Il silenzio tra noi si allungò. Cercai di spezzarlo con l'unica arma che avevo per non pensare al disastro che stavo combinando.
«Se la tua intenzione era rapirmi per rubarmi le ultime sigarette, sappi che le ho lasciate nello zaino,» scherzai, abbozzando un mezzo sorriso stanco, passandomi una mano tra i capelli ancora umidi.
Anna non rise. Inclinò la testa di lato, studiandomi nell'oscurità.
«Tu fai sempre battute quando hai paura,» mormorò, la voce dolce ma affilata come un bisturi.
Il mio sorriso si congelò. «Non ho paura,» mentii d'istinto, incrociando le braccia a mia volta.
Lei fece un piccolo passo verso di me. Il suo profumo di vaniglia mi raggiunse, puro e innocente. «Sì che ce l’hai. Solo che sei più bravo di me a nasconderla.»
Mi mancò l'aria. Quella ragazza che passava il tempo nascosta dietro i libri e che sembrava terrorizzata dalla sua stessa ombra, aveva appena letto la mia anima con una precisione devastante. Mi sentii improvvisamente nudo. Più nudo di quanto non lo fossi stato un'ora prima su quel letto sfatto.
Abbassai lo sguardo, incapace di sostenere il suo. Il senso di colpa mi stava divorando vivo. «Forse non sono il bravo ragazzo che pensi, Anna,» dissi, la voce roca e carica di una verità amara. Se solo sapessi dove sono stato e cosa ho fatto prima di sedermi a quel tavolo, pensai.
Anna non si ritrasse. Anzi, accorciò ulteriormente la distanza.
«Io non ho mai pensato che fossi perfetto,» rispose, e ogni sua parola mi distrusse una barriera. «Mi bastava che fossi vero.»
Alzai gli occhi di scatto. La stavo guardando come se la vedessi per la prima volta. Non c'era giudizio nel suo sguardo, non c'era l'attesa perversa di Tracy o il ricatto di Fiona. C'era solo lei.
«Sono scappata perché mi è piaciuto, Ale,» confessò all'improvviso, il respiro che le tremava, il petto che si alzava e si abbassava velocemente sotto il tessuto leggero del vestito. Le sue guance erano in fiamme, ma non abbassò gli occhi. «Non perché non mi è piaciuto. Sono scappata perché mi è piaciuto troppo.»
Fu lei a fare la prima mossa.
Le sue mani, piccole e tremanti, si sollevarono per afferrarmi il viso. Il suo tocco era esitante, pieno di una paura fottuta, ma carico di un coraggio che mi fece esplodere il cuore. Si alzò sulle punte e premette le sue labbra contro le mie.
Il bacio iniziò incerto, una pressione timida e morbida. Ma quando feci scivolare le mie mani sui suoi fianchi per sorreggerla, un gemito basso le morì in gola e la sua bocca si dischiuse, affamata.
Risposi al bacio, ma cercai di trattenermi. Il mio corpo bruciava, ma la mente mi urlava che non potevo toccarla con le stesse mani sporche con cui avevo assecondato i deliri di Tracy. Provai ad allentare la presa, a non stringerla troppo, ma Anna capì tutto.
Con un movimento disperato, afferrò i miei polsi. Fece scivolare le mie mani dalla sua vita fino ai suoi fianchi morbidi, spingendo i miei palmi contro la sua carne con forza, per poi farsi sollevare. La feci sedere sul bordo del tavolo di legno e mi infilai in mezzo alle sue gambe.
«Toccami,» sembrò dirmi quel gesto. Non sono di vetro.
La stringevo a me, perdendomi nel sapore della sua lingua che cercava la mia con una passione disperata e inesperta. Le mie dita scivolarono sotto il tessuto del suo vestitino, accarezzando la pelle liscia e calda della sua schiena. Anna tremava come una foglia sotto le mie mani, ma non scappò. Si avvinghiò al mio collo, tirandomi i capelli, stringendo le sue cosce snelle attorno ai miei fianchi.
La frizione dei nostri corpi vestiti fu una tortura meravigliosa. Il mio inguine, già ipersensibile, si indurì dolorosamente contro il suo centro caldo. Anna lo sentì. Invece di spaventarsi, si spinse in avanti, inarcando la schiena e premendosi contro di me, strappandomi un sospiro roco direttamente sulle sue labbra.
Le mie mani scivolarono dai suoi fianchi verso l'alto, tracciando la linea delle sue costole fino a sfiorare la curva laterale del suo seno. La baciai sul collo, sull'incavo della spalla, inalando la vaniglia, mentre lei si lasciava andare a gemiti dolcissimi, smarriti, le dita intrecciate spasmodicamente nella mia maglietta. Era un'intimità furente, pura, lontana anni luce dal sesso ginnico e marcio che avevo vissuto quel pomeriggio. Con Anna stavo facendo l'amore, anche se avevamo ancora i vestiti addosso.
Ero sul punto di perdere del tutto la testa, la mano ormai ferma sulla morbidezza del suo seno attraverso il reggiseno, quando lei si irrigidì leggermente.
Mi fermai all'istante, il respiro pesante, allontanando il viso dal suo collo. Il terrore che scappasse di nuovo mi bloccò il sangue nelle vene.
Ma Anna non si mosse dal tavolo. Tenne le braccia attorno al mio collo. Aveva i capelli arruffati, le labbra gonfie e rosse per i baci, e il respiro talmente corto da faticare a parlare. Mi guardò, un sorriso tremante e bellissimo che le illuminava il viso.
«Non voglio fermarmi perché non ti voglio,» sussurrò, le dita che mi accarezzavano dolcemente la nuca per rassicurarmi. Fece un respiro profondo, cercando di calmare il petto. «Voglio fermarmi perché voglio ricordarmelo bene.»
La guardai, letteralmente folgorato. Non era la ragazzina impaurita del magazzino. Era una donna che stava prendendo il controllo dei suoi desideri e dei suoi limiti, e lo stava facendo con una dolcezza che mi spaccava a metà.
Sorrisi, un sorriso vero, l'unico di tutta quella giornata assurda. Appoggiai la fronte contro la sua, chiudendo gli occhi.
«Mi batte il cuore talmente forte che mi fa male,» ammise lei in un soffio, ridacchiando nervosamente.
«Anche a me,» mormorai, le mani ancora ancorate saldamente ai suoi fianchi caldi.
«Allora almeno non sono l’unica idiota.»
Rimanemmo così per lunghissimi minuti, a respirare lo stesso respiro nel buio, finché i battiti non rallentarono. Quella era Anna. Niente fughe, niente ricatti, nessuna ansia incontrollabile. Solo una sincerità che mi purificò l'anima.
Quando infilai la chiave nella toppa del bungalow 12, avevo addosso una dolcezza nuova, ma la testa pesante come il piombo. L'adrenalina era svanita, lasciando spazio a una colpa enorme, sfaccettata e asfissiante: la perversione complice di Tracy, il disprezzo e il ricatto imminente di Fiona, la purezza di Anna, e ora... Simona.
Aprii la porta cercando di fare piano.
Simona era nel suo letto. Indossava la solita canottiera bianca e le gambe nude spuntavano dalle coperte aggrovigliate. Il bagliore azzurrognolo dello schermo del telefono, che teneva stretto tra le mani, le illuminava il viso. Non stava scorrendo i social. Stava fissando un punto indefinito, immersa in quel pantano emotivo in cui l'aveva trascinata Edoardo con l'ultima chiamata a bordo piscina.
Quando sentì la porta chiudersi, non alzò subito lo sguardo. Non ci fu nessuna battuta sul ninja, nessun sarcasmo da "socio".
«Serata lunga?» chiese, la voce bassa, quasi raschiata.
Mi appoggiai alla porta chiusa, sentendo i muscoli cedere. Tra noi fluttuava ancora l'elettricità furente di quel quasi-bacio nell'acqua clorata, interrotto dal nome del suo carceriere.
«Più lunga del previsto,» risposi, una bugia mezza stanca che nascondeva un mondo di macerie.
Lei annuì lentamente, senza aggiungere altro. Capì che era successo qualcosa, così come io capivo la sua prigione, ma in quel momento eravamo due reduci troppo stanchi per curarsi a vicenda.
Mi staccai dalla porta per andare verso il mio letto, quando la stanza fu illuminata a giorno.
Il telefono di Simona prese a vibrare violentemente sul materasso. La suoneria stridula di Edoardo spezzò il silenzio del bungalow come una sirena d'allarme.
Mi bloccai. Guardai lei. Lei guardò lo schermo.
Il nome di Edoardo illuminò la stanza.
Simona rimase immobile, con il telefono in mano, il pollice sospeso a un millimetro dal vetro. Per un secondo lunghissimo pensai che avrebbe risposto, che avrebbe ingoiato l'ennesimo rospo, rimesso su quella voce dolce, sottomessa e finta che ormai mi faceva venire voglia di spaccare qualcosa. Trattenni il fiato, sentendo una fitta di rabbia salirmi nello stomaco.
Invece, l'uragano fece qualcosa di inaspettato.
Il suo sguardo si indurì. La mascella le si contrasse per una frazione di secondo. Con un movimento lento, preciso, quasi solenne, girò il telefono a faccia in giù sul comodino. La suoneria fu soffocata dal legno. La luce si spense.
«Non stasera,» mormorò, più a se stessa che a me.
Poi allungò la mano e spense l'abat-jour.
La stanza piombò in un'oscurità totale. Sentii il fruscio delle sue coperte mentre si girava su un fianco, dandomi le spalle.
Io rimasi nel buio, immobile al centro della stanza, con il sapore di vaniglia di Anna ancora addosso, il marchio a fuoco della minaccia di Fiona nel cervello, e il silenzio denso e rivoluzionario di Simona a tre metri da me.
La domenica era finita. Ma il casino vero stava appena iniziando.
Com'è finora?
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giovane ragazza che da poco si sta approcciando alla scrittura di racconti erotici. se volete scrivermi: [email protected] blog tumblr: https://www.tumblr.com/asiadu01
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