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Erotika
Schiavo Delle sue Amiche · Cap. 8
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Capitolo 8 di 11 17 min di lettura

Scopata sugli Scogli e Sborrata Bugiarda

La tensione accumulata esplode in una feroce e illusoria scopata di riappacificazione carica di bugie. Tuttavia, un aspro scontro verbale in spiaggia spingerà il sadismo della ricattatrice a concepire l'ultimatum psicologico e sessuale più distruttivo di sempre.

Alessia
4 mesi fa · 1.1k letture · 1

Fu una sberla in pieno viso. Aveva capito l'effetto, anche se ignorava la causa malata che ci stava dietro. Le sue spalle si abbassarono di colpo, e la corazza di rabbia si infranse, lasciando emergere una vulnerabilità feroce. Si avvicinò ancora, posandomi le mani sul petto. Le sue dita tremavano leggermente. «Io oggi non mi fido più di nessuno, Franci,» mormorò, la voce incrinata, gli occhi nocciola lucidi. «Ti prego, almeno tu non diventare un estraneo.» Mi strinse la stoffa del costume, disperata. «Dimmi che ci sei ancora. Dimmi che non ci stiamo rovinando anche noi.»

Quelle parole mi distrussero. L'incapacità di confessarle la verità mi divorava da dentro. L'unica risposta che conoscevo era fuggire nel suo corpo. Le presi il viso tra le mani e la baciai. Non fu un bacio dolce o romantico: fu un assalto, una fuga disperata dalla realtà.

Erika ricambiò per un istante, affamata, ma poi mi spinse indietro, piantandomi i palmi contro le spalle. Mi guardò, il respiro corto. «No, aspetta. Non farlo solo per calmarmi.» «Amore, io...» «Allora fammi sentire che ci sei,» sibilò.

La spinsi contro la roccia calda della scogliera. Le mie labbra scesero sul suo collo, baciandole la pelle che sapeva di sale e crema solare. Le mie mani scivolarono sfacciate lungo i suoi fianchi, afferrando i laccetti del pezzo di sotto del bikini. Li slacciai con un colpo secco, lasciando cadere la stoffa sulla sabbia polverosa. Ma quando cercai di nascondere di nuovo il viso nell'incavo della sua spalla, per fuggire al suo sguardo, Erika mi fermò. Mi prese il viso tra le mani, piantando le unghie sulle mie guance, costringendomi ad alzarlo. I suoi occhi erano fiamme. «Guardami,» ordinò, con un'intensità che non le avevo mai visto addosso. «Non guardare da quella parte. Non pensare a lei. Guardami.»

Era il fantasma di Sofia, aleggiante tra noi, a renderla così aggressiva. «Oggi non voglio essere quella tranquilla,» continuò Erika, il respiro affannoso, premendo il suo bacino nudo contro di me. «Non voglio essere quella che aggiusta tutto. Voglio che tu scelga me.»

Mi tirò verso il basso, obbligandomi a sedermi su uno spuntone di roccia piatta e liscia, all'ombra stretta della scogliera. Non mi diede il tempo di pensare. Si mise a cavalcioni su di me, spostando l'elastico del mio costume. Fu lei a guidare. Prese la mia erezione, dura, pulsante e dolorante per la tensione, e si abbassò lentamente.

Un gemito roco mi sfuggì dalla gola. La penetrazione fu densa, asciutta per il caldo ma subito compensata dall'umidità disperata della sua eccitazione. Le pareti interne della sua figa mi strinsero come in una morsa, calde e accoglienti, in netto contrasto con la pietra ruvida che mi graffiava la schiena.

Erika iniziò a muoversi. I suoi fianchi disegnavano cerchi ossessivi, le sue mani stringevano le mie spalle. L'attrito dei nostri corpi sudati era assordante. Le mie mani si ancorarono al suo culo perfetto, stringendo la carne morbida, aiutandola a dettare un ritmo sempre più serrato. Nella mia testa esplosero i flash di colpa: le lacrime di Lara, la bocca esperta e sadica di Sofia, il buio della notte prima. Ma ogni volta, il profumo di cocco di Erika e la perfezione del suo corpo mi riportavano lì, schiacciandomi sotto il peso del suo amore.

Si chinò su di me, i nostri petti bagnati di sudore incollati. «Dimmi che sei mio,» sussurrò a un millimetro dalla mia bocca. «Sono tuo,» le risposi, ansimando. «No,» ribatté, prendendomi di nuovo il mento per inchiodare il mio sguardo al suo, i movimenti del suo bacino che diventavano più profondi, più implacabili. «Dimmelo guardandomi. Sei mio, vero? Non sei di nessun'altra.» Una fitta al petto mi mozzò il respiro. «Sono tuo,» ripetei, ed era una verità assoluta per il mio cuore, ma la bugia più sporca per il mio corpo.

La passione ci travolse. Era sesso nato da una guerra emotiva, una ricerca spasmodica di assoluzione. L'intensità saliva, i nostri respiri erano un unico affanno spezzato. L'attrito caldo, la pressione del suo inguine contro il mio, la profondità a cui riuscivo a spingermi dentro di lei... eravamo sull'orlo del precipizio.

Poi, nel momento di massima vulnerabilità, con il corpo teso come la corda di un arco, Erika smise di muoversi per una frazione di secondo. Tremava sopra di me. «Promettimi che non mi stai nascondendo niente che possa distruggerci,» ansimò, gli occhi colmi di una speranza disperata.

Il tempo si fermò. Esitai. Fu un mezzo secondo fatale, un battito di ciglia in cui l'orrore del video di Sofia mi balenò davanti agli occhi. Inghiottii il veleno. «Te lo prometto.»

Quella falsa promessa fu il detonatore. Il climax ci investì in quell'esatto istante. Erika cacciò un grido strozzato contro il mio collo, il suo corpo scosso da spasmi violenti mentre le pareti della sua intimità si contraevano brutalmente attorno a me, mungendomi fino all'ultima goccia. Venni dentro di lei con una forza disperata, stringendola a me come se volessi fonderla con le mie ossa per non farla scappare via, rovesciando la testa all'indietro contro la roccia.

Rimanemmo così per minuti interminabili. Il rumore delle onde sembrava lontanissimo, coperto dai battiti impazziti dei nostri cuori. Erika era accasciata sul mio petto, il respiro che si calmava lentamente. Mi accarezzò i capelli umidi di sudore. «Per un attimo ho avuto paura di perderti,» sussurrò. Chiusi gli occhi, stringendola più forte, ingoiando un groppo di lacrime amare. Non sapeva che mi aveva già perso, e che io avevo perso me stesso.

Quando ci ricomponemmo e tornammo verso gli ombrelloni, qualcosa nell'aria era cambiato. Erika non camminava più con le spalle curve. Aveva il mento alto, il passo sicuro di una donna che aveva appena reclamato e marchiato il suo territorio, convinta di aver scacciato i demoni.

Mi sedetti sul lettino, svuotato. Alzai lo sguardo verso l'ombrellone di Sofia. Era seduta. Aveva tolto gli occhiali da sole e ci stava fissando. Il suo sguardo passò dalla postura forte di Erika ai miei occhi stanchi, ma emotivamente devoti. La linea perfetta delle sue labbra si indurì in una piega gelida. Aveva capito. Aveva capito che, nonostante mi stesse distruggendo la psiche e usando il corpo, l'anima di Franci apparteneva ancora, disperatamente, a Erika.

E per un mostro abituato al controllo totale, quell'indipendenza emotiva era una sfida inaccettabile.

Tornammo verso gli ombrelloni, e la differenza tra me ed Erika era abissale. Lei camminava sulla sabbia rovente con un passo nuovo, le spalle dritte, il mento sollevato. Il nostro sesso disperato dietro la scogliera, unito a quella mia falsa promessa, le aveva restituito una corazza di sicurezza. Io, invece, la seguivo sentendomi un cadavere che cammina, svuotato fisicamente e distrutto psicologicamente.

Arrivati alla nostra postazione, l'aria era ancora asfissiante. Lara fingeva di dormire sotto il cappello di paglia, mentre Sara era seduta sul suo telo mare, le ginocchia tirate al petto, lo sguardo perso verso l'orizzonte. Sembrava minuscola, spezzata.

Erika non perse un secondo. Si inginocchiò accanto a Sara, ignorando completamente la presenza di Sofia, che ci osservava dal suo lettino poco distante con la coda dell'occhio.

«Vieni qui,» mormorò dolcemente Erika, prendendo il flacone di crema solare. «Ti stai ustionando le spalle.» Sara esitò, poi si voltò dandole la schiena, sciogliendo il nodo del suo costume per non lasciare i segni. Erika versò la crema sui palmi e iniziò a massaggiarla.

Mi sedetti sul mio asciugamano, incapace di distogliere lo sguardo. La scena che si stava svolgendo davanti a me non aveva nulla di sessuale nella sua intenzione, ma era carica di una sensualità tattile, viscerale e riparatrice. Erika spalmava la crema con movimenti lenti e circolari, accarezzando la pelle dorata dell'amica. Per farlo, si era sporta in avanti, piegandosi sulle ginocchia.

In quella posizione, la gravità reclamò il suo corpo. Il triangolo color smeraldo del suo bikini faticava a contenere la pienezza dei suoi seni. La stoffa sottile si tendeva, rivelando la pelle chiara e delicata del décolleté che contrastava con l'abbronzatura. I suoi seni, morbidi e pesanti, dondolavano dolcemente a ogni movimento delle sue braccia, i capezzoli, ancora sensibili per la nostra scopata di poco prima, spingevano contro la lycra umida. Era una visione ipnotica, resa ancora più intensa dal fatto che io sapevo esattamente quale sapore avessero, come riempissero le mani.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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