Mentre Erika si girava per farsi spalmare la crema sul petto, il mio sguardo scivolò oltre la sua spalla. Sara era sdraiata a pancia in giù sulla sdraio a tre metri da noi; si stava spalmando la crema sulle cosce, con movimenti lenti e circolari. Per un secondo incrociò il mio sguardo. Non distolse gli occhi, anzi, si morse appena il labbro in quel suo tipico broncio innocente, prima di tuffarsi in acqua con un guizzo. La storia erotica è un crescendo, e quei piccoli sguardi rubati stavano già piantando un seme pericoloso nella mia testa.
Anche Lara, seduta a bordo piscina con le gambe a mollo, non mi era sfuggita. Aveva la camicia di lino sbottonata sopra il costume intero, e da dietro le lenti dei suoi occhiali da sole scuri sembrava osservare ogni nostra mossa con un'attenzione voyeuristica, silenziosa. Sofia, intanto, dominava la vasca nuotando a stile libero con una potenza e una grazia quasi predatrici.
Il pomeriggio scivolò via tra tuffi, birre ghiacciate e risate. Quando il sole iniziò a calare, tingendo il cielo sardo di viola e arancio, il sale e il cloro iniziarono a tirare la pelle.
«Doccia,» decretò Sofia, emergendo dall'acqua e strizzandosi i capelli scuri sulle spalle, le gocce che le scivolavano sul seno pieno. «Ci sono tre bagni. Franci, tu e Erika prendete la padronale. Io vado nel bagno ospiti. Sara e Lara, dividetevi l'altro.»
Il momento delle docce trasformò la villa in una cassa di risonanza sensoriale. Chiuso nel bagno padronale con Erika, la tensione che avevamo accumulato a bordo piscina esplose. L'acqua calda scrosciava sui nostri corpi incastrati contro le piastrelle. Le mani di Erika mi esploravano con foga, insaponandomi il petto, scendendo verso l'addome con una possessività che mi faceva impazzire, mentre io le stringevo le cosce bagnate. Ci muovemmo insieme tra i vapori del sapone profumato, ma lei, perfida, si fermò un attimo prima del limite, baciandomi il collo: «Ho detto stanotte. Ora vestiamoci, o non ceniamo più.»
Uscii in corridoio con solo un asciugamano in vita. L'aria era umida. Dalla porta socchiusa del bagno di fronte, una nuvola di vapore al profumo di cocco invase lo spazio. Sentii la voce di Sara ridacchiare per qualcosa che aveva detto Lara, accompagnata dal rumore dell'acqua scrosciante. In una scena che avrei faticato a dimenticare, vidi attraverso la fessura l'ombra nitida del profilo di Sara, il busto inarcato, le braccia alzate per sciacquarsi i capelli, mentre l'acqua le scivolava addosso. Fu un istante, prima che la porta si chiudesse del tutto, ma bastò a farmi formicolare i muscoli. Date abbastanza dettagli per far viaggiare l'immaginazione, e la mia stava letteralmente viaggiando verso il baratro.
La cena fu un trionfo di pesce, vino bianco ghiacciato e chiacchiere ad alto volume. Sotto il portico illuminato dalle candele, le quattro ragazze erano uno spettacolo. Tutte senza trucco, la pelle ambrata dal primo sole. Io ed Erika eravamo seduti vicini; sotto il tavolo, la sua mano non smetteva di accarezzarmi l'interno coscia, tenendomi sul filo del rasoio. Di fronte a me, Sara beveva dal calice guardandomi da sopra il bordo di vetro, le guance leggermente arrossate dal vino.
Quando finimmo di mangiare e aprimmo l'amaro, l'aria si fece più densa. Il buio della Sardegna inghiottì la villa. La convivialità spensierata del pomeriggio stava mutando, lentamente, in una tensione tattile, fatta di sguardi prolungati, ginocchia che si sfioravano per sbaglio e silenzi troppo carichi di significato. La notte era appena iniziata, e la scacchiera era illuminata.
Il caldo umido della sera ci aveva spinti tutti a cercare rifugio sul grande divano del salotto. Erika e Sara si erano accasciate ai due lati opposti, rinfrescate ma già di nuovo accaldate, entrambe con addosso solo abiti leggeri da casa. Avevano allungato le gambe in modo che i loro piedi nudi si incrociassero proprio sul mio grembo, che stavo al centro. Erika si era rannicchiata un po' più vicina a me, sfiorandomi il fianco e accarezzandomi distratta la nuca, un gesto intimo e possessivo.
«Noi vi abbandoniamo,» annunciò Sofia, comparendo dal corridoio con Lara al seguito. «La stanchezza del viaggio si fa sentire. E poi qualcuno deve pur inaugurare i letti.» Sara si raddrizzò appena, infilando due dita nel taschino dei pantaloncini per tirare fuori una piccola bustina trasparente. «Ragazze, sicure? Non vi fate un po' di relax di fine serata?»
Era erba. Sorrisi istintivamente, i miei occhi agganciati ai suoi in un lampo d'intesa. «Sapete bene che non fa per noi,» rispose Lara, sistemandosi gli occhiali con un sorriso tranquillo, la solita aria da secchiona che mascherava quella sua fisicità pazzesca. «Buonanotte, fattoni.» «Notte,» risposi io, mentre le guardavo sparire lungo il corridoio.
Sara si rigirò la bustina tra le dita, guardandomi con quell'espressione furbesca che le piegava le labbra piene. «A quanto pare, come al solito, toccherà a noi due fare i tossici del gruppo.» «Non aspettavo altro,» ammisi, allungandomi per prendere le cartine dal tavolino. Sara si rivolse a Erika: «Tu passi, patatina?» Erika, già un po' brilla per i bicchieri di vino a cena, scosse la testa ridacchiando. «Passo la canna, ma mi apro una birra e vi faccio compagnia. Voglio vedere quante cazzate riuscite a sparare stasera.»
Mentre io e Sara preparavamo la canna in un rituale sincronizzato, l'atmosfera si fece ancora più intima. Accesi il trinciato, feci un tiro profondo e passai il joint a Sara. Le nostre dita si sfiorarono, una frazione di secondo in cui sentii il calore della sua pelle.
«Che flashback,» mormorò lei, buttando fuori una nuvola di fumo azzurrognolo verso il soffitto e passandosi la lingua sulle labbra. «Mi sembra di essere tornati in gita di quinta.» «Già,» sorrisi, appoggiando la nuca allo schienale. Io e Sara ci conoscevamo da prima che io mi mettessi con Erika. Stessa classe al liceo, anche se per anni ci eravamo a malapena rivolti la parola, troppo diversi, limitandoci a fumarci mezza sigaretta in silenzio durante l'assemblea d'istituto. Solo in quella famosa gita a Praga avevamo legato davvero, passando le notti a fumare di nascosto in balcone.
Erika bevve un sorso di birra e mi diede un colpetto sul petto, gli occhi che le brillavano. «Ricordami un po', amore... non era in terza liceo che le avevi sbavato dietro per un mese intero?» Sara scoppiò in una risata di gola meravigliosa, passandomi la canna. «Un mese? Direi tre! E si è preso un palo così clamoroso che credo gli faccia male ancora adesso.» «Ehi, ero giovane, ingenuo e ormonalmente instabile,» mi difesi, fingendomi indignato mentre l'erba iniziava a rilassarmi i muscoli in una piacevole letargia. «E tu te la tiravi da morire. Eri inavvicinabile.» «Io ero solo selettiva,» ribatté Sara, ammiccando, il piede nudo che scivolò casualmente lungo la mia coscia per sistemarsi meglio.
Scherzammo ancora, il clima giocoso e leggero mascherava la strana elettricità che scorreva tra di noi. L'erba mi rendeva più ricettivo a tutto: il calore del piede di Sara contro la mia gamba, il respiro pesante di Erika contro il mio petto, l'odore di crema solare e fumo. Dopo un'altra mezz'ora, Erika sbadigliò ampiamente, strofinando il viso contro la mia spalla. «Amore, ho sonno,» mormorò, la voce impastata e carica di un'intenzione velata ma inequivocabile. La sua mano scivolò nell'interno della mia coscia, stringendo appena. «Andiamo?»
«Buonanotte, fattona,» dissi a Sara, alzandomi e trascinando Erika per mano. «Non fate troppo rumore,» rise lei dal divano, gli occhi socchiusi per il fumo.
Attraversammo il corridoio ridendo a mezza bocca, inciampando l'uno nell'altra. Entrammo nella stanza padronale, entrambi leggeri e infiammati dal desiderio. Fui così preso dall'urgenza che chiusi la porta con una spinta distratta col piede, scordandomi del tutto di far scattare la serratura.
