Il supplizio di quel viaggio giunse finalmente al termine. Quando il fuoristrada parcheggiò nel vialetto della villa, l'aria condizionata lasciò il posto al calore della sera sarda. Scesi dall'auto con le gambe molli, l'adrenalina che scemava lasciandomi addosso un senso di vuoto e una stanchezza infinita.
Erika mi venne incontro e mi cinse il collo con le braccia, lasciandomi un bacio stanco sulla guancia. «Mio dio, sono cotta,» sospirò, mentre le altre entravano in casa lanciando le borse mare sul divano. «Io mi prendo la doccia in camera nostra,» annunciò Erika, staccandosi da me. «Mi do una rinfrescata e poi crollo a dormire un'oretta prima di cena. Sono a pezzi.» «Ottima idea, amore,» le risposi, accarezzandole un braccio. «Vai pure, io mi rilasso due minuti e ti raggiungo a breve.»
Mentre Sara si avviava verso il bagno principale nel corridoio e Lara si chiudeva in camera sua senza dire una parola, Sofia si fermò sulla soglia della porta d'ingresso, facendo tintinnare le chiavi dell'auto a noleggio. «Io faccio un salto in paese,» annunciò con una calma serafica. «Devo comprare alcune cose che ci serviranno per stasera. Torno tra poco.» Si voltò a guardarmi. Solo un secondo. Ma quegli occhi di ghiaccio, uniti a quel "ci serviranno per stasera", mi fecero scorrere un brivido freddo lungo la spina dorsale.
Rimasto solo, mi lasciai cadere sul divano del soggiorno, tolsi la maglia per il troppo caldo. Chiusi gli occhi per dieci minuti esatti, cercando di rallentare il battito cardiaco e di spegnere l'erezione pulsante che Lara mi aveva provocato in macchina. Quando mi sentii di nuovo padrone del mio corpo, mi alzai per raggiungere la mia stanza da letto e la mia ragazza.
Mentre camminavo lungo il corridoio, la porta del bagno principale si aprì di uno spiraglio. Una nuvola di vapore caldo uscì dallo stipite, seguita dalla testa bionda e bagnata di Sara. «Uh, Franci, sei tu! Meno male,» esclamò, con un sorriso radioso. Mi fermai, confuso. «Dimmi, Sara.» «Mi spalmeresti il dopo sole sulla schiena? Non ci arrivo proprio e mi tira da morire la pelle. Entra dai.»
Rimasi interdetto. Che me lo chiedesse con questa naturalezza mi spiazzò, ma non volendo sembrare strano o esitante, le dissi di sì e spinsi la porta.
L'aria all'interno del bagno era densa, satura del calore della doccia appena fatta e di un profumo inebriante di bagnoschiuma alla vaniglia e fiori di loto. Ma fu l'impatto visivo a paralizzarmi. Sara non era in asciugamano. Indossava solo un completino intimo di pizzo nero. Il contrasto tra la sua pelle dorata dall'abbronzatura e le trame scure del pizzo era un pugno nello stomaco. Il pezzo di sotto era un tanga sottilissimo che le fasciava i fianchi, valorizzando in modo osceno la rotondità perfetta del suo culo sodo.
«Wow, Sara... scusami, sei in intimo!» sbottai, portandomi istintivamente una mano a coprire gli occhi, convinto di essere entrato con troppa foga. Sentii la sua risata squillante e cristallina riempire il bagno. «Ma va, Franci, sticazzi!» mi liquidò con i suoi soliti modi schietti e disinvolti. «Mi hai vista in costume tutto il giorno, non cambia assolutamente nulla. Anzi, il costume copre di meno!»
Abbassai la mano, riluttante. Era girata di schiena. Con un movimento fluido e senza un briciolo di malizia, allungò le braccia all'indietro e slacciò il gancetto del reggiseno. Lo lasciò morbido, tenendo ferme le coppe premute contro il petto con una mano per non scoprirsi davanti, offrendomi la schiena completamente nuda. «La crema è sul lavandino,» mi indicò con un cenno della testa bagnata, spostandosi i capelli su una spalla.
Deglutii un groppo grande quanto un macigno. Presi il flacone di crema fresca, ne versai una dose generosa sui palmi e mi avvicinai. Appena le mie mani toccarono la sua pelle calda, il mio cervello andò in corto circuito. La stavo toccando. Stavo massaggiando con ampi movimenti circolari quelle stesse scapole, quella stessa curva dolce della schiena che la notte prima avevo spiato al buio. Il ricordo della mia sborrata sul suo ventre mentre dormiva ignara mi invase la mente, mescolandosi al profumo del suo intimo di pizzo nero e all'umidità del bagno. Era un contrasto di una perversione inaudita: io mi sentivo il peggior predatore del mondo, mentre lei si affidava a me con una fiducia totale, platonica.
«Mmh, che sollievo,» sospirò lei, rilassando le spalle sotto il mio tocco. «Comunque, Franci... ti vedo spento.» Le mie mani si fermarono per una frazione di secondo. «In che senso?» «Rispetto a quando siamo arrivati,» continuò lei, girando leggermente il viso verso di me per guardarmi con la coda dell'occhio. «Sei silenzioso. Teso. Con Erika va tutto bene, vero? Non avete litigato?» «No, no, figurati. Con Eri va tutto a meraviglia,» mentii, riprendendo a massaggiarle il centro della schiena, scendendo pericolosamente vicino all'orlo del pizzo nero sui glutei per stendere bene la crema, pregando che la mia voce non tremasse. «È solo... un po' di stress accumulato dalla sessione prima di partire, e il sole di oggi mi ha dato la mazzata finale.»
Sara sbuffò una risata, scuotendo la testa. «Sei un nonno, Franci! Dai, stasera ti facciamo bere un paio di shot e ti facciamo resuscitare. E non fare quella faccia da cane bastonato, che hai la ragazza più bella del mondo che pende dalle tue labbra.»
Le sue parole, il suo tono leggero e il suo tentativo genuino di tirarmi su il morale mi colpirono dritto al petto. Continuai a massaggiarle dolcemente la pelle dorata, e in quel momento realizzai una verità assoluta e dolorosa. Mentre Sofia era la strega cattiva, la sadica manipolatrice che si nutriva dei nostri segreti, Sara ed Erika erano la luce di quel gruppo. Erano due ragazze solari, pure, innamorate della vita e dell'amicizia. Erano le uniche anime candide di quella fottuta vacanza. E io, intrappolato nella rete di Sofia e cedendo alle tentazioni di Lara. Stavo sprofondando, rischiando di non meritare più questo trattamento.
«Ecco fatto, ho steso tutto,» le dissi, ritraendo le mani e facendo un passo indietro, pregando che il momento finisse lì.
Ma Sara, con la sua solita, devastante spontaneità, si voltò di scatto con un sorriso enorme. «Grazie mille, Franci! Mi hai salvato la vita.» Si slanciò in avanti per abbracciarmi. Un abbraccio al volo, tra amici, per fare la scema come al solito. Ma nella foga del movimento, dimenticò un dettaglio fondamentale: non aveva riallacciato il reggiseno.
Le coppe di pizzo nero scivolarono via. Quando si strinse a me, il suo petto nudo e bollente si schiacciò direttamente contro il mio torace nudo. Sentii la morbidezza assoluta dei suoi seni e la punta dura dei suoi capezzoli premere contro la mia pelle. Trattenni il fiato, pietrificato. Il mio cervello si spense, mentre il sangue si fiondò violentemente verso il basso.
«Cazzo!» squittì Sara, arrossendo improvvisamente, ma non si staccò subito per l'imbarazzo. «Ops... scusa, Franci, me ne ero dimenticata!» «Non... non ti preoccupare,» balbettai, chiudendo gli occhi di scatto e girando la faccia verso il muro. «Non sto guardando, te lo giuro.» Rimanendo in quell'abbraccio goffo e fottutamente erotico, feci scivolare le mani dietro la sua schiena. A tentoni, sentendo il calore della sua pelle appena spalmata di crema, trovai i due lembi di pizzo, li tirai e agganciai i ferretti.
«Fatto,» dissi, la voce che mi tremava. Lei si staccò, sistemandosi le spalline con una risatina nervosa, ma con gli occhi che le brillavano per la gaffe. «Mio dio, che figura di merda. Ti prego, non dirlo a Erika o mi ammazza!» «Sarà il nostro segreto,» risposi, cercando di sorridere mentre indietreggiavo verso la porta. «Vado... vado a lavarmi. A dopo.»
