al mio letto con un'andatura sinuosa, muovendo i fianchi come un predatore che ha appena puntato la preda. Si fermò esattamente di fronte a me, piegandosi leggermente in avanti. I laccetti del bikini nero sembravano sul punto di spezzarsi, del tutto incapaci di contenere il peso sfacciato dei suoi seni enormi. Quella scollatura prorompente, madida di una leggera patina di sudore lucido, incombeva a un palmo dal mio viso, togliendomi letteralmente l'aria.

«E tu, ragazzino?» tubò, abbassando il tono di voce fino a renderlo un sussurro roco e carico di lussuria. Allungò una mano e mi afferrò la caviglia attraverso il lenzuolo, stringendo forte. «Vuoi mettere le radici in questo materasso?»

«Sto recuperando le forze,» risposi, la voce impastata, cercando disperatamente di tenere gli occhi incollati al suo viso e di non farli cadere su quell'abbondanza di carne incastrata nella lycra nera a pochi centimetri dal mio naso. «Ieri mi avete spremuto a dovere.»

Maria fece un sorriso che le scoprì i denti perfetti, gli occhi scuri carichi di una malizia torbida. Con un gesto fulmineo, afferrò il bordo del mio lenzuolo e lo tirò via con uno strattone.

Rimasi esposto, in soli boxer neri. La vicinanza del suo corpo seminudo e profumato, unita all'imponenza delle sue forme, aveva già innescato una reazione fisica impossibile da nascondere. Il tessuto di cotone era inequivocabilmente teso.

Lo sguardo di Maria scese istantaneamente lì. Si morse il labbro inferiore, leccandoselo lentamente. «Vedo che alcune parti di te sono già belle sveglie,» sussurrò. Fece scivolare un'unghia laccata di rosso lungo la linea del mio polpaccio nudo. «Tirale giù da questo letto e portale a prendere un po' di sole.»

Il silenzio che seguì la sfacciata provocazione di Maria fu denso e rovente. Ero paralizzato, il respiro bloccato in gola, esposto in tutta la mia reazione fisica davanti allo sguardo rapace della capoanimatrice e, peggio ancora, sotto gli occhi di Simona. Il tessuto nero dei miei boxer non lasciava alcuno spazio all'immaginazione.

Maria fece scorrere di nuovo l'unghia laccata lungo il mio polpaccio, pregustando il mio totale imbarazzo, pronta ad affondare il colpo. Ma non ne ebbe il tempo.

«Maria, ti prego, frena gli ormoni.»

La voce di Simona tagliò l'aria afosa della stanza come una lama di ghiaccio. Non c'era traccia di vergogna nel suo tono, solo una noia letale e un sarcasmo affilato. Si alzò dal suo letto con una flemma calcolata, scalza, sistemandosi distrattamente la spallina della canottiera bianca che le era scivolata lungo il braccio.

Si mise esattamente in mezzo, spezzando la linea visiva tra me e la capoanimatrice. Afferrò il lembo del lenzuolo che Maria aveva gettato a terra e me lo lanciò addosso, coprendomi il bacino con un gesto fluido e protettivo.

«L'alzabandiera mattutino è un riflesso incondizionato maschile, Maria,» sentenziò Simona, incrociando le braccia sotto il seno e sostenendo lo sguardo furioso della veterana senza battere ciglio. «Non prenderlo come un complimento personale. E se spremi il mio socio adesso, dopo ti tocca gestire da sola i ragazzini impazziti per tutta la settimana. Direi che non ti conviene.»

Maria si irrigidì. L'idea di dover fare il lavoro sporco la infastidiva molto più di un rifiuto. Il suo sorriso predatore si trasformò in una smorfia contrariata. Fece un passo indietro, raddrizzando la schiena e facendo sussultare prepotentemente il seno costretto nel micro-bikini.

«Siete di una noia mortale, novellini,» sibilò, lanciando un'ultima occhiata inceneritrice a Simona e una, molto più torbida e carica di promesse, al mio inguine ormai coperto. «Vi voglio a bordo vasca tra cinque minuti. E se fate tardi, giuro che vi vengo a prendere con un secchio d'acqua ghiacciata.»

Girò sui talloni e uscì, sbattendo la porta di legno con un tonfo che fece tremare le pareti del bungalow.

Rimasi immobile per due secondi netti, espirando tutta l'aria che avevo nei polmoni. Mi passai le mani sul viso sudato.

«Grazie, uragano,» mormorai, la voce ancora arrochita. «Pensavo mi avrebbe sbranato qui, sul materasso.»

Simona si voltò verso di me. Il sarcasmo tagliente aveva lasciato il posto a quel sorriso smagliante e un po' complice che mi mandava in tilt. Il suo sguardo, però, indugiò per una frazione di secondo di troppo sul lenzuolo ammucchiato sulle mie gambe, tradendo una curiosità che la sua recita da "amica tosta" non riusciva a nascondere del tutto.

Prima di andare avanti…

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