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CHIMERA - L'ultimo respiro dell'umanità · Cap. 7
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Capitolo 7 di 11 14 min di lettura

Il sogno

Un sogno riporta Trevis all'unica donna che abbia mai amato, proprio nel momento in cui il mondo sta per cambiare per sempre. Ma quando Meave riesce a vedere oltre la sua corazza, tocca una ferita che Trevis non è disposto a condividere.

Michael035
2 mesi fa · 326 letture · 2

Il sudore mi si ghiaccia addosso all'istante, mescolato al profumo pulito del sapone di ieri sera — un odore che in questo momento mi fa quasi venire la nausea, per quanto stona con tutto il resto.

«Respira, Trevis.»

La voce arriva dalla mia destra. Bassa, ferma, senza traccia del panico che di solito coglie chi si sveglia accanto a un uomo che urla nel sonno.

Giro la testa di scatto. Meave è seduta sulla paglia, la schiena contro la trave centrale. La coperta le è scivolata dalle spalle, scoprendo il maglione pulito che le ha prestato Jessica. Il pallore spettrale della febbre è arretrato, lasciando spazio a un colorito quasi umano. I suoi occhi verdi, fino a ieri annebbiati dal dolore, oggi sono limpidi, affilati, piantati dritti nei miei. È sveglia da un pezzo. Mi ha guardato urlare, e non ha mosso un muscolo per svegliarmi prima del tempo.

«Bevi.» Allunga la borraccia verso di me.

Non la prendo subito. Mi premo i palmi contro le orbite, con una forza quasi punitiva, cercando di schiacciare via l'immagine dei capelli di Tessa che mi scivolavano sul viso.

«Ho urlato..» La voce mi esce come carta vetrata. Mi schiarisco la gola. «Il suo nome..»

«Sì.» Ritira la borraccia, la appoggia accanto a sé senza smettere di fissarmi.

«Tranquillo, non devi spiegarmi niente, Trevis. L'ho letto. Alla segheria.»

Mi irrigidisco. Lo so bene che ha frugato tra le mie pagine, quella notte. Me lo ricordo fin troppo bene — ricordo anche come ho reagito allora, la rabbia fredda con cui l'ho rimessa al suo posto. Ma sentirlo ripetere adesso, con il fantasma di Tessa ancora aggrappato alla mia spina dorsale, mi punge in un punto che non si è mai davvero rimarginato.

«Era solo un incubo,» liquido, cercando di far scendere il battito. «Lo faccio spesso, questo sogno.»

«Non sembrava un incubo qualunque.» Meave inclina la testa, studiandomi. Non c'è giudizio nella voce, solo un'osservazione clinica, quasi professionale. «Sembrava che stessi combattendo qualcosa che non potevi fermare.»

Resto in silenzio per un lungo minuto. L'aria gelida di Balsam comincia a calmarmi il sangue, ma il vuoto allo stomaco resta. Sono stanco. Stanco di tenere la guardia alzata con tutti, sempre, ventiquattr'ore su ventiquattro. E forse è proprio la lucidità nei suoi occhi, stamattina, a farmi abbassare il ponte levatoio di qualche millimetro di troppo.

«Non stavo combattendo,» mormoro, gli occhi fissi sugli stivali infangati ai piedi del giaciglio. «Stavo ascoltando. Nel sogno. C'era una radio a onde corte. Trasmetteva i notiziari della guerra, prima che tutto andasse in malora.»

«La Terza Guerra Mondiale. Quando eri ancora nelle forze speciali.»

«Quando ero già un disertore,» la correggo, gelido. Alzo lo sguardo su di lei.

«Ero scappato, Meave. Avevo capito che era un tritacarne senza fine e senza senso, e me n'ero andato. Ero tornato da lei. Da Tessa.»

Pronunciare quel nome ad alta voce è come ingoiare una lametta. Mi stringo le braccia intorno al petto.

«Nel sogno eravamo... vicini, molto vicini» continuo, scegliendo le parole con cura, per aggirare l'intimità cruda di quel ricordo.

«Ma la radio era accesa. E il Pentagono annunciò il successo dell'Operazione CHIMERA. La morte del presidente russo e del generale cinese.»

Meave aggrotta la fronte. «L'inizio della fine...»

«L'inizio della fine, esatto» annuisco, amaro.

«La gente in strada, nelle città non ancora rase al suolo, forse esultò. Pensavano che l'America avesse trovato il modo per vincere ancora una volta, che avesse decapitato il nemico. Ma io avevo lavorato troppo vicino alla DARPA prima di sparire. Sapevo cos'era CHIMERA. Non un missile. Non un drone chirurgico. Il virus. Lo avevano sganciato.»

Faccio una pausa. Il silenzio nel fienile è totale, rotto solo dal mio respiro che comincia finalmente a regolarizzarsi.

«In quel preciso istante,» dico, la voce che scende di qualche tono, «mentre la tenevo tra le braccia, ho capito che eravamo già morti. Tutti quanti. Ho sentito il mondo finire in diretta su una radio gracchiante, e non potevo farci un cazzo. C'erano più rischi che vantaggi in quell'operazione, ma hanno deciso di procedere lo stesso, accelerando i tempi perché avevano la merda fino al collo.»

Meave mi guarda con un'intensità nuova. Per la prima volta da quando ci siamo incontrati, non vede il mostro che terrorizza i contadini, non vede la macchina calcolatrice che spara agli sciacalli senza battere ciglio. Vede il ragazzo che otto anni fa si è visto crollare il cielo addosso proprio mentre stringeva l'unica cosa che contava per lui.

È un momento sospeso, intimo in un modo che nemmeno la vicinanza fisica di ieri notte è riuscita a raggiungere.

E poi Meave fa un passo di troppo.

«Devi averla amata davvero,» sussurra, la voce dolce, quasi ipnotica. «Per tornare indietro sapendo cosa rischiavi.» Una pausa breve. Poi continua, e la voce si fa più bassa, più densa, come se stesse scoprendo un pensiero mentre lo pronuncia.

«L'ho letto, Trevis. Quella notte nel capanno. Quello che ti ha chiesto di fare, prima che il virus la reclamasse del tutto.»

Il sangue mi si gela nelle vene.

«Hai dovuto essere tu a spegnerla,» continua lei, piano, come se stesse componendo un pensiero delicato invece di camminare su una mina innescata.

«Con le tue stesse mani. Perché lei te l'ha chiesto come ultimo regalo. E ogni volta che sogni di riaverla tra le braccia, in un certo senso, la perdi di nuovo. Non è mai davvero finita, per te. Vero?»

La mia testa smette di ragionare. Qualunque crepa si fosse aperta nell'armatura si richiude in una frazione di secondo, saldata da una vampata di rabbia cieca e difensiva.

Scatto in piedi. La paglia frusta l'aria sotto i miei stivali.

Meave si interrompe di colpo, sorpresa dalla violenza del movimento.

«Zitta.» La parola esce tagliente, ma bassa. Non urlo. Non ne ho bisogno.

«Non parlare più.»

Le sue iridi verdi si allargano appena, colte in contropiede dal cambio improvviso.

«Trevis, non puoi cont—»

«Lo so che hai letto quelle pagine,» la interrompo, la voce che scende ancora, si fa quasi un sussurro — il tipo di sussurro che fa più paura di qualsiasi urlo.

«Te lo dissi alla segheria, ricordi? Ti dissi che due righe su un pezzo di carta non ti davano nessun pass per entrare nella mia testa. Pensavo l'avessi capito, quella volta.»

Faccio un passo verso di lei.

«Ma tu non ascolti, non fai quello che ti si chiede. Non sono affari che ti riguardano. E poi, giusto per essere più chiaro, non trattarmi come se fossi un caso clinico da risolvere, invece di una persona che sta ancora sanguinando per qualcosa che tu non hai nemmeno il diritto di nominare.»

«Non volevo—»

«Non me ne frega un cazzo di quello che volevi.» La voce mi si spezza per un istante, poi torna dura, controllata.

«Quella notte non è passata, Meave. Non è un indizio per capirmi meglio. Non è tua da studiare, da citare, da usarmi contro per dimostrarmi quanto sei brava a leggere le persone.»

Meave incassa il colpo, ma non abbassa lo sguardo. La mascella le si contrae, l'orgoglio che torna su come una saracinesca.

«Ho sbagliato modo di dirlo,» dice infine, la voce ferma nonostante tutto.

«Ma non ho sbagliato a dirlo. Ti ho visto urlare il suo nome come se il mondo finisse un'altra volta stamattina. Qualcuno doveva pur nominarlo, quel dolore, invece di lasciartelo marcire dentro in silenzio come fai sempre.»

«Non spetta a te deciderlo.»

«No,» concorda lei, gelida.

«Ma non spetta nemmeno a te decidere che io sia l'unica persona su questa terra a cui è proibito provare a capirti. L'ho fatto male. Non l'ho fatto per cattiveria.»

Rimango a fissarla per un secondo che dura troppo a lungo, la rabbia che mi pulsa dietro gli occhi, incapace di trovare una risposta che non sia ancora più tagliente di quanto vorrei.

Afferro il giaccone da terra e me lo infilo con gesti scattosi. La cerniera stride nel silenzio mentre la tiro su fino al mento. Ho bisogno di aria fredda, ho bisogno di spazio, ho bisogno di non avere addosso quegli occhi verdi che per un secondo hanno visto troppo sotto la mia pelle.

Mi giro verso il portone. Lo sguardo mi cade sulla cassa di legno, dove il fucile d'assalto aspetta appoggiato accanto allo zaino con le munizioni.

Lo fisso un secondo. L'addestramento urla, il buon senso sbraita: uscire dal perimetro senza un'arma primaria, a Balsam, con un gruppo di possibili assassini sulle tracce del sangue lasciato alla clinica, è un suicidio, un errore da principianti che potrebbe costarmi la vita.

Ma la rabbia mi corrode le vene come acido. Se tocco quell'arma adesso, se mi metto a fare il soldato con questa furia ancora accesa nel petto, rischio di scaricarla sulla prima cosa che si muove là fuori, solo per liberarmi della pressione che mi sta spaccando il cranio in due.

Giro i tacchi. Lascio il fucile esattamente dov'è.

Spingo il portone scorrevole con una spallata violenta, quel tanto che basta per farci passare, e mi infilo nella luce livida dell'alba senza voltarmi indietro, camminando a passi pesanti sulla ghiaia gelata in direzione del fiume.

Alle mie spalle, il silenzio di Meave è l'unica cosa più fredda dell'aria di novembre.

[CONTINUA... ]

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Michael035

Scrivo erotica da poco. Le mie storie partono sempre da una scintilla reale — qualcosa che è successo a me, a chi mi sta intorno o che potrebbe capitare a chiunque nella vita di tutti i giorni. Prendo quella dinamica quotidiana e ci costruisco attorno una trama romantica e intensa, sviluppandola in più parti. Da me non troverete racconti singoli e veloci, ma vere e proprie raccolte e libri da esplorare. Mi piace scavare nella psicologia e nei sentimenti dei personaggi, per poi farli esplodere in una passione erotica travolgente.

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