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Erotika
Sorella Sbagliata · Cap. 6
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Capitolo 6 di 10 17 min di lettura

La Promessa Anale di Erika

Una serata da fidanzati diventa più calda, adulta e pericolosa del previsto.
Tra telefoni ignorati, promesse mantenute e oggetti lasciati sul comodino, il confine con Giulia si assottiglia ancora di più.

Alessia
3 mesi fa · 1.5k letture · 1

«Non fare quella faccia,» rise lei, appoggiandosi al tavolo. «L'hai proposto tu, filosofo.»

«Sì,» risposi, soppesando la plastica tra le dita. «Ma detto in una cabina di legno mentre rischiavamo l'arresto sembrava meno organizzato.»

«Io sono una donna seria,» replicò lei, inarcando un sopracciglio con un'ironia deliziosa. «Se prometto una porcheria, la pianifico.»

La sua risata leggera mi trascinò fuori dai miei pensieri oscuri. Lasciai il lubrificante sul tavolino e mi alzai, avvicinandomi a lei. Erika non era aggressiva. Era sicura. Mi prese il viso tra le mani e mi baciò, un bacio profondo che sapeva di birra e di voglia accumulata. Eppure, mentre la mia lingua incontrava la sua, sentivo che una parte del mio cervello era rimasta agganciata a quel fottuto telefono sul bracciolo del divano.

Come se il destino volesse punirmi, l'apparecchio vibrò di nuovo. Un ronzio breve contro il tessuto. Lo ignorai, continuando a baciarla, ma Erika si staccò dolcemente, fissandomi negli occhi.

«È ancora Nessuno?» chiese, la voce bassa.

«Sì,» mentii per l'ennesima volta.

«Nessuno è insistente.» Feci per allungare il braccio verso il divano, col solo intento di spegnerlo, ma lei fu più veloce. Mi prese il telefono di mano. Non c'era rabbia nel suo gesto, solo un possesso calmo e assoluto. Lo portò sul mobiletto dell'ingresso, lontano da noi, lasciandolo a faccia in giù.

Tornò da me, accorciando la distanza fino a far sfiorare i nostri petti. «Stasera niente telefono,» sussurrò. Fece una piccola pausa, i suoi occhi azzurri che mi leggevano dentro. «Niente fantasmi.» Mi accarezzò la guancia. «Stasera guardi me.»

Mi prese per mano e mi guidò verso la camera da letto. Le persiane erano aperte per far girare l'aria, e la luce giallognola dei lampioni filtrava attraverso le tapparelle. Il ventilatore a piantana ronzava in un angolo, smuovendo appena il calore opprimente della stanza. Ci sedemmo sul bordo del letto. Le lenzuola leggere ci sfioravano le ginocchia, e da fuori arrivava il rumore ovattato del traffico serale.

Erika si mise a cavalcioni sulle mie cosce. Con movimenti lenti, mi sfilò la maglietta, gettandola sul pavimento. Iniziò a baciarmi il collo, scendendo sul petto, la sua pelle calda e leggermente sudata che si incollava alla mia. Mi prese le mani e se le portò sui fianchi, proprio dove il cotone del suo vestitino finiva. Il mio sguardo scivolò per un istante verso la porta socchiusa, in direzione del telefono. Erika se ne accorse. Mi prese il mento con due dita, costringendomi a guardarla.

«Qui,» mi ordinò dolcemente.

«Sono qui,» risposi, la voce roca.

Lei scosse la testa. «No. Ci stai provando. È diverso.» Aveva ragione. Sentiva che ero spaccato a metà. Si sfilò il vestito facendolo scivolare lungo le braccia e rimase solo con gli slip di pizzo.

Si distese supina sul materasso, i capelli sparsi sul cuscino, e mi tirò giù con sé. Mi liberai velocemente dei pantaloni e dei boxer. Mi posizionai sopra di lei. Erika era bellissima, i seni gonfi e morbidi resi lucidi da un velo di sudore estivo. Iniziai a strusciare la mia erezione dura e pulsante esattamente in mezzo alla fessura del suo petto. Lei gemette, stringendo le braccia attorno alle sue stesse tette per avvolgere il mio cazzo in una morsa di carne calda e morbidissima. Il contrasto tra la mia durezza e la sua morbidezza era estasiante. Scivolavo su e giù tra i suoi seni bagnati di sudore, e ogni volta che la cappella arrivava vicino al suo viso, Erika sollevava il mento. La sua lingua calda scattò in avanti, leccando la punta, raccogliendo la goccia di piacere che già trasudavo. Poi, mentre continuavo a massaggiarmi tra le sue tette, schiuse le labbra e prese la punta in bocca, succhiandola intensamente. La sensazione della sua saliva, il vuoto che creava con le guance e il movimento esperto della lingua sul frenulo mi fecero inarcare la schiena. Era una dedizione assoluta.

Quando fummo entrambi al limite dei preliminari, mi allungai a prendere la boccetta azzurra che avevamo portato in camera.

Erika si girò su un fianco, tirandosi un ginocchio verso il petto, aprendosi per me in una posa di totale fiducia. Mi guardò oltre la spalla. «Piano, però,» sussurrò.

«Sempre,» le risposi.

Lei sorrise, accarezzandomi il braccio. «Non fare il maschio offeso, lo so che sei bravo.»

Versai una noce di gel freddo sulle dita. Erika rabbrividì al contatto. Iniziai a massaggiarle l'ingresso stretto del suo sesso posteriore. La sua pelle si tese, ma io le accarezzai il fianco, baciandole la spalla.

«Aspetta,» mormorò lei.

Mi fermai subito. «Tutto bene?»

«Sì. Solo non avere fretta.» Fece un respiro profondo, rilassando i muscoli, dandomi il permesso silenzioso di procedere. Spalmai altro lubrificante sul mio cazzo, mi allineai al suo corpo e iniziai a spingere. La resistenza iniziale fu fortissima. Il suo sfintere mi strinse come un anello di fuoco. Ero abituato al sesso con lei, ma questa era una vulnerabilità diversa. Entrai millimetro per millimetro, sentendo l'interno del suo corpo caldo, liscio e incredibilmente stretto avvolgersi attorno alla mia virilità. Erika ansimava a denti stretti, le dita aggrappate al lenzuolo.

Quando fui dentro fino alla base, mi fermai, lasciandola abituare. Lei fece scivolare la mano all'indietro, stringendomi la coscia. «Adesso sì,» ansimò.

Iniziai a muovermi. Lento, costante. Il suono del lubrificante e della pelle sudata che sbatteva creò un ritmo denso nella stanza calda. Le afferrai la natica con la mano, stringendo forte la sua carne soda mentre affondavo dentro di lei. Erika si lasciò andare a gemiti profondi, lunghi, senza doversi nascondere. Il suo corpo diceva: posso, voglio, scelgo.

Il ritmo aumentò. La scopavo con un'intensità adulta, viscerale. Eravamo due corpi che si conoscevano e che si fidavano ciecamente l'uno dell'altro.

Proprio nel momento in cui la mia mente era finalmente allineata al mio corpo, persa in quel piacere assoluto... il telefono vibrò sul mobiletto dell'ingresso. Nel silenzio della notte, il ronzio arrivò fino in camera.

Mi irrigidii impercettibilmente per una frazione di secondo. Erika lo sentì. Si girò appena verso di me e mi prese il viso tra le mani, i pollici sulle mie guance sudate.

«Non guardarlo,» mi ordinò, il fiato corto per le spinte che le stavo dando.

Fissai i suoi occhi azzurri. «Non lo guardo.»

«Bravo,» sussurrò lei, sorridendo.

Quella parola mi devastò. Bravo. Era la parola della mia dinamica tossica con Giulia, usata per premiare una sottomissione malata. Detta da Erika, in quel contesto di totale fiducia e mentre le stavo mentendo, mi fece gelare il sangue e mi accese di un'eccitazione colpevole e mostruosa.

La strinsi più forte, aumentando il ritmo delle spinte fino a diventare brutale, disperato. Volevo cancellare la vibrazione di quel telefono, volevo cancellare il costume verde, volevo solo lei.

«Dimmi che sei qui,» ansimò Erika, le unghie conficcate nel mio avambraccio, sentendo il climax arrivare.

«Sono qui,» ringhiai, la voce rotta dallo sforzo.

«Guardandomi.»

La guardai. Guardai gli occhi della donna che amavo, la donna che stavo tradendo nel modo peggiore possibile. E per un secondo, ci credetti. Per un secondo, in quella stanza torrida, c'era solo Erika. Il suo corpo fu scosso da spasmi violentissimi. Strinse il mio cazzo in una morsa bollente, urlando il mio nome mentre veniva. La sua contrazione mi spinse oltre l'orlo del precipizio. Gemetti forte, affondando in lei per l'ultima volta e svuotandomi completamente, perdendomi in un orgasmo che mi lasciò con i muscoli tremanti e il cuore che batteva contro le costole.

Mi accasciai accanto a lei, tirandola contro il mio petto. La stanza tornò silenziosa, dominata solo dal ronzio circolare del ventilatore. Sapevamo di pelle, di sudore e di sesso. Il lenzuolo era appiccicato alle nostre gambe aggrovigliate. Il telefono, di là, era tornato muto. Sul comodino, la boccetta azzurra del lubrificante riposava col tappo rimesso male.

Prima di andare avanti…

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